De André, una fonte inesauribile

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Faber ci ha lasciato da 20 anni, il suo messaggio è sempre vivo, come accade ai miti. Quei miti che perdonano la malattia, la morte, perché sanno che sopravviveranno anche a loro. I miti possono stare in città, in campagna, su un’isola, rinchiuso dai carcerieri che perdoneranno.

Ma non facciamone un santino, un poster da appendere sui muri, un’icona di non so cosa essendo un pensiero anarchico, un mito. Ricordo cosa scriveva Roland Barthes del vino rosso, un mito d’oggi, «è una sostanza di conversione, capace di rovesciare situazioni e condizioni, di estrarre dagli oggetti il loro contrario; di fare, per esempio di un debole un forte, di un silenzioso un chiacchierone; …» [1].

Faber gli fu appioppato dall’amico di sempre Paolo Villaggio; un poco perché…sembrava appropriato, molto perché Fabrizio Cristiano De André amava le matite ed i colori Faber Castelli. Era ricoverato al centro specializzato nella lotta ai tumori nella città studi di Milano l’11 gennaio 1999, giorno in cui se ne andò da questa terra, per avere un carcinoma polmonare probabilmente propiziato dall’enorme mole di sigarette con cui si era sempre accompagnato.

Particolare del disco Fabrizio De André in concerto

Aveva già inciso sulla musica e sulla crescita di un giovane popolo che nelle sue ballate aveva imparato a riflettere più profondamente rispetto alle canzoncine cuore-amore o tintarelle di luna color latte. Aveva imparato, quella gioventù, che si poteva narrare attraverso la musica una realtà da un profondo impatto sociale e che questo avrebbe potuto essere di aiuto a sensibilizzare sui grandi temi dell’esistenza. Avevano fatto proprio, quei ragazzi, che attraverso i versi cantati nei testi della produzione di De André, si potevano diffondere ideali nobilitanti la società: l’attenzione ai più umili, la condanna delle guerre, l’amore nel senso più completo.

Il suo messaggio però non arrivò irrefrenabile, anzi, come lui stesso dichiarò, se Mina non avesse interpretato La canzone di Marinella(1964), sarebbe stato facile arrendersi per mancanza dei necessari sostegni. Il suo carattere ribelle lo aveva portato a lasciare le comodità di una casa agiata, la sua di famiglia, per seguire gli impulsi dettati da un animo in perenne attività tumultuosa. Una particolare attenzione alla vita, più sofferta ma non meno ricca, di chi ha poco ma che può raccontare tanto come del resto rese chiaro con il verso ….dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori. (Via del Campo, 1967 De André-Iannacci). È grazie ai primi introiti SIAE degli anni ’60 che Faber continua la sua attività e ci permette di guardare come fossimo presenti …il solco sul viso del pescatore come una specie di sorriso ….che “versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame” (Il Pescatore,1968), oppure ci mostra le atrocità della guerra attraverso Piero ed il suo avversario che aveva lo stesso identico umore ma la divisa di altro colore (La guerra di Piero, 1968).

È con Bocca di Rosa però che Fabrizio De André aggiunge il cuore suo e degli ascoltatori e si schiera a favore della giovane che lo faceva per passione e che fu costretta nel paesino di Sant’Ilario ad essere osteggiata per il suo atteggiamento libertino dalle…cagnette a cui aveva sottratto l’osso! Anche in questi versi ci sembra di riviverli, ogni volta, e di vedere i gendarmi con i pennacchi impegnati ad interrompere le attività di Bocca di Rosa con un foglio di via per poi nella stazione successiva chi aveva portato amore senza pretese vince e viene portata dal sacerdote al suo fianco in processione!. E qui è forse la dimensione di un poeta che però non voleva essere considerato tale…a titolo precauzionale, cioè per non rientrare nella percentuale di poeti cretini che veniva indicata dalla dichiarazione di Benedetto Croce per chi aveva più di 18 anni. [2]

Arriva la necessità di rendere omaggio al suo amico che si tolse la vita a San Remo e Faber ci e si regala Preghiera in Gennaio (27 gennaio 1967), scritta di getto (sarebbe utile anche rileggerlo quel testo [3] poche ore dopo la morte di Luigi Tenco per il quale reclama a Dio un posto in paradiso per l’amico condannato dai benpensanti e dalla Chiesa.

La produzione di De Andrè trova nella collaborazione con la Premiata Forneria Marconi dei Mussida e Di Cioccio ed i loro arrangiamenti un rinnovato vigore. Il vinile che ne derivò è una pietra miliare nel progressive e nella sperimentazione di nuove strade in sonorità, ritmi che avvolgono ed esaltano ancora quando sembrava che già tutto fosse stato conseguito.

Il percorso musicale continua, abbraccia linguaggi diversi, quei dialetti, il genovese, il napoletano, che per Faber erano una lingua vera, e non sapremo mai dove la sua produzione sarebbe arrivata, quando nel periodo normalmente più florido per chi fa questo mestiere, la produzione artistica viene interrotta dalla malattia. Era nel frattempo arrivato anche il riconoscimento letterario quando Fernanda Pivano lo eleva a personaggio al quale Bob Dylan avrebbe potuto essere paragonato e non il contrario.

Vale la pena ripercorrere il lungo racconto su Faber che Vincenzo Mollica ci ha proposto sulla Rai per questa occasione.
Genova, insieme al suo mondo anche quello apparentemente assente, continua a ricordarlo nei suoi vent’anni di assenza.

Resta dopo 20 anni come abbiamo detto,il suo messaggio, la sua poesia, la sua musica in un’immagine bianco e nero: Faber e la sua chitarra, il fumo della sigaretta che sale a nuvolette continue alla sua sinistra, e l’immagine di quel ciuffo, ben accostato sulla sua orbita sinistra a voler mascherare la palpebra che scendeva a metà occhio e che, qualche fastidio, psicologico più che estetico, probabilmente aveva dovuto darglielo.

Emidio Maria Di Loreto e Ciro Ardiglione

[1] Roland Barthes, “Miti d’oggi”, Einaudi, Gli Struzzi, ed. 1974, pag. 67
[2] “Fino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini.” Benedetto Croce
[3] Preghiera in Gennaio
Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

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