Deforestazione: continuiamo a perdere alberi in tutto il mondo

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Un’osservazione puntigliosamente analitica delle immagini satellitari della Terra ha portato molti studiosi ad un report diffuso di recente da Global Forest Watch e Science Magazine.

Il mondo continua a perdere alberi, a mangiarsi i suoi polmoni con i quali respira. E lo fa ad un ritmo sempre uguale dal 2001, un ritmo che produce effetti nefasti sulla biodiversità, sul clima e sulle comunità indigene. Si parla molto di Amazzonia ma nel 2017, in quell’area, si sono persi quasi 7.000 chilometri quadrati di foreste, quasi quanto la superficie di Molise e Valle d’Aosta messe insieme.

Dal sito di Global Forest Watch. Le cause della deforestazione 2001-2015

Il fatto che diverse multinazionali continuino a produrre e distribuire in maniera del tutto insostenibile può spiegare la prima causa che si è potuta osservare di questa tragedia. Negli anni che vanno dal 2001 al 2015 il 27% della perdita globale di alberi è dovuta alla trasformazione della foresta in altro e cioè attività manifatturiere, estrattive, dagli allevamenti e dalle produzioni agricole intensive. Il dramma maggiore lo si affronta nel Sudest asiatico e nell’America Latina.
Ecco cosa scrive Jenni Gonzales a proposito della produzione della soia: «le ditte europee di fast food e supermercati spesso acquistano carne che vengono da polli, maiali e mucche allevati in Europa. Tuttavia, il mangime, in particolare la soia, consumato dal bestiame proviene spesso dal Sud America, dove la biosfera del Cerrado e l’ecosistema Gran Chaco vengono rapidamente deforestati dai produttori di soia». Mentre sul sito dell’organizzazione francese di ricerca agricola per lo sviluppo nel Sud e nelle regioni francesi d’oltremare, CIRAD un comunicato stampa recita: «la foresta pluviale tropicale che copre il Massiccio della Guiana è ancora una delle meno frammentate sulla Terra, ma l’estrazione dell’oro sta devastando: in tutta l’America del Sud, questa regione è il principale centro di deforestazione a seguito dell’attività. L’estrazione mineraria per il metallo prezioso è stata incoraggiata, dall’inizio degli anni 2000, dall’esplosione della domanda globale. L’aumento dei prezzi ha portato allo sviluppo del settore minerario in regioni precedentemente meno redditizie, con notevoli conseguenze ambientali».

Un altro 24% è dovuto alla cosiddetta “shifting cultivation”, un’antica tecnica per cui le comunità locali con una turnazione bruciano e ripuliscono le terre per coltivare quello che occorre alla loro sussistenza e dopo la raccolta si abbandona la terra per la rigenerazione delle foreste. Calcoli complessi da fare per capire l’impatto vero, ma sta di fatto che in diversi casi come nella Repubblica Democratica del Congo, come scrivono Nancy Harris , Elizabeth Dow Goldman , Mikaela Weisse e Alyssa Barrett «la rapida crescita della popolazione sta intensificando la pressione sulla terra, portando a periodi di maggese più brevi, a minori opportunità di rigenerazione delle foreste e ad un degrado forestale a lungo termine. L’espansione dei paesaggi a mosaico può anche arrivare al costo delle foreste primarie intatte, che forniscono un valore speciale per la biodiversità e lo stoccaggio del carbonio».

Incendio del Morrone. Foto Emidio Maria Di Loreto

 

Un’altra determinante causa della perdita delle foreste sono gli incendi che determina la perdita del 23% delle foreste. Le aree maggiormente colpite sono il Nord America e la Russia. Se qualche incendio è naturale, molta mano è dell’uomo e non solo per ragioni accidentali. E un clima sepre più estremo non aiuta nemmeno nella rigenerazione.
Pasquale Esposito

Per saperne di più
https://www.wri.org/blog/2018/09/when-tree-falls-it-deforestation
https://www.globalforestwatch.org/
https://news.mongabay.com/2018/08/south-american-soy-fed-to-eu-livestock-drives-gran-chaco-deforestation/
https://www.cirad.fr/en/news/all-news-items/press-releases/2017/guiana-shield-world-gold-prices-determine-the-extent-of-deforestation

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