Data mining, algoritmo del simplesso e condizione umana

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Anche l’opinione pubblica più disattenta, indifferente o ignorante, e le Istituzioni sovranazionali, tardivamente, hanno preso atto che esistono “tecniche e metodologie che hanno per oggetto l’estrazione di un’informazione o di una conoscenza a partire da grandi quantità di dati” e che Cambridge Analytica – nella fattispecie, per il tramite di Facebook -, attraverso metodi automatici o semi-automatici attivi sulla rete telematica policentrica, ha utilizzato scientificamente, industrialmente e operativamente questa informazioni.

Il management dei big-data, svelato a tutti, serve a costruire, per finalità economico-commerciali e politico-sociali, dei profili digitali di singole persone o di aggregati collettivi alterandone truffaldinamente l’identità (atomizzandola in segmenti d’interesse mercantile e per il controllo sociale) e manipolando la trama dei rapporti sociali ricondotti a “modalità domanda – offerta”.

La recente vicenda dei “profili rubati” esalta la funzione disciplinare del data mining incrementando, con l’implementazione economico-politica dell’I.C.T. sempre più invasive e raffinate, la degenerazione autocratica della “democrazia liberale” ove gli individui da “soggetti di una comunicazione” sono trasformati in prigionieri ovvero “oggetti d’informazione” (rif. a Jeremy Bentham, Panopticon or the inspection-house, London, T. Payne, 1791; a questo proposito, importante tutta la produzione di Michel Foucault  [1], con particolare riguardo all’introduzione della categoria di «società della normalizzazione» concepita per etichettare unitariamente le pratiche di governo nelle società tardo-moderne; rif. M. Foucault, La società disciplinare, Mimesis, 2010).

Gli organi d’informazione (rif. a Il Sole 24 Ore), coniando l’ennesimo neologismo – “datagate” -, ad uso e consumo d’una lettura tutta interna al sistema economico-finanziario ed al rapporto hi-tech, sicurezza e privacy, insistono nell’enfatizzare la necessità di revisionare le norme a tutela dei dati personali, consapevoli che dal 25 Maggio 2018 sarà applicato il General Data Protection Regulation (GDPR), un quadro normativo più rigoroso sul trattamento dei dati con un rilevante impianto sanzionatorio. In secondo luogo, inevitabilmente, vengono divulgate le preoccupanti derive della borsa-titoli che, in miliardi di dollari e nelle variazioni in percentuale, vedono un susseguirsi catastrofico di sedute dedicate alle contrattazioni in perdita vertiginosa per quanto riguarda Facebook, Twitter, Snapchat, Alphabet (Google), Apple.

Contingenti dinamiche politico-affaristiche sembrano configurare il perimetro informativo dello “scandalo”; null’altro sorge all’orizzonte cognitivo degli osservatori. Viceversa, molto d’istruttivo si deve ricavare dalla vicenda dei dati sottratti. Ad inizio secolo, ad esempio, Antonio Negri e Michael Hardt scrivevano: «La società del controllo può quindi essere definita come una intensificazione e generalizzazione dei dispositivi normalizzatori della disciplina che agiscono all’interno delle nostre comuni pratiche quotidiane; a differenza della disciplina, però, questo controllo si estende ben oltre i luoghi strutturati dalle istituzioni sociali, mediante una rete flessibile e fluttuante» (Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2001, pag. 39). A dimostrazione che tali questioni sociali, riguardanti miliardi di persone, sono oggettivamente dilemmi di governance capitalistica, o meglio ancora problemi di gestione, di amministrazione, di organizzazione sociale orientate alla normalizzazione delle contraddizioni ed alla massimizzazione dei profitti; operazioni queste ultime che comportano un’ottimizzazione matematica, che oggi assume le sembianze di varianti sofisticate di un algoritmo, detto algoritmo del simplesso, parte integrante della management science, elaborato da calcolatori in permanente aggiornamento tra i quali il POWR4 dell’IBM first dual core chip multiprocessor del 2001 lascia ormai una sbiadita traccia archeologica.

Essere geolocalizzati per ricavare il “sentiment” e le inclinazioni intellettive ed emotive sono azioni all’ordine del giorno della navigazione in rete; propensioni sociali e stili di vita sono oggetto di intensa elaborazione di dati estratti da comportamenti “analogici” e “digitali”; lo scopo è generare profili mentali dettagliati dell’internauta (non del tutto ignaro) legati alla sua biografia, alle consuetudini sessuali, al patrimonio culturale personale, al Q. I., non trascurando le gratificazioni esistenziali, la Weltanschauung, il convincimento politico.

Sic stantibus rebus, il doppio svolgimento della “società della conoscenza” contemporanea – libertà o coazione – porta delle conseguenze, ossia la necessità d’una scelta: si può rifiutare la soggezione con l’autodeterminazione oppure restare sottomessi. La situazione è tale che va introdotto un criterio di scelta.

