Davide Enia. Naufragi e controllo massificato dei corpi.

Davide Enia Maggio '43
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Una decina di giorni fa ho iniziato a leggere Appunti per un naufragio di Davide Enia. Me ne sono innamorato. Ho avvertito la necessità di recensire il libro, intervistare l’autore e prenotare per il suo spettacolo Maggio ’43, che debutta il 30 giugno al chiostro del Piccolo di Milano.
Quello che segue è il frutto di un’appassionata intervista rilasciata dall’autore.

Davide Enia

Chi è Davide Enia?
Dovendo radicalizzare la risposta direi che sono un isolano. E dovunque vengo messo, dovunque vado, porto dentro di me la condizione dell’isola.

La tua è una scrittura asciutta, molto legata alla Sicilia, all’essere isolano. Che cos’è per te la Sicilia? Un legame di sangue? Una metafora? Un enigma?
In assoluto per me la Sicilia è casa. Dove la prima parola che compongo nel mio vocabolario sentimentale quando penso alla Sicilia è casa mia. È il luogo nel quale sono nato e mi sono strutturato come essere umano, nei miei comportamenti, nelle modalità relazionali, nella costruzione simbolica. In questo le particolarità fisiche, geografiche della Sicilia ne fanno un luogo particolare, rispetto per esempio al continente. L’essere isola è una condizione eternamente presente. Dove per eterno si intende una condizione immutabile nell’arco del nostro transito terrestre. Ed è una condizione che ti accompagna sapendo che la terra finisce, ad un certo punto comincia il mare, oltre il mare c’è altro. Ma bisogna imbarcarsi per prenderlo. È questo la Sicilia. Accanto a questo primo movimento ce n’è uno che nasce in realtà da uno scavo in profondità, da un affondare le mani dentro le viscere di questo territorio, nella sua cultura, nella sua storia. Nel tentativo di ricostruire tramite questa operazione d’immersione un ritratto il più possibile fedele a me stesso. Perché io di questa terra mi considero figlio.

Questa ricerca dell’altro fa parte della struttura di chi nasce su un’isola?
Se c’è qualcosa che l’isola insegna è esattamente il confronto, che può essere con l’altro, ma al tempo stesso con l’oltre. E il cambio della vocale non riesce a dare la pienezza di questo movimento. Avere il mare di fronte apre immediatamente a un’ottica di raffronto in cui la grande lezione è quella dell’orizzontalità dello sguardo che cerca di sottrarsi a una dinamica di potere. Al tempo stesso, questo rapporto non si ha soltanto nell’orizzontalità del presente ma è un qualcosa che, misteriosamente ma profondamente ancorato alla Sicilia, avviene attraverso la diacronia del tempo. Il confronto si ha con tutti quelli di prima e si ha anche in qualche modo con tutti quelli che verranno dopo.

Da parte dei siciliani c’è nella loro parte più intima una ricerca di sottrarsi al potere?
Non posso parlare a nome dei siciliani. Come ovunque ci sono persone che anelano al potere. È un territorio che è abitato e genera costruzioni di immaginario da svariati millenni. È indubbio che la Sicilia sia un inesausto campo di battaglia. Ma il ratto di Proserpina, quello avvenne a Pergusa in Sicilia, non è che avvenne dall’altra parte del mondo. Tutto quello che è il mito, legato alla rinascita, alla morte della primavera, al ciclo delle stagioni, che ha una leggibilità infinita, accadde fattivamente, come fatto narrato dal mito, in Sicilia, non in un altrove. E quindi questa dinamica di potere, di sottomissione, di scontro, di battaglia, di lotta, è qualcosa che in questi territori esiste da sempre.

