Songs of Faith and Devotion dei Depeche Mode: musica e poesia per Dante

Depeche Mode Songs of Faith and Devotion
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Un legame tra Dante e i Depeche Mode, fra musica e poesia dopo settecento anni? Voci, suoni e storie proiettano il “viaggio” dantesco nei versi di una delle più longeve band del panorama musicale.

L’idea prende le mosse da Songs of Faith and Devotion (Mute Records, UK, 1993), uno degli album più amati, celebri e celebrati dei Depeche Mode, la longeva band che, prendendo le mosse dallo scanzonato synth-pop inglese degli anni ’80, ha attraversato la storia della musica degli ultimi quaranta anni, influenzandone generi e stili tanto da meritare un posto di prim’ordine nell’empireo delle band più famose e feconde della storia della musica.

L’album viene spesso associato alla fase più alta, nonché più drammatica della storia dei ragazzi di Basildon: un successo planetario, travolgente e difficilmente gestibile, ottenuto attraverso le vette musicali e liriche dell’album immediatamente precedente, Violator; la crisi creativa dell’anima del gruppo, Martin Lee Gore; la tossicodipendenza che sfiorerà i limiti dell’autodistruzione di Dave Gahan, voce e corpo del gruppo; una convivenza sempre più difficile per l’anima sonora Alan Wilder; la difficoltà del co-fondatore Andy Fletcher di tenere insieme i pezzi disintegrati della band.

Ad esso è seguito un massacrante tour mondiale che ha contato centinaia di date finanche in Sudamerica, riprodotto nel live/documentario Devotional, sceneggiato e filmato magistralmente dal fotografo e regista olandese Anton Corbijn. Dal sodalizio artistico con Corbijn, che potrebbe essere quasi definito il quinto elemento della band, sono nati i videoclip più iconici e gli allestimenti scenici dei tour mondiali più grandiosi. È opera di Corbijn, in definitiva, la creazione dell’inconfondibile iconografia dei Depeche Mode.

Se il brodo di coltura di SoFaD è quello che si è detto, l’opera restituisce perfettamente all’ascoltatore un’atmosfera di sofferenza emotiva ed un profondo desiderio di redenzione e liberazione dai tormenti interiori. 

Sonorità oscure, a tratti perversamente sincopate e languidamente seducenti, a tratti sublimi e delicatamente celestiali, segnano l’incedere della tracklist e dei temi trattati nelle liriche rinviando suggestivamente al viaggio dantesco nell’oltretomba: dalla perdizione e dallo smarrimento iniziale all’elevazione spirituale finale con la liberazione dalle zavorre dell’errore e del senso di colpa ed il raggiungimento di una forma di beatitudine.

Il tappeto sonoro, per larga parte ancora elettronico anche se l’incursione del rock in questo lavoro è prepotente e segna un cambiamento significativo nello stile della band, è costituito di musiche a volte ossessive che riproducono atmosfere oscure. L’andamento circolare e ripetitivo di alcuni suoni riproduce nell’immaginario dell’ascoltatore la spirale dei gironi danteschi e l’eterna corsa circolare dei dannati. Fughe musicali disperate, violini struggenti, giri di basso perversi, chitarre graffianti producono sensazioni quasi fisiche di dolore e di tormento ed il corrispondente desiderio di liberarsi dalle sofferenze e di redimersi. Le liriche ispiratissime ed i suoni delicati della traccia che chiude magnificamente l’album conducono l’ascoltatore al cospetto di una luce pura e accecante, quasi come quella che circonfonde il Paradiso dantesco.

Dalla sofferenza, dalla “selva oscura” delle passioni, attraversiamo con il viaggiatore immaginario e sonoro un necessario passaggio intermedio di emendazione e di purificazione per giungere infine alle vette celestiali di uno stato di grazia possibile solo attraverso l’Amore.

