L’abisso di Davide Enia. Partitura per un naufragio di migranti

Davide Enia in L'abisso
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Non se ne parla più. Ma d’altronde è come per le sfilate di moda, ogni stagione ha la sua. Evidentemente questa non è la stagione dei migranti.

Non si parla più di migranti. Almeno non come un tempo, in cui si pensava e si urlava che il vero problema dell’Italia, dell’Europa, fossero le orde dei barbari che premevano alle frontiere.
Adesso le nostre paure sembrano sostituite da altri fantasmi, da altre vicende più urgenti. Forse lo sono. Ma il Mediterraneo?

Nel Mediterraneo si continua morire, oggi come ieri. Non è una storia del passato. Fanno bene Davide Enia e Giulio Barocchieri a ricordarcelo con L’abisso. Spettacolo straziante e lancinante, in cui la drammaturgia delle parole portata avanti da Davide Enia sul palco si fonde e si unisce alla drammaturgia dei suoni, portati avanti dalla raffinata e convincente musica composta ed eseguita da Giulio Barocchieri.

Davide Enia racconta una storia importante, una storia di naufragi. In scena va il naufragio di un popolo, che non è soltanto quello proveniente dall’Africa, che muore sulle coste di Lampedusa, tra le onde del Mediterraneo. L’abisso racconta anche il naufragio intimo di fronte alla morte, di fronte a ciò che non può essere spiegato, non può essere compreso. Durante lo spettacolo l’attore palermitano lo dirà anche Bisogna trovare un naufragio interiore da poter accostare al naufragio dei popoli per poterlo raccontare.
Proprio per questo il racconto diventa un atto doloroso, un esporsi, con la propria fragilità, con quelle parti di noi stessi che non vorremmo guardare, non vorremmo vedere. Le parole e la musica narrano anche dei rescue swimmer che del mare conoscono solo una legge. La legge del mare vuole che si salvino le vite. È una legge semplice, ineluttabile, necessaria, inevitabile, persino banale. Terribile nella sua semplicità. In mare si salvano le vite.

Il testo portato in scena da Davide Enia è impeccabile, la sua capacità evocativa e straordinaria. La sua scrittura è asciutta, essenziale. Attualmente in Italia ci sono soltanto lui e Lina Prosa in grado di far vivere il dramma dei migranti in modo così vivido. Lina Prosa con Lampedusa beach e Davide Enia con il suo Appunti per un naufragio che poi diventa L’abisso.

Davide Enia in L'abisso
Davide Enia in L’abisso. Foto Futura Titta Ferrante

Giulio ha raccontato ad Aurora, la mia accompagnatrice, che durante lo spettacolo hanno dovuto togliere le parti più dure, presenti nel libro. Un libro può essere chiuso, messo sul comodino, abbandonato, ripreso. Si può anche decidere di non leggerlo. Con uno spettacolo è diverso. Sei lì, seduto in poltrona non puoi allontanarti. Così la decisione di essere pietosi con lo spettatore. Per fortuna questa pietà, perché quello che va in scena è già abbastanza duro così. Si parla di morte, si parla di abbandoni, di naufragi, di bambini lanciati nelle onde per poterli salvare, di braccia che strappano vite afferrandole per i capelli, di sepolture pietose.  Si parla di tutto ciò che vorremmo non ascoltare, che vorremmo fosse diverso, ma che così non è. Non vorremmo sentirne parlare perché non si tratta di una storia del passato. È una storia del presente. Nel Mediterraneo si continua a morire.

Ma quella raccontata è anche una storia d’amore. È la storia d’amore tra un padre e un figlio, tra un nipote è uno zio. È una storia di amicizie, è una storia di coraggio, è una storia umana. È la storia di quanto i pescatori, i volontari, il popolo di Lampedusa non vogliano arrendersi all’inumano. Quindi continuano a salvare vite. Lo fanno incondizionatamente. Con questo salvano, loro fra i pochi, l’onore dell’Europa. Cieca a un dramma che si ripete ogni giorno nell’indifferenza delle nazioni.

Davide Enia è impeccabile nella recitazione. È ironico, tragico, accalorato, crea intermezzi drammaturgici con il canto. È un canto antico, un canto che trae origine dalle pietre assolate della sua Sicilia. È una Sicilia amata, rispettata. Come non potrebbe esserlo questa Sicilia che è ancora Magna Grecia, è terra di grande cultura. È la terra di Sciascia, di Pirandello, di Verga. Ma è anche la terra di Letizia Battaglia, Shobha Battaglia, Emma Dante, Lina Prosa, Davide Enia, Giulio Barocchieri. È una terra che soffre. È una terra che ama.

Durante L’abisso oltre al canto, e ai diversi registri recitativi utilizzati da Davide Enia, mi ha impressionato anche l’uso che l’attore fa delle mani, dei gesti, dei movimenti, della prossemica in generale. Noi italiani in questo siamo maestri, ma lui ancora di più. utilizza le mani è come se plasmasse l’argilla, seguisse il vento. Riesce così ancora di più a dare vita a volti, a scandali, a passioni, ritrosie, dimostrandosi attore a tutto tondo. Perché è vero che il suo è un teatro di narrazione, ma ha in sé la tradizione più profonda del teatro dei pupi, dei cantastorie che nei Sud del mondo attraversano le piazze per raccontare, spiegare, mantenere viva la storia dei piccoli uomini e dei grandi uomini. In questo è aiutato dalla musica di Giulio Barocchieri, che di volta in volta fa da contrappunto, attenua il dramma, lo enfatizza, dà pause alla recitazione convulsa, sofferta, accorata, ironica ed epica di Davide Enia, che sul palco costruisce un’epica, un’etica.