Davide Enia

Oltre e altro. Sono queste le chiavi che ti spingono a confrontarti con la realtà dei migranti in Appunti per un naufragio e nel tuo spettacolo L’abisso?
Faccio una premessa secondo me doverosa. Mai in tutto il libro Appunti per un naufragio, e mai nello spettacolo uso la parola migranti. Mai. Ed è una scelta oltre che autoriale profondamente politica. Perché trovo che sia operazione miserabile la riduzione dell’essere umano a una categoria. Come li chiamo? Persone. Come ho imparato a chiamarli dai lampedusani stessi, dai soccorritori, dal personale medico, dalla guardia costiera. Persone. Quindi non posso rispondere alla domanda perché è una categoria che non rientra nell’universo di ciò che mi interessa.
Provo a riformulare la domanda per ritrovarne il senso.
Ride al mio tentativo.
Cosa ti spinge a questa necessità di confrontarti con le persone che sono in una situazione di così profondo bisogno e fatica?
Posso dire con molta trasparenza che il motivo iniziale che mi ha portato a muovermi, ad andare a lavorare sul campo, a passare anni a Lampedusa era che stava accadendo a Lampedusa, che è un’estensione della Sicilia che è casa mia. Erano luoghi che conoscevo, che avevo frequentato e in cui presumevo di sapermi muovere. In realtà quello che poi è accaduto, e che ha segnato in qualche modo una linea di superamento rispetto alla semplice intuizione, alla semplice desiderata dell’operazione narrativa è che il reperimento delle informazioni di prima mano, avveniva in dialetto. Io parlavo con i lampedusani, con i pescatori, con i residenti, con la guardia medica, con la guardia costiera, in dialetto. Nominando quindi le parole secondo l’urgenza della lingua della culla. In più il mio è un dialetto, il palermitano, e possiamo estenderlo comunque al siciliano, fortemente ancorato alla dominanza del silenzio. È un dialetto che si arrende all’impronunciabile. Ma quel silenzio è quello che mi ha costruito come essere umano. E io ero emotivamente in grado di processarlo e quindi quando le persone non parlavano, riuscivo immediatamente a intuirne la vastità del trauma soltanto perché condividevamo il medesimo vocabolario linguistico, sentimentale, emotivo e simbolico. Ho continuato ad andare per cercare di capire come si potesse raccontare il tempo presente nel momento della crisi.

Mi sembra che come autore siciliano, come regione siciliana, avete la grande responsabilità di parlare all’Europa. Perché se non lo fate voi ci sono narrazioni che vengono stravolte. Quindi avete un grande peso etico in questo momento.
No. Io non credo che noi abbiamo un grande peso etico. Io ribalto. Credo che chiunque voglia porsi nei confronti della notizia oggi ha gli strumenti per separare il grano da l’oglio. Devo dire che dopo l’esperienza lampedusana ho smesso di guardare i telegiornali. Perché mi sono reso conto che esiste una tale distorsione della realtà, le notizie sono talmente drogate, manipolate, strumentalizzate, da una parte e dall’altra, che non ha proprio senso ascoltare delle tesi che non sono supportate dai fatti che accadono. Gli accadimenti sono una cosa, il racconto di essi è manipolato, distorto. Ma questo è il grande dilemma della politica odierna. È il corpo l’oggetto che viene sistematicamente sacrificato, utilizzato come merce di scambio e abusato. Questo è il periodo dei corpi. E sui corpi la politica sta operando il peggio di sé.

Che non c’è solo il corpo delle persone che arrivano, ci sono anche altri corpi. Potremmo parlare del corpo dei disabili? Del corpo delle donne?
Certamente. Del corpo dei malati terminali, del corpo dei lavoratori. È il corpo ciò che oggi viene usato e abusato politicamente da persone che si arrogano il diritto di legiferare sul corpo degli altri, non conoscendolo. Anzi, ignorando cosa quel corpo ha vissuto. Quindi, questo allargamento che tu hai fatto lo trovo assolutamente pertinente. Perché è proprio questa la dimensione. Senza fare un salto enorme. Cosa è il lockdown estremo se non un controllo massificato dei corpi?

Che cos’è il teatro secondo te?
Il teatro è un dispositivo millenario per riuscire ad affrontare la crisi presente cercando di una prospettiva. Ed è un momento comunitario in cui le urgenze, i drammi, le ferite del presente, vengono rinegoziate cercando di comprenderne le implicazioni. Questo è il teatro. E quindi è una cerimonia collettiva. Ed è un atto profondamente sovversivo nei confronti del potere. Proprio perché il Teatro opera una rivoluzione non violenta, ma che coinvolge I corpi delle persone. Perché quei corpi transitano in uno spazio condiviso che è il teatro. E questa opera rivoluzionaria che è propria del teatro, parliamo chiaramente degli esempi più alti, agisce a livello subliminale della coscienza. Il resto non ci importa. E non sta a me neanche giudicarlo.

Nessun’altra forma d’arte in grado di compiere quest’operazione?
Certo. Ma è l’arte in grado di compiere quest’operazione. La compie proprio l’arte. La compiono le sinfonie, la poesia. Sono grandi celebrazioni di mantenimento di posizioni contro quello che è il potere. Sono grandi rivoluzioni non violente ma potentissime, proprio perché agitano le persone nell’intimità più profonda. È proprio dell’arte. Il teatro fa parte dell’arte. La narrativa, Il romanzo ci riesce. Sono delle aperture di spiragli, di prospettive, di ribaltamento della visione, di gabbie che vengono finalmente abbattute, che crollano tramite un atto di verità.

