Davide Enia, Appunti per un Naufragio

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Maledetto Davide Enia che con il suo Appunti per un Naufragio, mi ha fatto piangere dalla prima all’ultima pagina. Maledetto lui e il suo lirismo, che mi hanno messo di fronte a una realtà altra rispetto alle narrazioni ufficiali, progressiste o destrorse che siano.
Con la sua poesia Enia mette a nudo l’uomo presente alla propria fragilità.
Appunti per un Naufragio di Davide Enia apre spiragli su un mondo lontano dalla narrazione cronachistica, fatta di conflitti tra pezzi delle istituzioni, di leggi, alleanze politiche.
Davide Enia apre uno squarcio sull’umano.

Ho letto quel libro con le lacrime agli occhi.
Ho ascoltato le parole di quel rescue swimmer, uno di quelli che in tuta arancione si tuffa in mare durante le operazioni di soccorso. Un omone massiccio che ha pianto dentro di sé per le vite non salvate.
Ho visto quel volontario praticare contro ogni logica per venti minuti di fila il massaggio cardiaco a un naufrago, e con quel gesto privo di ogni senso, riportarlo alla vita, resuscitarlo.
Ho letto di quella miscela putrida di urina, benzina, acqua salata di mare, che brucia i genitali femminili, perché le donne sono poi sempre le ultime degli ultimi. Loro non stanno sui tubolari ma in mezzo ai battelli dove si forma quella pozza nauseabonda.

Mentre leggevo arrivavano le notizie dei nuovi finanziamenti alla guardia costiera libica. Perché la politica ha paura di dire che non esiste la Libia, e tanto meno una guardia costiera libica. La politica coltiva e ci propone l’illusione che qualcuno debba proteggerci dalle orde dei migranti. Volendo impedirci con questo di guardare negli occhi la storia, la realtà.
Appunti per un naufragio non è solo un libro sui salvamenti, sui naufragi. È un libro che parla di fragilità, e che parlando di morte parla di vita.
Enia usa le parole nella loro veste essenziale. Sono parole nude come lo sono le ossa levigate dalla salsedine e dal vento. Sono parole Inframezzate dal dialetto siciliano, dai silenzi tra un padre medico e un figlio scrittore. Uomini che non riescono a trovare il centro, un equilibrio, in una relazione piena d’amore e pudore, che veglia la malattia dello zio dell’autore, fratello del padre. Tanto che potremmo anche descrivere questo libro come la ricerca di senso dell’essere padre, dell’essere figlio.

Su tutto domina Lampedusa con i suoi colori, con la sua gente, con i riti di iniziazione dei bambini, nel loro nuotare in apnea, nel loro tuffarsi dagli scogli.
Dopo tutto quello di Enia non è solo un libro sui naufragi. È un libro che racconta storie d’amore. In cui i protagonisti sono ridotti alla loro essenzialità, a un’essenzialità a cui li obbliga la legge del mare, che non conosce differenze di colore, legge, religione. È una legge che chiede solo il rispetto della vita. È una legge lontana dalla retorica del tempo. In cui il nostro umano non si misura sulle ideologie, sui saperi, ma sui gesti necessari a trarre in salvo vite.
Come si calcola la forza del mare? Che cos’è un mare forza sette? È un titano? È un guerriero che si scaglia contro chi è senza armatura, in un guscio di noce chiamato imbarcazione?
Eppure, nonostante quel vento e quel mare, i volontari escono, le Ong escono, solo con la forza dei nervi, solo perché è così che si deve fare.

In quel mare conosciamo coperte termiche, hot pack che rompendosi emanano caldo. Assistiamo alla morte che irrompe silenziosa, in un gioco di sottrazioni, in cui non vediamo cadaveri. Sappiamo che la guardia costiera non rintraccia i gommoni mancanti in un giorno di tempesta. È la morte silenziosa che non ha immagini, non ha annunci pubblicitari, così come i morti seppelliti nel piccolo cimitero di Lampedusa non hanno nome. Sono gli anonimi della disperazione. Allora tocchi con mano quella sofferenza, quella afflizione che i naufraghi conoscono e sanno prima della partenza. Eppure partono. Perché è meglio la morte che quella fame che li divora giorno dopo giorno. Li divora, li svuota, li sfianca fino a non renderli più umani. Allora tentano la traversata che alla maggior parte delle donne causa stupri a ripetizione, agli uomini torture senza fine nell’attraversamento del deserto, nei lager libici.

Tutto questo viene raccontato, descritto, evocato attraverso una scrittura essenziale, rigorosa, poetica, in cui ogni parola è un urlo lanciato dall’autore, dai personaggi che incontrano lo scrittore. Apparentemente il loro narrare è senza clamori, ma forse per questo arriva come un pugno ancora più forte allo stomaco.
Il ruggito del mare si fa più feroce, vento forza otto, onde alte sette metri. Eppure i volontari e la guardia costiera escono. Eppure ultima e atroce beffa i ragazzi salvati dal naufragio muoiono per il freddo sulle motovedette che li portano in salvo. Ne muoiono a grappoli. Quando tutto sembrava ormai finito. Ne muoiono ventinove la prima volta che Gabriella il medico esce in missione. Ventinove.