La forza d’inerzia dell’industria culturale digitale del “consenso” al “sistema” si rivela annichilente, via via più inadatta a fornire risposte e soluzioni congrue con la condizione umana, decretandone l’irrilevanza, e ingabbiando nell’informatizzazione, nella robotica e nell’intelligenza artificiale (ossimoro semanticamente fatale) quella verità tradizionale che nell’evoluzione del Web vede «uno sviluppo del capitalismo globale, una tecnologia innovatrice, un nuovo panottico di sorveglianza, una possibilità di controllo a distanza dei lavoratori, una produzione di identità virtuali, un’opportunità per mille operazioni di hackeraggio benefiche e malefiche, una possibilità di velocizzare e ampliare le nostre comunicazioni orizzontali e tante, tantissime altre cose ancora» (Renato Curcio, L’impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale, Sensibili alle foglie, Roma, 2015, pag. 8). Il sistema di navigazione ipertestuale si conferma «l’espressione estrema dell’espansione capitalistica, la più pervasiva, non l’irruzione di istituzioni che ne modificano i presupposti» (idem, pag. 91). Capitalismo e rete condividono almeno tre elementi: la struttura gerarchica costituita da «una nuova oligarchia economica esperta nell’esercizio del potere digitale» (idem, pag. 9); l’orizzonte planetario, il metacontinente virtuale fatto di connessioni digitali globali; l’intenzione totalizzante di occupare tutto il territorio del tempo e dell’immaginario. Da ciò «la schiavitù di cui sono vittime gli entusiastici abitanti dell’impero» (idem, pag. 68), il quale si presenta «come una società della trasparenza identitaria; una società degli alias digitali accreditati e domiciliati in account, con-vinti e attivi, ma sempre trasversalmente monitorati senza alcuna pausa» (idem, pag. 100-101). Questa forma di trasparenza totalitaria si accompagna ad altri cinque fenomeni principali: «L’iperconnessione, la schiavitù mentale, l’app-dipendenza, l’alienazione della memoria, il furto dell’oblio, e il deterioramento della sensibilità relazionale» (idem, pag. 10).

Rammentiamo che i ragazzi assuefatti alla rete sono l’80% dell’utenza del Day Hospital di Psichiatria del Policlinico “Gemelli” di Roma (dal 2013, primo Ambulatorio e day-hospital contro la trappola delle dipendenze multiple). Il restante 20% sono adulti e nel loro caso, a destare problemi, sono le ore di gioco d’azzardo online e di accesso ai siti pornografici che arrivano a far perdere il posto di lavoro. Nei casi più acuti i giovani passano fino a 18 ore al giorno di fronte ad uno schermo. Si perde il sonno, la concezione del tempo e dello spazio si dilatano e distorcono. Un trip da cui è difficile svegliarsi perché InterNET non dorme mai, è un flusso continuo, sempre pronto a saziarci con emozioni facili, rapporti puramente “cognitivi” e allo stesso tempo così intimi da scambiarsi inviti sessuali. InterNET può sottrarre l’esistenza. Le relazioni web mediate, lo dimostrano numerosi studi, aumentano aggressività e disinibizione sessuale. Il web è come una grande platea, un continuo ritrovo sociale dove si ha l’occasione di re-inventarsi a proprio piacimento. Le regole per farlo, tuttavia, sono precise. Bisogna apparire spensierati, vivere con l’acceleratore sempre premuto. Come altrove si programmano identità “alternative”, così si diviene, nell’imperio dell’etero-direzione.

A questo “umanesimo” post-veritiero ad alta intensità tecnico-scientifica e ad elevato impatto manipolatorio va opposto un neo-materialismo (fondato su di un sistema dei “bisogni radicali”, non indotti; rif. a Agnes Heller, Sociologia della vita quotidiana, Editori Riuniti, 1975; La filosofia radicale, Il Saggiatore, 1979; Oltre la giustizia, Il Mulino, 1990) in grado di fronteggiare una vera e propria regressione storica e culturale in corso (nascosta dal Velo di Maya della tecno-vita) a danno di ogni singolo individuo non più considerato fine ultimo e luogo supremo della ragione e della libertà.
Giovanni Dursi

 

[1] Maladie mentale et psychologie, Paris, P.U.F., 1954. Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, Plon, 1961. Raymond Roussel, Paris, Gallimard, 1963. Naissance de la clinique. Une archéologie du regard médical, Paris, P.U.F., 1963. Les mots et les choses. Une archéologie des sciences humaines, Paris, Gallimard, 1966. L’archéologie du savoir, Paris, Gallimard, 1969. L’ordre du discours, Paris, Gallimard, 1971. Ceci n’est pas une pipe, Montpellier, Fata Morgana, 1973. Surveiller et punir. Naissance de la prison, Paris, Gallimard, 1975. La volonté de savoir. Histoire de la séxualité, I, Paris, Gallimard, 1976. L’usage des plaisirs. Histoire de la séxualité, II, Paris, Gallimard, 1984. Le souci de soi. Histoire de la séxualité, III, Paris, Gallimard, 1984. Introductionà I. KANT, Anthropologie du point de vue pragmatique, Paris, Vrin, 2008.

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