Possiamo dire che il potere raramente esprime forme di cultura perché ama conservare lo status quo, non agitare le acque?
No. Il potere ama il potere. Se il potere deve cambiare cambia. Il fatto è che la cultura sarà sempre contro il potere, finché ci sarà l’ingiustizia sociale, finché esisteranno le divisioni per categorie tra esseri umani, finché non ci sarà parità tra i generi sessuali, finché non ci sarà parità di sfruttamento delle risorse. Sempre il pungolo nascerà dall’arte, che andrà a demolire qualcosa tramite la costruzione di senso. Questa è la visione dell’artista. L’artista vede oltre. Il punto è che la verità è indicibile. E questo ogni religione l’insegna. E c’è bisogno della mediazione artistica, nel nostro caso del teatro, per riuscire a nominarla.

Davide Enia

Il lockdown è stato la pietra tombale del teatro?
No. Il lockdown è stato un’operazione di urgenza in una situazione delicatissima. La pietra tombale non c’è del teatro. Sicuramente stanno scavando una fossa con la totale misconoscenza dei singoli casi. È sul singolo caso che bisogna intervenire.
Se è possibile mantenere il distanziamento delle persone che senso a bloccare a 200 il numero degli spettatori? In che modo si può mantenere vivo un intero comparto dei lavoratori? C’è soltanto un modo, con i soldi, con le finanze. La vera domanda è quali prospettive vuole darsi un paese che non ha materie prime? E che si bea agli occhi del mondo della propria cultura, delle arti, della secolarizzazione di chiese, di musei, e quant’altro. Che prospettive vuole darsi? In che modo vuole scommettere su se stesso? Con continue mance alle persone minime che non riescono a formare un pasto al giorno? È una prospettiva. L’altra è intervenire là dove c’è urgenza di intervenire. Se c’è qualcosa che tutta questa situazione ha dimostrato, è l’assoluta inconsistenza e dannosità delle previsioni degli economisti, che sono diventati i nuovi sacerdoti del contemporaneo. Hanno sbagliato tutte le previsioni economiche. Ma non si può affidarsi a un modello preordinato su cui costruire il proprio futuro. Su cui costruire la visione del futuro. Una visione ha bisogno di visionari. E i visionari sono gli artisti, non sono gli economisti.

È accorato nel pronunciare il suo j’accuse, nel difendere le ragioni dell’arte.
È un discorso sulla prospettiva che vuoi dare. La prospettiva può essere quella di tenere chiuso, di non avere prospettive, che è quello che stiamo vivendo adesso. Il teatro, anche per colpa sua, ha smesso di funzionare come dispositivo da un sacco di tempo. Il problema è che se tu sottrai linfa, non ti riprendi. Si sta andando sempre di più verso una logica di musealizzazione di un intero territorio, di una sorta di bed and breakfastizzazione di tutta quanta l’Italia. Basterebbe avere l’onestà di ammetterlo.

Forse una risposta parziale possiamo trovarla portando avanti una riflessione insieme. Esiste un rinascimento siciliano? Penso a nomi come Letizia Battaglia, Shobha Battaglia, Lina prosa, Angela Caponnetto, tu, Rosario Palazzolo, Filippo Luna, e potrei andare avanti.
E la mia amica Emma Dante. Guarda. No. Non esiste perché io non credo che esistano movimenti. Io sono molto per la responsabilità del singolo e mai della collettività. Ci sono dei singoli che riescono meravigliosamente a fare grandi cose, in una città che è stata martoriata nell’ultimo secolo ma che è stato uno dei luoghi più floridi del mondo per millenni.

Palermo è ancora così ricca, così vivace?
Sì, sì. lo è, lo è. Si, sì. lo è, lo è.

Lo ripete come se fosse uno scioglilingua. Senza mediazioni culturali, come un innamorato di fronte alla sua bella. È lo stesso amore che mette nel parlare di Palermo, della Sicilia tutta.
Credi che Palermo sia allo stesso livello di altre città?
Le altre città non sono al livello di Palermo. Se c’è una città che continua a produrre immaginario, a lavorare sull’immaginario, a scavare in esso, questa è Palermo. Le altre due sono Napoli e Roma. Queste sono le città che lavorano, anche per il loro essere luoghi millenari, su strutture simboliche di pensiero, che creano immediatamente immaginario.
Quando è stata fatta Manifesta [la più importante biennale itinerante di arte contemporanea europea] due anni fa a Palermo ed è venuto il gotha dell’arte contemporanea, il problema della mostra è stato che Palermo si è divorata le opere. Perché era molto più potente delle opere che venivano esposte. Palermo è un luogo che continua a produrre continuamente. Perché Palermo è una città che conosce gli estremi dell’esistenza. È una città che è una bellezza sì, ma feroce, lancinante, straziante, commovente, che ti crea completamente l’arco dell’esperienza. Che è qualcosa che bisogna estendere poi alla Sicilia tutta. In una piazza di Palermo tutti ti giri e attraversi mille e novecento anni di storia semplicemente con un colpo d’occhio. La Sicilia è un’isola immersa nella luce del sole. Però quella luce è molto violenta e molto forte. Uno dei primi ricordi che ho dell’infanzia mia nonna che corre, io sono bambino nella culla, e chiude gli scuri della finestra dicendo che la luce mi avrebbe accecato “Ceco diventa u picciriddu”.
Quindi c’è una luce enorme ma va a filtrata.

