DDL riordino settore cinema: novità e molti dubbi

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Presentato in Senato il DDL 1835, sul “Riassetto e valorizzazione delle attività cinematografiche e audiovisive, finanziamento e regime fiscale. Istituzione del Centro nazionale del cinema e delle espressioni audiovisive” .

Il 7 luglio del 2015, è stato assegnato alla 7° Commissione Permanente del Senato (Istruzione Pubblica e Beni Culturali), in sede referente,  il DDL 1835, la cui intenzione, a detta dei presentatori, vuole essere quella di riordinare tutte le attività che rientrino nell’ambito delle immagini in movimento.
La proposta è stata presentata in data 24 marzo 2015, ma assegnata alla Commissione di riferimento circa 4 mesi dopo.
La prima firmataria del DDL è la senatrice PD Rosa Maria Di Giorgi, alla quale si sono aggregati anche altri senatori, la maggior parte di area democratica.
Nella lunga introduzione la senatrice Di Giorgi spiega le motivazioni di tale proposta, che sono legate all’intenzione di rimettere ordine alle frammentate competenze di chi si occupa di audiovisivo in Italia, creando un’agenzia unica che (rafforzi e stimoli) “l’industria cinematografica mediante il concorso dinamico dei soggetti che vi operano, sollecitandoli alla competizione e assicurando il pluralismo dell’offerta cinematografica ed audiovisiva, in Italia e all’estero. A un intervento significativo dello Stato e degli enti di governo territoriali, si ritiene debba affiancarsi un’azione orientata allo sviluppo della produzione culturale da parte di soggetti imprenditoriali che operano nel settore. L’obiettivo del presente provvedimento è quello di costruire le condizioni per la coesione tra i soggetti pubblici e quelli privati intorno all’obiettivo comune dello sviluppo dell’industria cinematografica e audiovisiva.
In pratica la senatrice e gli altri firmatari intendono creare una nuova struttura che concentri tutte le competenze disperse fra vari ministeri.

Ma mentre è apprezzabile il tentativo di definire un agenzia unica che tenti di dare una spinta unitaria al settore, nascono molte perplessità sulle modalità di funzionamento della suddetta struttura.

Nel DDL, una volta definite le competenze, vengono anche illustrati i modi attraverso i quali questa struttura dovrebbe funzionare:
Il Centro nazionale del cinema e delle espressioni audiovisive avrà sede a Roma, sarà un ente di diritto pubblico e sarà dotato di autonomia regolamentare, amministrativa, organizzativa, patrimoniale, finanziaria, contabile, di riscossione e di bilancio”. E qui nasce la prima domanda: un Ente di Diritto Pubblico sfugge alle normative sulle assunzioni da effettuare nell’ambito pubblico, che devono avvenire obbligatoriamente per concorso. Quindi come verranno assunti i dipendenti di questo Centro nazionale del cinema e delle espressioni audiovisive nel caso in cui il DDL dovesse diventare legge?

Il testo poi prosegue indicando gli organi preposti al funzionamento dell’Ente, e qui iniziano le forti perplessità: il Presidente dura in carica quattro anni ed è scelto fra “personalità della cultura e del settore cinematografico ed audiovisivo, di alta professionalità e capacità manageriale”. Il Consiglio di Amministrazione invece ha tra gli altri, incomprensibilmente, due rappresentanti del personale del centro, senza contare 4 componenti anche essi nominati fra “personalità di riconosciuta competenza e comprovata esperienza nel settore”.
Si comincia a sentire puzza di carrozzone clientelare costruito per piazzare gli amici degli amici.

Ci sono poi delle direzioni e delle commissioni naturalmente sempre composte da “componenti in possesso di alte e riconosciute qualificazioni professionali, culturali e scientifiche direttamente riferibili alle funzioni e ai compiti propri di ciascuna commissione”. E a questo punto la sensazione di trovarsi di fronte a un ente i cui scopi e le intenzioni, seppur nobili, rischino di affondare in un meccanismo pericoloso e poco trasparente, è piuttosto forte.

Naturalmente le intenzioni sono buone, ma si è sicuri che un Ente delegato a gestire queste questioni, se costruito in questo modo, possa portare a un reale processo di innovazione?
Inoltre dalla rappresentanza di questo ente sono completamente escluse le piccole realtà e le federazioni dei circoli del cinema, che anzi, non vengono riconosciute nelle proprie specificità.

Un altro aspetto da approfondire in questo DDL è l’istituzione di una tassa di scopo legata alla singola proiezione, che a regime, sarà del 10%. Di fatto, si vanno a tassare gli anelli più deboli del sistema, a favore di quelli più forti. A parere di scrive, questo spingerà ulteriormente il pubblico ad allontanarsi dai cinema. Naturalmente è tempo anche per le sale di ripensare alle proprie attività e magari integrarle all’interno di altri servizi o proposte culturali, ma di certo una tassa di scopo così pensata, rischia di non favorire processi di ristrutturazione e riorganizzazione su nuovi paradigmi delle sale, sopratutto di quelle non legate ai grandi circuiti distributivi.

Gli articoli dal 19 al 21 si occupano invece direttamente delle sale cinematografiche. Per poter funzionare una sala ha necessità della autorizzazione del Centro che avviene solamente se la sala è omologata secondo dei criteri da definire. Tale autorizzazione è necessaria anche per aprire nuove sale o per attuare ristrutturazioni. In linea di principio è giusto che le sale siano omologate e siano autorizzate, ci mancherebbe altro, ma anche qui c’è il rischio che le piccole realtà non siano in grado di mettersi a norma e quindi rimangano tagliate fuori dai necessari processi di ristrutturazione. Ad onor del vero l’articolo 20 prevede l’attivazione di uno specifico fondo destinato al miglioramento dei locali, ma sembra essere un piccolo fondo, largamente insufficiente a coprire il presente, e sopratutto a progettare un futuro di piccole sale multifunzionali.
Poi, se volessi organizzare una singola proiezione in una libreria, in una biblioteca, in un locale di ritrovo? Come devo comportarmi?
Interessante invece l’articolo 30 che istituisce l’educazione all’immagine all’interno dei programmi scolastici.

Insomma, il DDL tenta giustamente una riorganizzazione dell’ambito audiovisivo, ma a parere di scrive, indica un percorso piuttosto pericoloso, per il rischio implicito di creare un   nuovo Moloch che potrebbe rischiare di affondare nella propria pesantezza strutturale e inefficienza culturale. Quale potrebbe essere l’alternativa? Forse una struttura più snella e dove i criteri di nomina siano più trasparenti, ci sia divieto esplicito di conflitto di interesse,  gli stipendi dei dirigenti siano legati al raggiungimento di obiettivi al massimo biennali, senza i quali si va a casa.

Prima di scrivere queste riflessioni, è stata mandata una mail all’indirizzo del Senato della prima firmataria della proposta, chiedendo una generica disponibilità a rispondere ad alcune domande che sarebbero successivamente state inviate, ma a tale richiesta non è mai seguita alcuna risposta.
Francesco Castracane

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