Dante a Milano. Politica, cultura e teatro in strada

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Ieri a Milano c’era aria buona. Non parlo dell’inquinamento. La primavera è esplosa e Atir con il suo pulmino rosso ha presidiato Piazza Leonardo da Vinci, coinvolgendo la cittadinanza nella lettura di Dante. Attori, studenti, gente comune, bambini, erano lì in questa primavera folgorante in un rito collettivo, più che teatrale. Erano lì per sancire l’appartenenza a una comunità.
Venerdì erano stati al Piccolo quelli di Atir ieri al teatro Leonardo. Oggi sono a Chiesa Rossa. Festeggiando insieme la festa della liberazione e il padre della lingua italiana, Dante.

Ho preso la mia carrozzina, dopo la metropolitana e un tratto a motore, ecco la bella piazza Leonardo, raccolta nel cuore di città studi. C’era il pulmino rosso e c’era Arianna Scommegna, splendida attrice di cui sono follemente innamorato, che da magico folle folletto coinvolgeva, trascinava, leggeva, faceva arte, spettacolo, teatro, cultura, ma soprattutto faceva un discorso politico con l’esserci e l’invito rivolto alle persone e alla cittadinanza raccolta, a fermarsi, a leggere i versi del poeta. Il suo era un atto politico in quanto reclamava alla cultura il posto che gli compete.
Ho fatto delle foto, molte pessime, alcune buone. Sono stato coinvolto anche io nella lettura di alcuni versi. Ho scelto quelli dell’Inferno in cui Dante racconta il folle volo di Ulisse. Ho preso il microfono aiutato da Arianna, ho detto poche parole introduttive. Sono versi che amo molto. Li amava anche mio padre. L’immagino come versi che celebrano il viaggio della conoscenza.
Ero emozionato nel leggere. Era una di quelle emozioni buone, che fanno sentire vivi.
Conclusa la lettura mi sono aggirato tra gli spettatori, raccogliendo impressioni, idee e riflessioni.

Dante on the road. Arianna Scommegna. Foto Gianfranco Falcone 2021

Il primo malcapitato, vittima delle mie domande è stato Andrea Lisco.
Chi sei?
Mi chiamo Andrea Lisco. Mi occupo delle produzioni Nidodiragno di CMC. Sono un organizzatore teatrale.
Che cosa ne pensi dell’iniziativa di Atir?
La prima sensazione è stata di grande emozione. Sono riemerso dalla metropolitana, sono arrivato e non mi aspettavo di vedere così tanta gente, di sentire un brivido. Ed è la prima volta che mi capita da molto tempo. Ho visto la gente che partecipa, battendo le mani, tutti rivolti con lo sguardo verso un punto, che è il punto dell’arte, in cui si fa arte. Questa cosa in effetti dopo tanti anni di esperienza teatrale mi ha commosso. Devo dire che è stata una cosa molto emotiva ma vera.
Questa di ATIR è disobbedienza civile o è altro?
Segnerebbe riflettere sul concetto di disobbedienza. Credo che non sia un termine adeguato in questo caso. Io credo che sia più un dovere civile e ricostitutivo del tessuto sociale e culturale. Quindi, credo che questo corrisponda perfettamente alla costituzione. Quindi che ci sia poco di disobbedienza. Anzi c’è un forte ritorno, un forte richiamo, a quelli che sono i valori di convivenza civile.

