Dallo sponsor all’ambasciatrice ai salari, i Mondiali di calcio femminili 2023

calcio femminile

La 9a edizione del mondiale di 2023 – si svolge in cinque città australiane  e quattro  neozelandesi – oltre che per l'aspetto agonistico degli incontri si caratterizzerà anche per la presenza di innovazioni tecnologiche e sicuramente diventerà teatro di iniziative che potrebbero portare ad un giro di boa importante di questo sport, ancora saldamente amministrato da regole dettate dagli uomini.

Insomma un torneo che sicuramente non lesinerà sorprese, intanto perché il movimento è in continua crescita e questo sembra essere testimoniato dalle parole della responsabile FIFA per il calcio femminile Sarai Bareman la quale afferma che «vogliamo che 60 milioni di donne e ragazze giochino entro il 2026. La Coppa del Mondo femminile è la prima leva che dobbiamo utilizzare e stiamo pianificando un programma per avere 2 miliardi di persone sintonizzate sull'evento. In più, un altro indicatore di crescita del calcio femminile è testimoniato dall'aumento del 300%, stabilito dalla FIFA, del montepremi per il mondiale 2023» [1]. Le parole franche e lineari della Bareman sono più che giustificate dall'evidenza dei numeri se si tiene presente che al primo Mondiale femminile che si è giocato nel 1991, in Cina, erano iscritte appena dodici squadre e che 32 anni dopo le nazionali partecipanti si sono quasi triplicate arrivando ad essere ben 32 suddivise in otto gironi, ci offre un quadro del movimento in continua espansione.

L'aumento delle squadre partecipanti sta a testimoniare che sono sempre di più i Paesi dotati di una organizzazione calcistica femminile di alto livello e proprio la presenza di più squadre, oltre a significare più partite da giocare, è in grado di aumentare la possibilità di vendere i diritti televisivi a prezzi maggiori. D'altronde, non  è un mistero che tutti gli sport professionistici moderni, quindi calcio incluso, traggano dalla vendita dei loro eventi ai network televisivi la principale fonte di guadagno e, stante questa situazione, per il movimento del calcio femminile non può che prospettarsi una crescita, nel breve futuro, di proporzioni forse inaspettate.

La conferma indiretta di come questo meccanismo possa produrre qualunque tipo di risultato si voglia trarre, ci è offerta dalla decisione assunta dalla FIFA – sicuramente tempestiva ma di opaca qualità – di conferire al «Visit Saudi Arabia», cioè l'Ente nazionale che promuove il turismo in Arabia Saudita, la qualifica di sponsor principale del torneo. Una scelta a dir poco ipocrita che ha di fatto sottovalutato la portata sociale e politica di quella decisione che ha già creato dubbi e contestazioni, perché non è un mistero la totale subalternità delle donne agli uomini con lo strascico delle conseguenze note a tutti. Inoltre, «esattamente come è successo per i mondiali maschili ospitati dal Qatar nel dicembre 2022, tante persone hanno sottolineato come questa scelta dell'Arabia Saudita rientri in un ampio progetto di sportwashing, il cui fine è usare lo sport e i suoi principali eventi per diffondere un'immagine diversa di questi Paesi totalitari; non è un segreto che l'Arabia Saudita abbia messo nel mirino i mondiali maschili del 2030, che vorrebbe ospitare, e quindi mostrarsi al fianco della Fifa anche in quelli femminili può aiutarla a raggiungere il suo scopo» [2].

Come se non bastasse, la già contestata FIFA ha voluto fare le cose in grande designando, come ambasciatrice del calcio femminile nel mondo, la modella Adriana Lima. Questa volta una critica aspra alla decisione della Federazione internazionale è arrivata immediatamente e da parte delle calciatrici stesse. La voce più alta è stata quella di Moya Dodd, avvocatessa ed ex vice capitana della nazionale australiana che energicamente ha affermato: «Che messaggio si manda alle aspiranti calciatrici e alle tifose che amano questo sport? Si dimostra cosa sono l'emancipazione e le pari opportunità? Una calciatrice è ammirata per ciò che fa in campo e non per il suo aspetto e questo la pone su un livello di parità con i suoi colleghi maschi, il che può cambiare tutta la traiettoria delle sue ambizioni. Che si metta una top model in questo contesto è davvero sconcertante. Per i mondiali maschili l'uomo copertina sarebbe Cristiano Ronaldo, non si capisce perché non possano scegliere campionesse come Meg Rapinoe  (calciatrice statunitense, n.d.r.)» [3].