Il nostro peccatore si mette in viaggio, proprio come Dante. Si macera nel languore della lussuria (come non vibrare sotto l’incedere sensuale della traccia iniziale, I Feel You) e sente il tormento del desiderio [“(…) il mio debito è stato sempre alla Bellezza/quello è stato il mio crimine (…)”], ma dichiara di non essere orgoglioso di ciò che fa: sa che si smarrirà ancora e cadrà ancora e per questo chiede misericordia nella persona amata; implora pietà di una misteriosa ragazza tenebrosa, una specie di Beatrice al contrario, sadica e perversa (non sfuggono i frequenti richiami all’immaginario BDSM di In Your Room), a cui chiede di essere condotto nell’oscurità, ma dalla quale pietisce anche una sola carezza per una salvifica benedizione. Perfino di fronte ad un tribunale immaginario, forse quello della sua coscienza, il peccatore (termine che usiamo in senso neutro) implora com-passione, simpatia per le sue debolezze e per le avversità della sua esperienza umana: che altro sarebbe l’invito a camminare nelle sue scarpe, ad inciampare nei suoi passi che il narratore propone ai giudici e ai giurati che assistono severi e imperscrutabili all’udienza?  E così si avanza in un percorso ascensionale, fino al cospetto di quell’Amore più alto che finalmente offre requie ed una possibile salvezza nel caldo brillìo che sale.

In definitiva, il cammino interiore raccontato nell’album, parafrasandone il titolo, è un autentico e sofferto atto di fede e devozione all’Amore.

Vi è dunque un sottile filo rosso che lega le tutte liriche che compongono l’album e che ci rende partecipi del viaggio che il narratore dipana dentro di sé, tra i tormenti di un bruciante desiderio, una possibile espiazione della colpa e il riscatto finale. Non è difficile pensare alla triade Inferno-Purgatorio-Paradiso; la sequenza perdizione-pentimento-salvezza è lì di fronte ai nostri occhi e si offre all’ascolto.

Per ogni errore vi è una redenzione possibile, insomma. Proprio come ci ha insegnato Dante.

L’idea del viaggio dantesco probabilmente viene suggerita all’amante dei Depeche Mode anche dalle atmosfere cupe e stranianti che Corbijn ha creato per il video della lirica forse più famosa e conosciuta dell’album, Walking in my shoes (https://www.youtube.com/watch?v=GrC_yuzO-Ss): con un riconoscibile richiamo all’iconografia dell’enigmatico pittore olandese Hieronymus Bosch, Corbijn (olandese a sua volta) mette sul fondo della scena, lontana, una montagna che somiglia molto a quella del Purgatorio dantesco, alla quale si accede da una strada lunga e tortuosa; in primo piano, una monaca e un uomo togato vagamente somigliante al Nostro, entrambi di viola vestiti (il viola è il colore della penitenza nella tradizione cattolica della Pasqua), si alternano ad altre creature mostruose e fantastiche, quasi a riprodurre plasticamente l’inferno intimo di chi canta ed il lungo percorso di redenzione verso una più confortante, ma allo stato inattingibile condizione di salvezza e di quiete interiore.

Sempre sul piano dell’immagine, invitiamo alla visione del già citato lungometraggio Devotional: nella composizione teatrale della scena, tra i drappeggi di altissime tende ed un inquietante gioco di ombre cinesi, e nella performance artistica e fisica di Gahan, in quel corpo emaciato e sofferente si celebra il dramma dantesco narrato nelle liriche dell’album e conduce lo spettatore al culmine dell’immedesimazione fino alla catarsi finale. Semplicemente sublime.

Ci piace pensare che la Divina Commedia, capolavoro fondativo del pensiero e della cultura occidentali, sia stata così permeante nel corso dei sette secoli che le sono seguiti da ispirare anche la musica di fine ‘900 e da rendersi riconoscibile nell’intelaiatura lirica di un album iconico degli anni ’90.

O forse più semplicemente anche questa opera, di cui abbiamo proposto una lettura alternativa, sta a dimostrare che il percorso interiore di caduta e redenzione che ci ha raccontato Dante Alighieri è un’esperienza talmente universale ed umana da essere un’utile chiave di interpretazione di tutta la letteratura successiva, anche quella musicale.

Laura Dimiziani

copertina Depeche Mode Songs of Faith and DevotionSONGS OF FAITH AND DEVOTION
Musiche e liriche di Martin L. Gore
1. I Feel You – 4:36
2. Walking in My Shoes – 5:26
3. Condemnation – 3:29
4. Mercy in You – 4:21
5. Judas – 5:13
6. In Your Room – 6:23
7. Get Right with Me – 3:52
8. Rush – 4:41
9. One Caress – 3:34
10. Higher Love – 5:56

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