Io ho continuato a raccogliere impressioni. Mi sono intrattenuto con Marta e Riccardo. Mi ha impressionato la loro performance con fisarmonica re violino, e la loro allegria sfrontata.
Iniziative come quelle di Atir sono anche il pretesto perché percorsi teatrali diversi si incrocino come accaduto con Riccardo Dell’Orfano e Marta Pizzocchi, che collaborano da qualche settimana insieme a progetti comuni. Anche a loro ho rivolto le mie domande.
Complimenti per il modo in cui avete nesso insieme Dante e Fabrizio De André. Cosa ne pensate di questa iniziativa di ATIR?
Il primo a rispondermi è Riccardo
Dovrebbero farle tutte le settimane queste cose. Non solo nei periodi di crisi e con i teatri chiusi. È una cosa bellissima.
Anche Marta è della stessa opinione.
Per Marta bisogna portare la cultura nelle strade. Riccardo insiste nel dire che dovrebbe esserci molta più gente a prendere iniziative di questo tipo.
Che cosa hai fatto Riccardo con i teatri chiusi?
Un sacco di serenate nei cortili. Mi chiamano per suonare. Io sono anche un educatore. Non ho bisogno dei teatri.
Lo dice ridendo.
Sono appassionato al lavoro teatrale fatto sulla strada.
E tu Marta l’hai sentita questa crisi?
L’ho sentita di brutto. Sulla pelle proprio. Mi mancano tanti ingredienti che formavano la mia vita di tutti i giorni. Quella del denaro non è la mancanza più grave, si vive anche con poco. Ma se si tolgono le persone, il contatto con la gente, di quello che è fatto il nostro mestiere, lì si muore veramente.
Ci credete che lunedì 26 aprile ricomincerà il teatro?
A rispondermi è Riccardo
Se accade ne sono contento. Ma mi sembra che in questo momento siano più importanti iniziative come quelle di Atir. E lo erano anche prima. L’importante è far star vicina la gente, consentirgli di guardarsi.
Il teatro dovrebbe essere quello?
Sì. siccome è una responsabilità dell’arte, l’arte dovrebbe servire anche a questo, non ad auto glorificarsi, ad autocelebrarsi.
L’arte si è rinchiusa troppo e per troppo tempo nei propri santuari?
I teatri sono in crisi già da tempo. Chi ci va a Teatro? Ma poi non sono un esperto del settore. Da cliente del teatro posso dire che forse il teatro per come è concepito oggi non arriva a tutti.
C’è Brunori Sas che dice Che cosa faccio a fare il cantautore se ai miei concerti non viene neanche un operaio. Quella frase secondo me è significativa.
Allora un po’ più Brecht?
Questa volta è Marta a rispondermi.
I luoghi della cultura che magari offrivano questo tipo di fruizione dell’arte, di contatto con la gente, sono quelli che non riapriranno. Riapriranno La Scala, riapriranno i grandi. Ma quelli piccoli che fanno la cultura dal basso, con la gente, loro stanno morendo. È quello che bisogna andare a salvare.
Li ho ringraziati e ho ripreso il mio girovagare.

Le casse amplificavano i versi in cui il conte Ugolino si getta sul fiero pasto. La piazza era ordinata. Ben disposta all’ascolto. Tutti indossavano mascherine. I bambini giocavano come conviene ad ogni festa.
Arrivo ad un altro ospite che si concede alle mie domande.
Come mai sei qui?
Sono qui perché sono stato invitato da Arianna Scommegna, che l’attrice più brava del mondo, fortunatamente è anche una cara amica e ho aderito. Quindi, ho portato tutti i miei amici, i miei soci della mia associazione.
Chi sei?
Sono Alessandro Castellucci, insegno anche recitazione e dizione. Ho approfittato di questa pandemia per dedicarmi a Dante, durante il centenario. Con ragazzi e non ragazzi ci siamo specializzati su Dante questo inverno. Adesso è arrivata questa primavera bellissima, e con questa occasione e siamo venuti qui.
È un atto di resistenza civile, un atto necessario, che cos’è la presenza di Atir qui oggi?
È la primavera, che abbiamo aspettato a lungo in tutti i sensi.
La cosa più importante che muove il mondo è la curiosità. Come dicevo anche prima con le parole di Dante. Quindi, già il fatto di mettere fuori la testa è importante. Non sappiamo quando ci salutiamo con gli amici se ci possiamo abbracciare, stringere la mano, stare a distanza. Comunque è una rinascita. Quindi dobbiamo riprendere l’abitudine alle cose. E siccome la nostra lingua che noi parliamo abitualmente, fondamentalmente ce l’ha segnata questo signore qua, sembra una buona occasione per riabituarsi alle cose.
Pensi che lunedì riprenderà il teatro o è uno dei tanti falsi allarmi?
Non te lo so dire. Ma io credo di no. Un conto è un proclama politico, un conto è avere le chiavi e avere soprattutto i soldi per aprire un teatro in una stagione che ormai è finita. Quindi, anche se aprono i teatri non è che cambia la vita. Quello che deve cambiare è l’attitudine che noi abbiamo a essere curiosi. Andare a teatro È un atto di curiosità, un atto politico.
Non è lo streaming, non è la Netflix della cultura di Franceschini. O lo è?
No. Andare a teatro vuol dire mettere le scarpe, mettere la mascherina ancora per un po’, e fare un atto di coraggio.
Siete riusciti a viver iniziato in questi mesi?
Di teatro no. Fortunatamente il teatro È fatto di artisti. Gli artisti un po’ si ingegnano, un po’ grazie soprattutto alla tecnologia si riesce a lavorare. Chi lavora con la voce come posso fare io ha lavorato molto. Però chiaramente senza salire sul palcoscenico è un lavoro un po’ con un buco in mezzo, è castrato di qualcosa.

