De Gregori e Venditti incantano Marostica

Marostica concerto De Gregori Venditti
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I vecchi dinosauri asfaltano ancora le nuove leve. Il pubblico giovane non conosce la bellezza a causa di radio, Tv e Internet

Le mie riflessioni sul concerto di Marostica, 26 luglio 2022, dei due mostri sacri del cantautorato italiano Francesco De Gregori e Antonello Venditti vogliono abbracciare un tema più ampio, che spero possa essere spunto di riflessione per chi è interessato alla musica e alla cultura in generale.

Partiamo dal fatto che non hanno tradito per nulla le attese, anzi hanno fatto esattamente quello che mi aspettavo, cioè tre ore dei loro classici benissimo assortiti, e, con intelligenza, hanno anche lasciato per certi brani ognuno il palco soltanto all’altro. Nei duetti poi sono stati perfetti, il marchio sonoro dylaniano di chitarra e armonica (De Gregori) e quello del pianoforte (Venditti), si sono mescolati perfettamente senza guastare canzoni che sono ormai nella memoria collettiva italiana e, anzi, le hanno rese più vive e nuove dando la sensazione di divertirsi parecchio.

Questo tour certo verrà portato avanti a lungo, perché da Theorius Campus del 1972, l’album d’esordio scritto insieme in duo, la loro amicizia artistica compie 50 anni ed è il modo migliore per celebrarla. Hanno entrambi passato la boa dei ’70, ma sono integri, in splendida forma (nonostante fumino come due turchi), soprattutto vocale, e propongono uno degli spettacoli migliori, più autentici, pregnanti di significato e poesia che ci sia adesso in circolazione in Italia. Senza alcuna retorica o nostalgia. Pleonastico star qui a far l’elenco di brani ormai da consegnare e già consegnati alle antologie italiane, se state leggendo questo pezzo li conoscete. Annoto soltanto il bellissimo omaggio a Dalla con Canzone. La piazza strapiena ha tributato il giusto onore a due fra gli ultimi grandissimi cantautori rimasti in attività oggi in Italia.

E qui apro una discussione diversa. Mi è infatti capitato, a causa della giustificabilissima passione di mia figlia, di vedere a Udine Francesco Gabbani, uno dei cantautori nuovi che nell’Italia del 2022 va per la maggiore. Un prodotto pop di Sanremo come tanti altri sono prodotti dei Talent Show o della social-mania. In questo marasma, per il mio gusto, Gabbani resta sicuramente uno dei più ascoltabili. Può serenamente essere considerato una specie di figlioccio dei due di Marostica. Infatti fa molti riferimenti al grande cantautorato italiano nei testi stessi delle sue canzoni. Ebbene, ha suonato e cantato, bene per carità, sì e no un’ora e trentacinque minuti, per poi andarsene verso la tappa successiva dando la netta sensazione che tutte le serate siano la stessa serata, tutte le città semplicemente delle tappe identiche di qualcosa di obbligato. Non voglio esaltare i vecchi e criticare i giovani, sognerei invece di vedere nei nuovi musicisti quella fame e quell’entusiasmo che avevano i vecchi agli inizi, e che incredibilmente, hanno ancora. Quella fame e quell’entusiasmo che i moderni invece mettono più nei selfie sui social che sul palco.

Nell’arco di questa estate mi è capitato di vedere anche gli Stones (la recensione è qui sul sito) a San Siro e quelli che vengono considerati il presente del rock-punk-folk americano, i bravissimi Dropkick Murphis, al Carroponte. Ebbene, delle Pietre Rotolanti ho già detto, probabilmente si è trattato dell’evento musicale dell’anno. I bostoniani invece sono scesi dal palco dopo un’oretta e mezza (pare sia la durata media concordata dei live per tutti gli under 50) di ottimo spettacolo, anche se fin troppo urlato, ma senza lasciare la minima idea di sapere se si trovassero a Milano o alla data successiva in Belgio, Danimarca o Islanda… Senza il cuore. Il ragionamento che pongo è quindi questo:
perché la generazione di musicisti che ha passato i 70 dà l’anima per due ore e mezza, tre ore, tre ore e mezza (il più grande performer di tutti i tempi, Springsteen, lo vedremo il prossimo anno…) e ogni sera pare che suoni per l’ultima volta fin dagli inizi della carriera, mentre le cosiddette “giovani leve” dopo poco più di un’ora hanno già il drink in mano e la bionda sulle ginocchia nella hall dell’hotel a 5 stelle dove soggiornano? Cosa è cambiato? Un approccio al lavoro diverso?
Un senso del dovere e del rispetto per il pubblico che è calato, ed è inversamente proporzionale al costo di tutti i biglietti della musica dal vivo che continuano a salire (di questo parleremo a parte)? Vale lo stesso discorso per un Brian Fallon, rocker americano da tempo erede designato di Bruce Springsteen, che lo ha lanciato generosamente, e che ho visto più volte. Uno che anche solo porta il peso di quel paragone non può salire su un palco e scenderne dopo meno di due ore col fiatone a 40 anni… Per di più proponendo sempre la stessa scaletta, senza guizzi o variazioni di sorta. Se io fossi designato come successore di certe leggende, anche solo per dignità, verserei su un palco fino all’ultima goccia di sudore, cazzo. Offrirei la sensazione al pubblico di dare tutto per meritare quel titolo. Questi invece fanno tutti un compitino già scritto. Tanti vecchi appassionati come me dicono che non siamo obiettivi, che siamo troppo affezionati alla “nostra” musica, che anche i nostri genitori vedevano in modo negativo la “nuova” musica che ascoltavamo da giovani noi.

