Dazi: un altro terreno di scontro tra potenze

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Uno degli aspetti più importanti da affrontare sul tema della guerra commerciale concerne i risvolti che avrebbero sulle condizioni di vita delle persone. Il programma di Trump prevede una difesa degli americani e dell’America da tutto quanto viene dall’esterno, ma non è detto che alzando dazi questo accada realmente.
E così a cominciare dall’acciaio si difenderebbero operai e impiegati e l’industria stessa. Questo se nel breve e per importi limitati può essere vero alla lunga i riverberi negativi su altre aziende vanificherebbero i risultati. Quindi, come ha ben spiegato il premio Nobel per l’economia 2008 Paul Krugman, «se vogliamo aiutare gli operai – e lo vogliamo – ci sono modi migliori. Ricorderete forse che Bernie Sanders usava come esempio la Danimarca. È un buon esempio: salari molto più alti, una rete di sicurezza sociale molto più forte, una forza lavoro in gran parte sindacalizzata. Ma la Danimarca ha la stessa nostra [degli USA, ndr] apertura agli scambi commerciali. Sono le politiche interne, dalla tassazione e dalle decisioni di spesa alle politiche in favore dei lavoratori nel settore dei servizi, che fanno la differenza. L’assistenza sanitaria universale e il diritto di organizzarsi sindacalmente contano molto più della politica commerciale, per i lavoratori» [1].

Quindi tutto questo gran parlare e agire sul tema dei dazi commerciali è decisamente una questione di rapporti di forza tra potenze e bieche faccende interne, non ultime, nel caso di Trump, utili a dirottare l’attenzione dalle questioni che tengono sotto pressione l’amministrazione.
Il deficit commerciale degli Stati Uniti è sicuramente enorme ed in particolare nei confronti della Cina per un importo di 375 miliardi di dollari e che è diventato il principale bersaglio di Trump. L’accusa è quella di pratiche commerciali scorrette e contro le quali, partendo da alluminio e acciaio, i dazi annunciati riguarderebbero una sessantina di miliardi di dollari. Non proprio bruscolini.

L’Europa è stata al momento esentata ma dovrà negoziare per arrivare ad un bilanciamento delle partite con l’industria americana. Altrimenti Trump ha già annunciata pesanti ritorsioni a cominciare dai dazi del 25% sulle auto importate dalla Ue, mentre Bruxelles ha già preparato la lista dei beni Usa per un controvalore di 6,4 miliardi di euro.
In Europa i due principali paesi, Germania e Francia, sono su posizioni diverse. Berlino ha fatto del suo export la carta vincente della sua potenza, soprattutto in Europa, potendo contare su un cambio marco/euro favorevole e su una serie di interventi per il contenimento dei salari messi in atto a partire tra il 2003 e il 2005.
Se la Germania è disposta ad accontentare Trump sul fronte auto, macchinari e altri prodotto per non avere ostacoli all’export di acciaio e alluminio, la Francia di Macron non vuole fare concessioni ma può sostenere Trump nella sua politica anti-cinese.
In questa partita non si può tralasciare il Wto, anche se l’istituzione è maltrattata da Trump, perché «le regole della Wto vietano ai Paesi membri di accordare a un altro Stato un trattamento privilegiato, se non all’interno di un accordo di libero scambio (o di una unione doganale), come spiega Claudio Dordi, docente di diritto internazionale alla Bocconi. La trattativa Ue-Usa dovrebbe quindi muoversi in questa cornice. È la direzione proposta da Merkel. Resuscitare un’intesa come il Trattato transatlantico (Ttip), per quanto in formato leggero, sarebbe però impresa dai tempi molto lunghi»[2].

Al momento resta problematico solo lo scontro con la Cina, anche se non ci sono chiusure totali ma disponibilità al dialogo. L’amministrazione Trump ha chiarito quale è l’obiettivo finale e cioè maggiori aperture cinesi nei confronti delle aziende americane nei settori delle auto, dei semiconduttori e della finanza. E più precisamente Washington intende «affondare il “Made in China 2025”, l’ambizioso piano di Pechino che punta a trasformare la Cina in una superpotenza industriale. Secondo il Financial Times, l’obiettivo della Casa Bianca è minare la strategia cinese che mira a creare un gruppo di aziende leader nei campi dell’aeronautica, dei semiconduttori, della robotica e del computing. Il piano di Pechino prevede una serie di acquisizioni strategiche in Occidente tale da consentire alle proprie aziende di costruire un dominio mondiale in questi settori strategici» [3].
Pasquale Esposito

[1] “Paul Krugman risponde ai cittadini: i dazi, Trump e gli effetti sull’economia”, http://www.ilsole24ore.com, 25 marzo 2018
[2] Gianluca Di Donfrancesco, “Dazi, Berlino apre a Trump ma Parigi punta i piedi”, http://www.ilsole24ore.com, 28 marzo 2018
[3] Alessandro Galiani,“Cina e Usa possono (e vogliono) evitare la guerra commerciale sui dazi”, www.agi.it, 28 marzo 2018

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