I bambini più piccoli trotterellavano sulle gambe malferme, inseguiti da papà e mamme apprensivi e divertiti, mentre l’aria odorava di primavera e di poesia. I bambini più grandi giocavano ad acchiapparello. Gli studenti erano seduti in prima fila. Onnipresente su tutto e tutti, vigile e attenta, accogliente c’era Arianna Scommegna. In conclusione di giornata le ho rubato qualche minuto.

Soddisfatta della giornata?
Sì. Soddisfatta soprattutto perché le persone hanno voluto partecipare. Ci tenevano a leggere Dante. C’era un pubblico di tutte le età, eterogeneo. È molto bello vedere e sentire i ragazzi che hanno voglia di leggere Dante, che ci tengono.
Perché avete aspettato fino ad oggi?
Arianna fa un lungo sospiro prima di rispondere.
È da novembre che vogliamo fare questa cosa. Noi volevamo andare in giro per la città come l’arrotino con il furgone a leggere Dante. Non ce l’hanno fatto fare perché non si poteva, perché dava fastidio alla polizia locale. Allora abbiamo provato a fare un presidio, statico, della durata di dieci minuti per non fare assembramenti. Sembrava che si potesse fare, ma alla fine la questura non ha voluto. Alla fine siamo riusciti, chiedendo, che fosse una manifestazione politica. Perché una manifestazione culturale in tempo di Covid non si può fare. Puoi fare solo manifestazioni politiche.
Quindi, questa è una manifestazione politica?
Arianna non mi lascia completare la frase e ripete con me.
Questa è una manifestazione politica.
Ancora più interessante.
Sì. Sì anche perché poi è così. È una manifestazione politica. Perché la cultura è innestata nella politica, non è che siano distinte. Cioè la cultura è politica nel senso che interessa alla polis E quindi è innervata nella politica.
Ce l’abbiamo fatta demolire la cultura o c’è ancora qualche speranza?
No. Ce ne abbiamo tante di speranze.
Lasciate ogni speranza o voi che entrate è con Dante. Ma noi ne abbiamo tante.
Il 26 aprile il giorno dopo la festa della Liberazione riusciamo a liberare i teatri, ad aprirli?
Bisogna cominciare. Da qualche parte bisogna cominciare. Per cui io voglio farmi illuminare dalle stelle di Dante.
Non a caso Arianna pronuncia queste parole. L’inferno della Divina Commedia finisce con i versi E quindi uscimmo a riveder le stelle. Le stelle come segno di speranza, di ripresa della vita.
Non voglio farmi imbruttire. Per cui tentiamoci. Ci abbiamo messo cinque mesi per fare questa cosa. Noi lotteremo. Io non mi fermo. Sono testarda come i veneti, perché mia mamma è veneta. Sono testarda. Bisogna essere testardi.
Domani è il 25 aprile. Come lo festeggi?
Facciamo Dante On the Road vicino a Piazza Abbiategrasso, Al parco Chiesa Rossa. Davanti alla biblioteca Chiesa Rossa, dalle tre alle sei. Poi vado all’Arco della pace. Hasta magnana.
Hasta magnana.

Dante on the road Valerio Bongiorno
Dante on the road. Valerio Bongiorno. Foto Gianfranco Falcone 2021

Mi sarei potuto fermare con le dichiarazioni di Arianna. Ma l’appetito vien mangiando. Non sono riuscito a trattenermi dall’intervistare anche Valerio Bongiorno, uomo di teatro dalla lunga carriera. Una carriera fatta di palcoscenici italiani e internazionali, fatti di lavoro teatrale e di programmazione culturale. È stato un incontro pieno di commozione ed intelligenza.