Queste prese di posizione ferme e risolute dimostrano che, in generale, tutte le atlete non sono solo giocatrici ad alti livelli ma che riescono con convinzione  a porsi come modelli positivi per le ragazze e le donne di tutto il mondo. Insomma, ci troviamo davanti a portatrici sane di valori come giustizia, rispetto ed uguaglianza, troppe volte offuscati dai comportamenti del mondo maschile. C'è in queste donne, la consapevolezza che ogni sforzo e sacrificio sopportato per promuovere l'uguaglianza di genere e, nello specifico, una sempre maggiore partecipazione attiva allo sport, possa aiutare a creare una società più inclusiva e consapevole.

La perseveranza di queste atlete è riuscita anche a far breccia nel muro di pregiudizi e regole fissate dalle loro Federazioni gestite da dirigenti uomini. Forse l'esempio più eclatante è stato quello offerto dalla nazionale degli USA. che già l'anno scorso aveva ottenuto un'importante vittoria non solo sul piano legale ma anche su quello della pari dignità fra gli atleti. Dopo quasi sei anni di battaglie legali, le atlete della Nazionale femminile di calcio, Campione del mondo, sono riuscite a raggiungere l'obiettivo di far abolire la disparità salariale vedendosi riconosciuta l'equiparazione dei loro stipendi con quelli dei colleghi uomini. Le giocatrici avevano posto in essere una «class action» – cioè un'azione legale collettiva per vedersi riconosciuti i propri diritti di categoria – contro i vertici del calcio statunitense, accusato di discriminare le donne e costringendo la potente  «U.S. Soccer Federation»  a risarcire le giocatrici dei loro mancati guadagni per un importo di 24 milioni di dollari.
Ha commentato così Megan Rapinoe, una tra le più forti giocatrici di sempre, la storica vittoria: «Alla fine ci siamo riuscite. Sono così orgogliosa del modo in cui noi giocatrici siamo rimaste unite e abbiamo puntato i piedi. Questo sarà uno di quei momenti incredibili che cambiano le regole per sempre, il calcio U.S.A. è cambiato per sempre, e anche nel resto del mondo»[4].

Di situazioni complicate, sembra ne abbia vissute fino a pochi mesi fa anche la Nazionale francese. La capitana della squadra, Wendie Renard, ha comunicato la sua decisione di non voler prendere parte al Mondiale dicendo, in pratica, «di non essere più in grado di sopportare l'attuale sistema, troppo lontano dai requisiti che dovrebbe avere» [5]; insomma un vero e proprio terremoto scatenato dalla Renard, giocatrice influente nel club della nazionale transalpina con 142 presenze, che ha fatto da detonatore anche per le scelte simili di altre due forti atlete, la Marie-Antoinette Katoto e la Kadidiatou Diani, che hanno rinunciato ad indossare la maglia della Nazionale in aperta contestazione con l'allenatrice Corine Diacre, vista come il simbolo di tutta la mala gestione della Federazione francese.

Il Campionato del mondo 2023 riserva delle novità tecnologiche con nuove iniziative molto spesso volte a semplificare la comprensione delle decisioni arbitrali per  favorire chi si avvicina a questo sport per la prima volta. Infatti nella partita di esordio fra Nuova Zelanda e Norvegia, terminata 1-0 per le padrone di casa, per la prima volta una decisione «Var» è stata annunciata dall'arbitra al microfono. È toccato alla giapponese Yamashita annunciare a tutto lo stadio tramite altoparlanti la fatidica frase «Dopo una revisione ufficiale, la decisione ufficiale è: calcio di rigore». Sebbene la FIFA abbia vantato questo esperimento come un notevole passo avanti verso un radicale cambiamento delle regole per renderle più fruibili ai telespettatori e al pubblico presente negli stadi, è stato proprio il pubblico dei tifosi che è rimasto sconcertato perché, giustamente, non è stata resa nota la motivazione o il processo mentale e visivo che ha portato alla decisione finale. Insomma, dire soltanto che è rigore non basta.

