Danimarca: la sinistra vince con la linea dura sull’immigrazione

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In Danimarca la destra xenofoba, sovranista e euroscettica ha rimediato una sconfitta pesante. E con essa il governo di Lars Løkke Rasmussen. Tutta l’estrema destra danese ha visto più che dimezzare i suoi voti. Infatti alle elezioni parlamentari il Dansk Folkeparti (Partito del popolo danese – Df) che da vent’anni appoggia i governi di centro destra, in cambio della linea dura sugli immigrati, è passato dal 21% a meno del 9%. Insieme a loro perdono voti anche altri due partiti populisti come il  Nye Borgerlige (La nuova destra) con il 2% e Stram Kurs (Linea dura) che vuole vietare l’islam e deportare i musulmani, non va oltre l’1%.

A vincerle le elezioni di mercoledì è stata la sinistra del welfare e dell’ambiente ma soprattutto della tolleranza zero sul tema immigrati. Sarà Mette Frederiksen, quarantunenne deputata, leader del Partito socialdemocratico ed ex-ministro prima del Lavoro dal 2011 al 2014 e poi della Giustizia dal 2014 al 2015, a guidare il nuovo Governo. La più giovane donna premier della Danimarca, probabilmente, governerà con una coalizione nonostante la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Non è escluso che vada avanti da sola magari cercando i voti da sinistra quando si tratterà di migliorare il sistema sociale danese che ha subito dei contraccolpi negli anni passati e dal centro e dalla destra quando si tratterà di legiferare su restrizioni all’immigrazione e agli immigrati.

La premier uscente Lars Løkke Rasmussen che governava dal 2015, con il sostegno dell’estrema destra Dansk Folkeparti, ha immediatamente ammesso la sconfitta che tra l’altro era stata data per molto probabile dai sondaggi prima del voto. Il risultato personale e del suo partito è stato positivo ma non ci sono più i numeri per comporre un’alleanza di governo.

L’altro grande vincitore delle elezioni parlamentari danesi sono i Verdi del Partito socialista progressista che hanno raddoppiato i loro consensi, grazie soprattutto ai giovani che avvertono l’urgenza drammatica di una lotta al cambiamento climatico, tema presente nella campagna elettorale.

Comunque una vittoria in buona parte dovuta allo svuotamento delle ragioni della destra. Mette Frederiksen «la prima riga l’ha tirata sui migranti, accogliendo tutte le misure restrittive proposte dal governo di minoranza appoggiato dal Partito popolare danese (Df), fino a ieri vero kingmaker di Copenaghen. Dal bando del burqa in pubblico alla riduzione del diritto d’asilo, dai rimpatri alla confisca dei beni e dei gioielli dei migranti per contribuire al loro mantenimento, la pragmatica di Aalborg si è schierata sulla trincea antimmigrazione dei Df, gli stessi che vent’anni fa l’allora premier socialdemocratico Rasmussen bollava come «inaccettabili xenofobi.  Altri tempi, altra sinistra» [1].
Non solo perché si «si trova d’accordo con la destra anche sull’idea di confinare su una piccola isola, Lindholm, appena sette ettari, gli immigrati a cui non si può concedere asilo, ma che non si possono rimandare indietro per ragioni umanitarie. Rasmussen voleva invece mandare al confino a Lindholm, disabitata dal 1990, gli stranieri criminali, la cui espulsione è spesso difficile o impossibile, perché i paesi d’origine rifiutano di accoglierli. Finora sull’isola venivano spediti i cani malati, contagiosi, per essere eliminati. Il governo di destra aveva già stanziato 100 milioni di euro per accogliere a Lindholm 125 stranieri. E Mette porterà a termine il progetto. Secondo un’altra proposta la Danimarca potrebbe pagare la Lettonia perché accolga gli indesiderabili in una speciale prigione» [2].

Federico Rampini su Repubblica scrive della “lezione della Danimarca” a proposito della necessità di affrontare il tema del governo dell’immigrazione a sinistra dove «un segnale della riflessione autocritica sugli errori del passato è su una delle riviste più autorevoli della sinistra americana, The Atlantic. David Frum vi ha pubblicato un saggio sulle politiche migratorie con questo titolo-shock: “Se i progressisti non fanno rispettare le frontiere, ci penseranno i fascisti”» [3].
Sarà tutto vero ma quello che non è chiaro è come mai non una profonda discussione non si apra sulle cause principali (povertà, guerre, regimi repressivi…) che obbligano le persone a migrare e sulle nostre relazioni internazionali fatte dalle cannoniere o attraverso il ricatto economico.

La Danimarca è in buone condizioni economiche con un tasso di crescita atteso oltre io 2% e un tasso di disoccupazione introno al 4%. In più non hanno problemi di bilancio e questo potrebbe aiutare i socialdemocratici nella redistribuzione dei redditi a reinvestire nella scuola, nella ricerca e tecnologia, nella sanità.
Pasquale Esposito

[1] “Mette Frederiksen, politica prodigio”, https://www.corriere.it/esteri/19_giugno_05/mette-frederiksen-politica-prodigio-1747a19c-87c8-11e9-b851-9738da749704.shtml, 6 giugno 2019
[2] Roberto Giardina, “Danimarca, la sinistra fa la destra (e vince)”, https://www.quotidiano.net/esteri/elezioni-danimarca-2019-1.4634110, 7 giugno 2019; sull’isola Lindholm potete leggere l’articolo di Steffen Lüdke, “ Die Gefangenen von Lindholm”, https://www.spiegel.de/politik/ausland/daenemark-im-wahlkampf-die-gefangenen-von-lindholm-a-1270619.html, 4 giugno 2019
[3] Federico Rampini, “La lezione della Danimarca”, la Repubblica, 7 giugno 2019, pag. 32

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