Detto questo la città di Palermo ha vissuto un tale mattatoio con delle bombe che È innegabile che dopo le bombe del ’92 ci sia stata la cosiddetta primavera. E là bisogna dare atto a tutta la parte sana della cittadinanza, alla politica che avevamo, se è venuta fuori una grande generazione che ha trovato proprio nella professione artistica un tentativo di ristabilire ordine nel caos di un presente dominato dal potere, che è quello della mafia, che è quello delle stragi. Ma non solo, che è quello delle ammazzatine a pagina 14 del giornale di Sicilia, che era quello degli scippi, che era quello delle risse in mezzo alla strada. L’educazione sentimentale che abbiamo avuto noi nati negli anni Settanta e cresciuti negli anni Ottanta era fatta di sparatorie ed eroina. Quindi o finivi ammazzato, o finivi in carcere, o finivi tossico. O cercavi un nucleo di senso forte e qualcuno l’ha trovato.

Mi ha colpito molto il modo in cui ti prepari per gli spettacoli. Perché tutta questa attività fisica? Ogni spettacolo ti impegna a tal punto da avere bisogno di una preparazione così meticolosa?
Questa è metà della risposta. Ed è correttissima. L’altra metà è che la preparazione fisica mi aiuta a prepararmi emotivamente allo spettacolo.

Che cosa fai per prepararti?
Faccio quello che mi dicono di fare. Io sono molto docile in allenamento. Quando sono giù a Palermo faccio pugilato e prepugilistica. A Roma faccio un allenamento che si chiama funzionale.
Faccio un allenamento che serve a fare fiato da una parte, e dall’altra a educare la volontà. E l’educazione della volontà significa riuscire, dentro a uno spettacolo, a gestire i cambi di emozione che io attraverso. E questo è molto chiaro ne L’abisso. La difficoltà dell’abisso sta nel fatto che io mi rimetto emotivamente, replica dopo replica, nello stato di chi sta nominando per la prima volta quel fatto. Quindi, è un lavoro che proprio mi strazia, che mi squassa. Ed è qualcosa che è scivolato anche nella ripresa di maggio 43. Mi viene da piangere e piango davvero. Non c’è tecnica. E come faccio? Perché mi alleno?

Quindi credi nel lavoro. Credi che il lavoro paghi?
Sì, sempre. Sempre.

Che cosa devo aspettarmi da maggio 43?
Innanzitutto devo dirti una cosa. Credo in quello che disse u suriceddu alla nuce, cioè il topolino alla noce. Dammi tempo che ti spirtuso, dammi tempo che ti buco. Questa è la mia idea del lavoro.
Maggio 43. Che cosa devi aspettarti? Devi aspettarti l’emersione, la comparsa, e la vivificazione di un intero mondo. È uno spettacolo fortemente radicale. Due sedie, io, un musicista e neanche un cambio di luce.

Vuoi aggiungere qualcosa a questa bellissima chiacchierata?
Fa una pausa. Ci riflette prima di rispondere.
Sì. Prima o poi la vittoria arriverà agli oppressi.
Sorrido. Non so se lo faccio per l’ingenuità di Davide o per il mio scetticismo sul fatto che gli oppressi possono mai avere una vittoria definitiva. E non sono abbastanza credente da supporre che loro sarà il regno dei cieli. Rispondo come posso.
Me lo auguro e ce lo auguro. Se non la vittoria perlomeno di riuscire a resistere.
Ci vediamo a Milano. Grazie mille Gianfranco.
Mi stupisce la gentilezza e la cordialità di Davide.
È proprio vero quello che ho sempre pensato dei siciliani. Sanno essere principeschi nei loro modi. La mia Sicilia, che affonda le sue radici nel mito della mia storia familiare, è una terra nobile e feroce.

Gianfranco Falcone

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