Ma la morte non è solo per i migranti è anche per zio Beppe assediato dal cancro. La morte e la sua attesa sono anche per quello zio di cui si ricorda una partita a pallone nel settantaquattro. In cui l’autore decide che tipo di uomo essere. Deciderà di essere un uomo, quando lo zio gli chiede se vuole essere un uomo o un quaquaraquà. Sarà lo stesso zio Beppe a dire che solo l’ascolto potrà salvarci. Perché sia che tu sia malato, piccolo, grande, o emigrante, non siamo solo corpo. C’è anche altro, esiste tutta la parte immateriale dell’essere umano. E, se non la si riempie almeno un po’, è il vuoto.

Attraverso queste pagine si scopre che Lampedusa è tecnicamente un rilievo della placca tettonica africana, un altipiano emerso dalle acque. Paradossale, come dice Enia, che l’isola più a sud dell’Europa e il continente africano siano lo stesso pezzo di terra.
E si accumulano i particolari. Migranti che attraversano il deserto piedi sotto il sole infuocato. I morti nella traversata che vengono depredati, denudati, perché ogni elemento, della cinta alla camicia, può servire ad ogni tappa. Perché ad ogni tappa bisogna pagare.
Infine, quando si riesce a salire sui gommoni la benzina finisce presto e si sputa sangue, si beve e si condivide con gli altri l’urina raccolta nei bicchieri, nelle bottiglie. Fino a quando un’onda più alta delle altre, o presa di traverso, ti butta in acqua. Fino a quando sei buttato in acqua dagli scafisti perché protesti. Allora urli il tuo nome perché la tua morte non venga dimenticata.

In tutto questo ci sono i nomi di Vito, di Simone di Onder, Alessandro, Costantino e di tutti gli altri abitanti di Lampedusa che accorrono il 3 ottobre del 2013 a strappare a mezzo miglio dalla costa di Lampedusa più di cinquecento naufraghi.
Quella che ti parla è gente normale, operai con le mani grandi e indurite dallo spaccare pietra, dalla pelle cotta dal sole che non hanno esitato un momento a trarre in salvo vite. Si piegavano e tiravamo su, e tiravano su. Si spiegavano senza pensieri, senza guardare niente, soltanto tentavano di afferrare chi sporco di gasolio sgusciava tra le dita.
In fondo al mare ne rimangono trecento sessantotto.
L’unico rimorso dei lampedusani è stato quello di non essere riusciti ad arrivare in tempo, di non essere riusciti a salvarne di più, in una notte sporca di gasolio in cui corpi scivolavano, e l’unico modo per tirarli fuori dell’acqua era di prenderli per le magliette, per le cinghie, per le cinture.
In quel tentativo non c’è più retorica, politica, i biechi calcoli delle alleanze, la conta dei voti che si possono ottenere giocando sulle paure e sulla nostra ignoranza. C’era solo gente che vedeva la morte e altri uomini morire. C’era la gente di mare. C’era gente di Lampedusa che cercava di salvare vite. Vedendo in ognuno di quei corpi un fratello, un figlio, un amico, un parente. Nient’altro, non razze, non colori, non fedi.
C’è solo la gente di Lampedusa ad accogliere i parenti dei morti che paradossalmente arrivano dal nord Europa. Quando i parenti scendono dalle navi piangono. La gente di Lampedusa li abbraccia e li conforta. Come fece con quei due bambini eritrei. Come erano belli quei due bambini di appena quattro anni adagiati in terra sopra una coperta termica. Erano morti ma non si potevano lasciare così sulla nuda terra. Allora si cerca una pedana di legno per staccarli dal suolo.
Il collettivo Askavusa di Lampedusa raccoglie i poveri oggetti che i migranti portano con sé durante la traversata. Quasi in un museo della pietà.
Poi c’è Franco il falegname dell’isola che costruisce croci con il legno dei barconi, le distribuisce per sensibilizzare sulla tragedia del Mediterraneo.
La gente costruisce delle docce, ammucciùni, di nascosto, per far lavare i ragazzi che escono dal buco del Centro in cui sono portati dopo lo sbarco. Escono da un buco di cui tutti conoscono l’esistenza ma che nessuno ripara. Escono per telefonare, ai parenti e rassicurarli, escono per ricaricare i cellulari. E tutti sono accolti dalla gente di Lampedusa.
Tutti questi sbarchi si intrecciano con la vita quotidiana della gente di Lampedusa.
Vincenzo lava e seppellisce i morti, compresi quelli dei naufragi, e per ogni morto una croce, perché al di là del colore e delle fedi le ossa di tutti sono bianche.
Paola viene incaricata di scrivere i nomi dei naufraghi sepolti nel cimitero. Decide di scrivere le circostanze della morte perché è l’unico dato che ha.
I lampedusani sono sempre lì a salvare, a seppellire, ad accogliere, a rifocillare, a lavare i morti, a portare il peso della memoria, a piangere per le vite che non riescono a mettere in salvo, non possono mettere in salvo. Sono lì a difendere l’onore dell’Europa.
Sono lì a testimoniare che l’umanità e la solidarietà sono possibili.
Sono presenti fino alle ultime parole del libro, che descrivono le condizioni di salute di zio Beppe. Fino a quelle parole che possono essere metafora di un destino individuale e collettivo. Dove il naufragio non è solo quello dei migranti, ma anche quello di una cultura politica ed etica dell’Europa intera.
Le condizioni peggioravano dopo giorno dopo giorno. La zattera imbarcava sempre più acqua.
Siamo tutti in cerca di un approdo.

Gianfranco Falcone

Davide Enia
Appunti per un Naufragio
Selerio Editore
edizione 2019
pagg. 211
€ 15,00

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