Che cosa ne pensi dell’iniziativa di Atir? Atto artistico, atto politico di disobbedienza civile, o che cosa?
Innanzitutto io ho aderito a questo gesto, un gesto potente, potente, non di disobbedienza civile ma basato su sui due punti che tu hai espresso all’inizio della tua domanda.
Ho aderito perché credo che sia molto importante.
Trattiene la commozione mentre parla. Perché il teatro non è soltanto lavoro. È la sua vita.
L’importanza di Dante On the Road non è un gesto di disobbedienza civile ma di arte nella strada, incontrando la gente, le persone, le persone. Perché gente è un termine troppo ambiguo. Le persone. Le persone che sono lì. Incontrando le persone che stanno insieme, che sono lì, e tu le incontri. Alcuni hanno letto i pezzi di Dante. Non era il problema sono attore non sono attore, devo mostrarmi. Non è quello. Non è quello. È che le parole lì avevano un peso. Ed era un gesto potente perché c’era l’elemento della comunità. E l’elemento della comunità va anche oltre addirittura oltre il linguaggio.
Forse noi alcune cose non riusciamo a capirle di Dante. Ma non è quello il punto. È come quando ti trovi davanti a un quadro di arte moderna, contemporanea, e non riesci a darti una spiegazione logica, eppure quella cosa lì ti comunica, ti dici qualche cosa. Non bisogna essere imparati per imparare. Occorre cuore e testa. Io ieri ho letto Porta in milanese. perché è uno dei tanti grandi poeti di questa città, per fare omaggio a lui e a Dante.
Non importa se tu capisci o non capisci. È vero, è chiaro, evidente, che devi capire. Ma come inizi a capire? Non puoi pretendere, non puoi fissarti sulla pretesa di comprendere. Devi fare un passo indietro. C’è un elemento, ed è l’altro pezzo che ho letto, che mi fa impazzire, perché c’è quella frase stupenda del Porta che dice Amor che nella mente mi ragiona, che è proprio questa cosa qua dell’arte L’amor che nella mente mi ragiona. Quando il cuore non può vivere senza la mente, la mente non può vivere senza il cuore.
E guarda caso dicendo queste cose sto pensando alla nostra situazione, alla crisi terribile che stiamo vivendo oggi. Penso agli scienziati. Nelle grandi figure degli scienziati tu vedi sempre comunque che c’è questo elemento di curiosità. In fondo scusa, ma la curiosità che cos’è? Il desiderio di conoscere che fa che pagare a Ulisse che cos’è, se non un elemento che ha a che fare con nostro cuore?
Non è un caso che ieri abbia chiesto di poter leggere il canto di Ulisse e del suo folle volo. Aldilà della ragione.
Aldilà della ragione, ma comprendendo la ragione. Questa è la cosa è interessante. Per me Dante On the Road ha questi elementi. C’è cuore e mente, attraverso qualche cosa di semplice, di semplice, ma che è nella relazione, nell’ascolto, nella capacità di coinvolgere.
Ma tu l’hai vista Arianna che becca i ragazzi che passano, e li fa recitare?
È ancora più bello che a farlo sia una grande attrice come Arianna. Perché Arianna è una grande attrice. Perché c’eri? Perché hai deciso di esserci?
Innanzitutto perché potevo permettermelo. Potevo farlo. Dovevo farlo. Nel senso che io sono in pensione sostanzialmente. Perché ho più di quarant’anni di lavoro nel campo del teatro.
Secondo, era una mia responsabilità. È una mia responsabilità. Perché quella gente lì…
Si ferma. Si riprende dalla commozione.
Perché quella gente lì sono miei colleghi. È la mia responsabilità ed è stato un mio piacere. Non dovevo mostrare nulla, dovevo essere solamente lì con loro, con gli strumenti che ho. Con quello che ho imparato in tutti questi anni. E c’è sempre da imparare. Sempre. Anche ieri ho imparato tantissimo. Questo per me è importante. Oltretutto siamo in un momento difficile, molto molto difficile. Io sono fortunato. Ma c’è gente invece più giovane, che magari ha anche i figli. Detto questo io poi ci sono anche perché io stimo moltissimo Atir. Lo stimo per il progetto che ha, per l’idea che ha di teatro. Era un po’ l’idea che io avevo, che ho sempre avuto in realtà, il lavoro d’insieme, un lavoro di squadra, che è una squadra che condivide, che sa crescere insieme. Per me è sempre stato così, io imparavo dagli degli altri e con gli altri io crescevo.
La cifra di Atir è la capacità di uscire dai santuari e occupare le piazze?
La cifra di Atir è quella di riuscire ad avere una relazione, una dialettica, fra i santuari e il resto, non solo le piazze, e il resto. Questo secondo me è molto importante. È una squadra che lavora insieme, con grande fatica, con grandi sacrifici, e crescendo. Questo è fondamentale. E cercando di approfondire la propria vocazione anche cambiando le parole, cambiando anche i termini, approfondendo. Perché non parli di collettivo, parli di squadra, di comunità, di appartenenza, di condivisione. Perché hai trovato delle parole che sono molto più conseguenti rispetto alla scelta che tu hai fatto. Passando attraverso tutti gli elementi del linguaggio teatrale, che so dal teatro comico piuttosto che dal teatro canzone. Non sclerotizzandosi in un contenitore, che è pure importante, ma nel contempo istituendo una dialettica fra contenitore e contenuto.

Gianfranco Falcone

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