Dell’insostenibile peso della disabilità

disabilità disabili in carrozzina
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I disabili ed i loro care givers fanno spesso tenerezza, suscitano umana empatia, ma quasi mai scatenano reazioni capaci di alleviare il peso che si portano sulle spalle.
Più facile premiarli che riconoscerne i diritti, specie se questo comportasse dei costi: meglio così interminabili convegni che soluzioni concrete ai loro problemi, cioè servizi e perché no supporti economici.
Sono oltre tre milioni le persone non autosufficienti in Italia, eppure non fanno notizia.

In particolare “su una popolazione di riferimento composta da circa 6,9 milioni di over 75, sono oltre 2,7 milioni coloro che presentano gravi difficoltà motorie, comorbilità, compromissioni dell’autonomia nelle attività quotidiane di cura della persona e nelle attività strumentali della vita quotidiana. Tra questi, 1,2 milioni di anziani dichiarano di non poter contare su un aiuto adeguato alle proprie necessità, di cui circa 1 milione vive solo oppure con altri familiari tutti over 65 senza supporto o con un livello di aiuto insufficiente. Infine, circa 100mila anziani, soli o con familiari anziani, oltre a non avere aiuti adeguati sono anche poveri di risorse economiche, con l’impossibilità di accedere a servizi a pagamento per avere assistenza“.

I dati appena riportati sono contenuti nel rapporto elaborato dall’ ISTAT nell’anno 2019, destinato al Ministero della Salute ed in particolare alla Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana.
Ma i numeri riportati non possono considerarsi esaustivi, dato che non tengono conto dei non autosufficienti sotto i 75 anni di età, tanto che non appare azzardato affermare che il loro numero, sommato a quello di care givers e badanti, rappresenti ben oltre il 10% della popolazione residente in Italia.
Ciò che dovrebbe destare maggiormente preoccupazione ed attenzione, da parte della politica, sono quegli 1, 2 milioni di anziani non autosufficienti che dichiarano di non potersi avvalere di un aiuto adeguato alle proprie necessità; è in questo ambito che maturano autentiche tragedie.

È questo il caso, ad esempio, di Maria Giocelli, 85 anni, e di suo figlio, lo scrittore genovese Christian La Fauci, trovati senza vita nel loro appartamento di Genova lo scorso mese di luglio.
La donna, malata e dipendente dal figlio, è morta di stenti come conseguenza del decesso di Christian.

Nonostante numeri tanto consistenti come quelli emersi dalla ricerca ISTAT e drammi, come quello della signora Giocelli e del figlio, la politica è lontana anni luce non solo dal fornire risposte adeguate ma anche dal comprendere la reale portata del problema.

In parole povere la disabilità non riscuotono un gran successo nel Palazzo, forse anche per la l’“incapacità” dei disabili di diventare lobby in grado di fare eleggere parlamentari, consiglieri regionali, ministri e sottosegretari e di determinarne le carriere.
L’impoverimento in cui ricadono i disabili e le loro famiglie è determinato dalla carenza di assistenza domiciliare pubblica adeguata; questo li obbliga, qualora desiderino continuare a vivere nelle loro abitazioni, ad accollarsi pressoché interamente i costi di badanti ed assistenti.
Tradotto in moneta corrente questo significa spendere dai 30 a i 32 mila euro annui, nel caso si intenda avvalersi di assistenza di 10 ore per 365 giorni l’anno.
A fronte di una cifra tanto elevata, ad oggi sono previste solo insignificanti deduzioni fiscali, che permettono di recuperare alcune centinaia di euro dei contributi versati in un anno.
Troppo poco per evitare alla maggioranza di disabili e di loro famiglie di sopravvivere con dignità.

In questo contesto ecco entrare in azione giovanotti incravattati, rappresentanti di fondi di investimento, compagnie di assicurazioni, immobiliari, che sanno esattamente a quali porte bussare e cosa proporre: vendita della nuda proprietà di abitazioni, in cambio di denaro liquido, spesso poco, pochissimo se raffrontato al valore reale del bene da acquistare.
La morte del non autosufficiente chiude la “pratica” e viene registrata nelle voci utili dei signori del mattone.

La detrazioni fiscali per badanti oggi non sono ammesse.
Questo rappresenta un unicum tra i cosiddetti datori di lavoro.
Infatti secondo l’art. 95 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui redditi) , stabilisce che le spese per prestazioni lavorative dei dipendenti sono interamente deducibili dal reddito di impresa, secondo il principio di competenza, comprendendo quindi non solo le componenti principali del costo del personale (retribuzione, oneri sociali, trattamento di fine rapporto) ma anche le erogazioni liberali e in natura definite anche fringe benefits.
Questo trattamento non è pero riservato a chi assume migliaia di persone solo per scopi di cura.
Eppure l’occasione per restituire la dignità negata a disabili e loro famiglie oggi si potrebbe presentare, in occasione del varo della cd Riforma Fiscale.
Le strade potrebbero essere diverse:
– fare rientrare i non autosufficienti sotto una determinata soglia di reddito nella cosiddetta quota esente da imposizione fiscale;
– introdurre detrazioni fiscali sui redditi delle persone fisiche che si accollino per intero e o parzialmente i costi di badanti ed assistenti, pari ad almeno 50% dei costi annui.

