Decreto Dignità: appunti su economia e lavoro precario

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Il “decreto Dignità” ovvero il decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, è arrivato, dopo alcune modifiche, all’esame della Camera. Senza voler entrare troppo nello specifico dei contenuti vorremmo fare qualche commento di carattere generale e relativo agli sviluppi che può avere.

Iniziamo con il dire che sicuramente questo intervento legislativo volto a rendere più stringenti, evitando anche gli abusi, le norme dei contratti a termine esprimono se non un cambio di direzione almeno un’impostazione diversa rispetto al famigerato Jobs Act di Renzi, anche perché aumentano le sanzioni contro il licenziamento illegittimo con un indennizzo minimo a favore del lavoratore che passa da 4 a 6 mensilità e quello massimo da 24 a 36 mensilità.
In qualche maniera, nonostante le proteste di Confindustria, si cerca di provare a frenare la libertà assoluta, nella gestione del personale, che la stragrande maggioranza delle aziende vorrebbero avere.

Secondo Natalia Paci il decreto Dignità è totalmente insufficiente per rendere veramente meno precario il mondo del lavoro, tutto questo non basta. Infatti, spiega Paci «a tale intervento urgente ne dovranno quindi seguire altri, come quelli già in discussione, con nuovi incentivi alla stabilizzazione e un taglio del cuneo fiscale, almeno per alcuni settori produttivi, cercando di aiutare l’occupazione di qualità e, con essa, lo sviluppo delle aziende. Il rispetto della dignità dei lavoratori è infatti anche rispetto della dignità delle imprese, di quelle che operano correttamente nel mercato, di quelle che sanno che la qualità dell’impresa si fonda sulla qualità dell’occupazione. Se si parla di dignità dei lavoratori, infine, non va trascurata la dignità di chi lavora in nero, di chi lavora in ambiente dannoso per la sicurezza e la salute, di chi lavora sottoposto al controllo a distanza, di chi lavora con la minaccia di essere demansionato, col timore di iscriversi al sindacato o col timore di avere figli» [1].

La storia di questi anni di privatizzazione e globalizzazione selvaggia ha dimostrato che le aziende tendono continuamente ad utilizzare il lavoro e il lavoratore come meglio credono, trovando continuamente scappatoie ad eventuali limiti che le regole vigenti possano presentare. E la politica da decenni non è più per governare gli sviluppi ma per ratificare indirizzi e scelte che vengono dal mercato.

Roberta Carlini, raccogliendo varie tesi ed posizioni, ha difficoltà a pensare che il lavoro precario possa essere debellato con il decreto Dignità.
I sistemi produttivi di molte aree si sono adeguati alla flessibilità necessaria a fronteggiare “mercati volatili e a consumatori esigenti”. E così succede che dalla legge Biagi fino a Gentiloni, passando per il Jobs act le aziende hanno trovato continuamente il modo di non contentarsi di quanto loro veniva concesso.
La crescita è limitata, con pochi occupati e di questi molti precari, «una ripresa con lavoro povero o precario, afferma Dario Guarascio, economista dell’Inapp, che insieme ad altri ricercatori ha fatto uno studio sul nesso tra occupazione e investimenti, intitolato “Lavori più deboli, innovazione più debole”».
Il risultato è presto detto: «un ricorso intenso al lavoro temporaneo si associa a una bassa propensione all’introduzione di innovazione di prodotto». Insomma, un lavoro precario per una economia fragile, condannata ancora a una produttività molto bassa: che non si contrasta, dice Guarascio, a colpi di normativa sul lavoro (quest’ultima però «può dare un segnale simbolico di discontinuità, rispetto al precariato»), ma richiede politiche strutturali, capaci di agire sugli investimenti e sulla domanda nell’economia» [2].

Quando Roberto Romano interviene sulla polemica degli 80.000 lavoratori in meno e i 151 milioni di euro di entrate fiscali in meno che il decreto Dignità si porterebbe dietro, fa proprio riferimento al valore di sistema che avrebbe un aumento del lavoro a tempo indeterminato. Più precisamente «Il primo e non banale aspetto da sottolineare è il seguente: la crescita sconsiderata del lavoro a tempo determinato ha concorso in misura considerevole a 1) ridurre la produttività per addetto e capitale, 2) ridurre il valore aggiunto per addetto, 3) consolidare e approfondire la de-specializzazione del tessuto produttivo e dei servizi del Paese. Più precisamente, i fautori degli effetti negativi del decreto non hanno conoscenza né dell’effetto Ricardo – quando aumentano i salari si rafforzano gli investimenti -, né dell’effetto Smith – al crescere dei salari aumenta la domanda e quindi i mercati da soddisfare. […]. Sebbene l’industria italiana sia ormai ai margini della specializzazione europea, e gli incentivi fiscali del 2015-16-17-18, pari a 55 miliardi di euro di cui 12,5 miliardi strutturali (C. Perniciano), non hanno prodotto nessun effetto di struttura, se non quella non meno grave di minori entrate fiscali pari a 12 miliardi (e qualcuno si lamenta per 151 milioni di minori entrate fiscali), la discussione relativa al decreto Dignità è almeno monca degli effetti (marginali) sul sistema produttivo» [3].

Le mie personali considerazioni mi spingono a ritenere, ancora una volta, che non siamo di fronte, e men che mai potrebbe farlo un governo come quello giallo-verde, ad interventi ampi di politica economica e soprattutto di un forte ridimensionamento del ruolo della finanza e delle multinazionali, corporation che per la loro dimensione elefantiaca possono decidere delle sorti di intere nazioni.
Pasquale Esposito

[1] Natalia Paci, “La lunga strada verso la dignità”, http://sbilanciamoci.info/la-lunga-strada-verso-la-dignita/, 20 luglio 2018
[2] Roberta Carlini, “La piaga del lavoro precario non guarirà col decreto Dignità di Luigi Di Maio. Ecco perché”, http://espresso.repubblica.it/affari/2018/07/24/news/la-piaga-del-lavoro-precario-non-guarira-certo-col-decreto-di-maio-ecco-perche-1.325165?ref=HEF_RULLO, 24 luglio 2018
[3] Roberto Romano, “Decreto Dignità, ignorando storia e teoria economica”, http://sbilanciamoci.info/decreto-dignita-quando-si-ignorano-storia-e-teoria-economica/, 27 luglio 2018

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