Ma non è, oggettivamente, così. Forse i miei nonni non amavano il neonato rock’n’roll o lo vedevano come io oggi vedo la trap, ma fra il rock’n’roll è la trap c’è un abisso di cultura, controcultura, professionalità, ribellione, studio, metodo, tematiche, tecnica musicale, grande come il Grand Canyon, porca vacca. I miei genitori ascoltavano De Andrè come faccio io e come spero un giorno facciano le mie figlie. La qualità resiste al tempo. Non possiamo più fare questo paragone sui nonni che negli anni ‘60 non capivano le fughe da casa per andare a vedere i Beatles. Cazzo erano i Beatles, e sono ancora oggi la Storia! Quale artista trap resterà nella Storia? Qui siamo di fronte ad un impoverimento generale, come in tutti gli altri campi della nostra miseranda vita post 2000.

Il problema vero sono radio, Tv e social-cellulari, sovvenzionati dalla grande industria dell’intrattenimento becero, che propinano ai giovani solo e soltanto idoli di plastica, per lo più senza talento valori, ma abbondanti in tatuaggi. Cosa che un tempo non era. Io farei i salti di gioia se avessi delle figlie metallare, anche se non amo il metal. Ma quella è musica, cazzo, non campionature vocali e sonore fatte al computer. La colpa non è né degli “artisti” assurti senza meriti a tale titolo o dei giovani che li idolatrano, ma di chi vuole che le cose vadano così. E purtroppo in tutti i campi della cultura, non solo in quello musicale. Mi pongo quindi dei quesiti, uno fra tutti. Voi credete che se su radio, Tv e social apparissero più spesso artisti di talento, se venisse loro dato quantomeno lo stesso spazio che si dà ai “talenti” da Talent Show, l’indirizzo giovanile non prenderebbe almeno in parte altre strade? Se Sanremo fosse diretto dal vecchio Celentano con la massima libertà di invitarvi chi vuole, non daremmo a 10 milioni di telespettatori la possibilità di vedere qualcosa di migliore? I giovani non sanno che esistono le cose belle, perché non hanno gli strumenti per conoscerle. O per lo meno non direttamente. Se un Rino Gaetano o un Fabrizio De Andrè, per non parlare di quei due là sul palco a Marostica, cominciassero oggi, avrebbero mezza possibilità di arrivare al pubblico come ci sono arrivati ai loro tempi? No. Eppure il talento di questi personaggi mi pare indiscutibile.

Le mie sono riflessioni a piede libero, non desidero insultare nessuno dei nuovi idoli giovanili e nemmeno sminuirli. Annoto con malinconia che, nonostante esistano cantautori nuovi di grande valore, rimarranno sempre relegati all’autoproduzione o al massimo a un successo di nicchia. Non hanno il talento dei vecchi? Non lo so. Certamente sono incappati in tempi sbagliati per loro e allora si adeguano e non vanno oltre il compitino anche nello show live. Tanto sanno che al grande pubblico non arriveranno mai. Il rock’n’roll non riempirà mai più uno stadio una volta scomparsi quei mostri sacri che tutti conosciamo. Con questo ragionamento, vorrei solo proporre domande e intavolare un discorso generale su quel che si potrebbe fare per far conoscere ai ragazzi anche altro rispetto a quello che qualcuno vuole che loro conoscano. Rispetto alla “cultura” selfie sui social. Per concludere una nota, forse troppo dura, ma personale e di cuore. Per quel che mi riguarda, l’analisi critica “accurata” dell’estate musicale live è questa: i 70enni fanno ancora il culo a tutti i giovani. Se vi va, fatemi sapere cosa ne pensate. Non escludo infatti di essere solo un odioso, ampolloso e insopportabile romantico.

Marco Quaroni Pinchetti

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