Ma questo primo passo in avanti, seppure molto importante potrebbe non essere sufficientemente inclusivo.
Rimarrebbero infatti tagliati fuori i non autosufficienti e le persone che li supportano ai sensi del fisco definiti “incapienti”, vale dire incapaci di detrarre dalle imposte pagate una parta significativa di quanto speso, proprio perché troppo poveri.
In questo caso potrebbero intervenire ulteriori misure come la completa decontribuzione, vale a dire l’esonero totale dal versamento dei contribuiti INPS ( come avviene già per numerose imprese che assumono categorie particolari di persone) ed un regime di IVA agevolato su prodotti di prima necessità.
Sullo sfondo resta comunque il mancato aggiornamento delle pensioni di accompagnamento, ferme al palo da troppo tempo.

Qualcuno ora potrebbe obiettare sui costi di queste misure, ma su questo punto è facile replicare con più argomenti.
La condizione di non autosufficienza è di per se già una malattia e l’articolo 32 della Costituzione, individua nella tutela della salute non solo un fondamentale diritto dell’individuo, ma anche un interesse della collettività, aggiungendo, al primo comma, che “la Repubblica garantisce cure gratuite agli indigenti”.
Come possa considerarsi estraneo a questo principio un malato di Alzheimer, una persona affetta di sclerosi multipla, un malato psichiatrico, una persona incapace di deambulare, un non vedente ecc., indipendentemente dalla fascia di età in cui si trova, è la domanda che si pongono i tanti.
Come possa lo Stato non prendere in considerazione care givers o badanti, aiuti fondamentali alla vita dei non autosufficienti, è altrettanto misterioso.
Paradossale poi che economisti non comprendano che un non autosufficiente assistito tra le mura domestiche non gravi sul bilancio del Sistema Sanitario Nazionale se non in misura ridotta, rispetto a chi è ricoverato in idonee strutture.
La permanenza a casa, fin dove possibile , diventa così la strada maestra da seguire sia per la dignità del non autosufficiente, sia in termini di costi a carico della collettività.

Ma vi è di più: in questo modo si permetterebbe l’emersione di molte migliaia di rapporti di lavoro oggi parzialmente o totalmente irregolari.
Questo porterebbe ulteriori benefici, primo fra tutti la mancata erogazione di migliaia di prestazioni gratuite da parte dei comuni. Infatti non rientrerebbero più in un indicatore ISEE inferiore ai minimi previsti per il pagamento di mense scolastiche, asili ecc, in quanto lavoratore in nero.
A questo si aggiungano redditi di cittadinanza ed indennità di disoccupazione erogate anche a badanti che nascondono al fisco parte dei loro introiti.
Ma accanto a queste persone esistono migliaia di assistenti che si sacrificano, vivendo da custodi gelosi dei loro assisiti, invisibili loro stessi, senza relazioni, dimenticate da tutti, spesso preda da sindromi depressive.
La loro regolarizzazione permetterebbe il pieno riconoscimento della loro funzione sociale e sarebbe quanto meno un atto dovuto.

Aiutare le famiglie dei non autosufficienti a pagare regolari stipendi e contributi, ridurrebbe ai minimi termini contenziosi che in primo luogo si abbattono sull‘Ispettorato Nazionale del Lavoro e che incrinano i rapporti fra persone spesso convissute sotto le stesso tetto per anni; aiuterebbe a favorire la riduzione di un orario di lavoro che oggi è in deroga alla stessa normativa dell’ Unione Europea.
Infatti, sebbene il contratto collettivo nazionale di lavoro di colf e badanti lo preveda, 54 ore settimanali di lavoro per chi presta servizio in regime di convivenza, va ben oltre la media massima delle 48 settimanali ( straordinari compresi) previste dal decreto legislativo 66/2003.
Non si tratta pertanto di contrapporre ultimi a penultimi, bensì di avviare un percorso che restituisca dignità a milioni di persone.
Già, perché si dimentica che vivere e morire nella propria abitazione dovrebbe essere un diritto di tutti, almeno fin quando possibile e che il ricovero in strutture dovrebbe rappresentare l’ultimo stadio di un percorso.
Ma questo certamente può disturbare la potente lobby della Case di Riposo o RSA che dir si voglia; e come ripete spesso Monsignor Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, la legge del libero mercato non fa sconti, un po’ come non ne fa la libera volpe in libero pollaio.

Alberto Gardina

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