Questo mondiale appena iniziato ha riservato quasi subito una rivoluzione anche nel campo dell'abbigliamento con le maglie nazionali personalizzate e la fornitura di kit che andassero incontro alle esigenze delle atlete anche per quanto riguarda le performance. Oltre alle divise e ai classici pantaloncini, pensati esclusivamente per le calciatrici donne, le multinazionali dell'abbigliamento sportivo hanno fornito particolari reggiseni per proteggere da urti e colpi violenti nonché, novità assoluta, un particolare collare a forma di ferro di cavallo, il «Q-Collar», indossato al momento solo da due calciatrici la canadese Quinn e la costaricense Rodriguez, e idoneo «a proteggere il cervello dai danni causati da impatti ripetuti alla testa che possono alterare il tessuto cerebrale» [6]. Non so quanto successo possa riscuotere tra chi pratica il calcio perché, vorrei ricordare, colpi ripetuti alla testa sono praticamente irricevibili data proprio la tipologia di sport.

Invece è importante ritornare sulla personalizzazione delle magliette, perché a detta di molti osservatori, l'unicità di questi indumenti sta a sottolineare la particolarità del calcio femminile, dando alle atlete un senso di appartenenza e identità distinto da quello maschile. Così si va dalla divisa rosa delle atlete giapponesi ai riferimenti pop di quelle danesi fino ai tanti colori della casacca delle colombiane. La nazionale italiana, che ha di recente cambiato sponsor ed è l'unica ad aver avuto un approccio diverso puntando all'unificazione delle maglie per tutte le squadre nazionali. Come sempre avviene, anche in questo caso, si sono formati gli schieramenti sull'idea di parità di trattamento fra atleti uomini e atlete donne e «mentre alcune persone potrebbero sostenere che la creazione di divise uniche per le squadre femminili sia un passo importante verso la visibilità e il riconoscimento del calcio femminile, altri potrebbero invece sostenere che la parità dovrebbe essere raggiunta attraverso altre azioni e investimenti, come salari equi, risorse adeguate e promozione mediatica. Indipendentemente dalla scelta adottata dalle federazioni, è fondamentale che l'attenzione e il supporto verso il calcio femminile continuino a crescere»[7].

A questo punto non rimane che parlare del calcio giocato, quello che poi conta di più, e registrare la vittoria dell'Italia sull'Argentina per 1-0 nella gara di esordio. Sabato prossimo ci confronteremo contro la Svezia e lì cominceremo a capire quale potrebbe essere il nostro percorso in questo Mondiale 2023.

Stefano Ferrarese

[1] Madeline Hislop https://womensagenda.com.au/latest/we-want-60-million-women-and-girls-playing-by-2026-fifas-chief-womens-football-officer-sarai-bareman/, 20 luglio 2023
[2] Matteo Serra https://www.lifegate.it/mondiale-calcio-femminile-2023#parita-salariale, 15 marzo 202
[3] https://www.calcionews24.com/la-fifa-sceglie-adriana-lima-come-ambassador-del-mondiale-femminile-la-polemica/, 20 luglio 2023
[4] https://www.nextquotidiano.it/nazionale-calcio-femminile-stati-uniti-parita-salariale/, 22 febbraio 2022
[5] Tommaso Maschio  https://www.tuttomercatoweb.com/calcio-femminile/francia-terremoto-a-pochi-mesi-dal-mondiale-lasciano-le-stelle-renard-diani-e-katoto-1796622, 24 febbraio 2023
[6]Guendalina Galdi, https://www.corriere.it/sport/calcio/23_luglio_23/mondiale-femminile-collare-speciale-cervello-come-funziona-a47b67f4-293d-11ee-959b-09ae609f1902.shtml?refresh_ce,
[7] Alessandro Benvenuti https://www.gqitalia.it/article/mondiali-calcio-femminile-italia-maglia, 20 luglio 2023

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