A sipario chiuso a colloquio con Giulio Barocchieri e Davide Enia.
Davide Enia, caratterizzato da un’energia che sembra inesauribile passa a salutare gli amici, che lo attendono al di fuori delle porte dell’auditorium della Casa della carità. Promette di tornare da lì a poco. Io inizio a porre le mie domande a Giulio Barocchieri

Complimenti a entrambi. Mi sembra che la storia non sia soltanto raccontata attraverso le parole, ma anche attraverso la tua musica. Bella la vostra collaborazione. Farò la stessa domanda anche a Davide. Dov’è che trovi ogni sera l’energia e la forza per passare attraverso i drammi personali e quelli collettivi che mettete in scena con L’abisso?
Bella domanda perché ne usciamo distrutti ogni sera.
Alla fine tu eri madido di sudore.
In realtà ogni sera è un naufragio anche per noi, ne usciamo veramente sfiniti. La forza è quella delle persone che avete visto in scena. Perché noi comunque tutte le persone del racconto le abbiamo conosciute.
Quindi tu hai accompagnato Davide a Lampedusa?
Sono stato anche io a Lampedusa. La storia dei pupazzetti rosa di dinosauro, regalati ai bambini appena sbarcati, è avvenuta mentre ero anche io lì. Anche perché dovendo scrivere delle musiche per una storia così intensa, così dettagliata, così forte, era giusto anche da parte mia creare il legame. Se no sarebbe stata una musica appiccicata. Invece doveva essere come un’altra drammaturgia.
La drammaturgia parlata e quella musicata si fondono veramente molto bene.
L’obiettivo era veramente questo. Perché poi quando Davide raccontava avevamo negli occhi, nelle orecchie, nel respiro, esattamente le stesse emozioni. Quando lui ha iniziato a raccontare anche io mi sono rituffato indietro.
Da quanti anni dura la vostra collaborazione?
Noi abbiamo iniziato nel 2003. In realtà ci siamo conosciuti facendo gli spettacoli. Poi abbiamo vissuto tanto insieme, perché facevamo spettacoli quasi tutte le sere. Per quasi tutti gli anni. Fino a 2009 eravamo quasi sempre in scena. Quindi poi alla fine la fortuna è che abbiamo trovato anche un equilibrio umano, che ci ha accompagnato nei vari percorsi della nostra vita.
Sei anche tu di Palermo?
Sono di Palermo. Questo è molto importante perché in realtà il dialetto non è solo il dialetto che usa lui ma è il dialetto dei lampedusani. È un dialetto che ho capito esattamente come l’ha capito lui, e l’abbiamo capito a fondo perché è il nostro dialetto. Quindi abbiamo capito sia le parole sia i silenzi. Il verbo quartiare che lui usa a un certo punto dello spettacolo è qualcosa che io conosco perfettamente. Io so esattamente che cosa significa.
Ce l’hai nella carne quella parola.
Anche per questo è stato molto importante fare l’esperienza di Lampedusa insieme perché abbiamo lo stesso linguaggio. Abbiamo vissuto esattamente nello stesso modo quello che abbiamo visto.
Quanti anni hai?
Ne ho 45.
Sei un pischello.
Ci battiamo bene.
A dirlo è Davide, con la sua voce profonda, baritonale. Io riprendo dalle sue parole.

Tu avrai più o meno cinquanta, cinquantadue anni.
Davide replica facendo il finto offeso. Ridiamo insieme del suo onore ferito.
Ne ho quarantotto.
Dove trovi ogni volta l’energia per riattraversare quello che è un dramma privato, la morte di tuo zio, il rapporto con tuo padre, ma anche collettivo?
Me la dà quella moltitudine che porto con me, quell’immateriale nei termini delle persone evocate. I vivi che ci sono, quelli che non sono più vivi, mi sostengono. Mi sostiene la chitarra di Giulio che mi tira fuori dal malessere fisicamente. Mi sostiene l’allenamento che pratico per riuscire a reggere emotivamente.
In una precedente intervista mi dicevi che pratichi boxe come allenamento.
Quando posso mi alleno sempre.
Stai lavorando qualche cosa d’altro?
Sì. Italia Brasile tre a due.

Prima di scrivere l’articolo ho provato a capire, a ricordare che cosa significhi veramente il verbo quartiare. Aurora che è di Catania, e mi ha accompagnato allo spettacolo, ha provato a dare una sua versione. Ha telefonato ad amici di Palermo, ha chiesto alla madre. Per scaramanzia ho preferito non tradurlo.
Vi prego quando andrete a vedere lo spettacolo, perché è necessario che ci andiate, scrivetemi e ditemi: Quartiare che cosa significa?

Gianfranco Falcone

Casa della Carità – Milano
27-28 maggio 2022
L’abisso
tratto da Appunti per un naufragio (Sellerio editore)
uno spettacolo di e con Davide Enia
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
produzione Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo, Accademia Perduta/Romagna Teatri
in collaborazione con Festival internazionale di narrazione Arzo
organizzazione Luca Marengo
collaborazione tra Casa della Carità Piccolo Teatro

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