Demografia, clima e tecnologia. Appunti tra passato e futuro

Demografia e politica

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A cavallo dei primi anni '90, mi trovai ad analizzare – per ragioni professionali – gli andamenti economici e commerciali mondiali. Pur essendo un'analisi di prima approssimazione, per meglio comprendere, visionai anche i dati di evoluzione sociodemografica. Per il marketing, infatti, i consumi sono correlati al livello dei redditi medi pro-capite a parità di potere di acquisto.

Per contestualizzare la situazione di allora, in Giappone il sole “economico” non era più levante, ma aveva passato lo zenit. La sua economia, dopo quasi mezzo secolo di crescita folgorante, iniziava una stasi che ancora perdura, esattamente in linea con la numerosità della , oggi davvero molto anziana. La Cina aveva raccolto il testimone della crescita economica più tumultuosa, mentre il suo Governo aveva iniziato una politica volta a frenare la crescita demografica. Attualmente, uno dei fattori del rallentamento dello sviluppo di quella economia è proprio il debole andamento demografico e la tendenza di invecchiamento della popolazione. L'Italia aveva da poco scollinato il tetto del suo fulgore nel commercio e nell'economia globali (una quota pari a circa 1 ventesimo nel mondo e a un sesto in UE) e iniziato una discesa ancora non terminata.

In Europa, la crescita economica era soprattutto legata agli aumenti di produttività, mentre la demografia segnava già il passo, specie in Germania e Italia. I dati italiani, in particolare quelli del Settentrione, erano già talmente deprimenti da rendere evidente il consolidamento della difficoltà di inversione. La prospettiva di denatalità e invecchiamento era così grave da suggerire future enormi difficoltà economiche per il pagamento delle pensioni e per la disponibilità di manodopera.

Pur nell'ignoranza in etologia e sociologia, la mia riflessione personale fu che il popolo italiano stesse attuando una forma di suicidio collettivo e mi chiesi perché mai la politica trascurasse un fenomeno di tale gravità. Poi, Milano passò rapidamente dall'essere una città da “bere” ad essere la capitale di “tangentopoli” (raccogliendo il testimone di “romaladrona”) e mi tornò alla mente la considerazione di uno dei miei primi mèntori: “il problema non è il 5 % di tangente, ma lo scopo e il come si spende il 95 % dei denari pubblici”. Un altro tra loro iniziò a parlarmi dei problemi di inquinamento e riscaldamento globale, più o meno in concomitanza alle problematiche legate al “buco nell'ozono”.

Al termine della mia vita professionale, oggi, politica e società “scoprono” l'inverno demografico. A quanto appare dalle recenti informazioni, si pensa di risolvere – in tempo per le prossime elezioni e con il solito e classico “pannicello” – una situazione ben rappresentabile con il solo dato di calo delle nascite fornito dai media popolari: circa il 60 % in meno negli ultimi 60 anni.

In pratica, dalla metà degli anni '60 sta succedendo al Paese intero quanto avvenuto, per motivi abbastanza simili, ai nostri territori montani dal secondo dopoguerra all'incirca. Le previsioni Istat, a mio parere ottimistiche, parlano di una perdita di popolazione di una decina di milioni di individui per la metà circa di questo secolo. Secondo il mio parere, saremo “fortunati” se, nell'arco del prossimo del trentennio, le nascite nel nostro Paese cesseranno di diminuire. Ma, a causa della diminuzione della popolazione complessiva (noi boomer toglieremo progressivamente il disturbo), il tasso di natalità tenderà a migliorare, consentendo alla maggioranza politica di turno il pavoneggiarsi di un risultato positivo, proprio come viene fatto attualmente confrontando i dati di prolificità con quelli di altri partner europei.

L'impatto dell' potrebbe però incidere in modo ancor più significativo sulla numerosità della popolazione che vivrà in Italia tra un trentennio; infatti, a mio modo di vedere, l'immigrazione è una variabile prevalentemente esogena cioè ben poco controllabile dai governi.

Quello che però possiamo attenderci con buon grado di approssimazione è una variazione non trascurabile della composizione socioeconomica della popolazione. Secondo le scale di valore correnti, la “variazione” sarà negativa. Come nei paesi di montagna già malinconicamente descritti al Sanremo 1971, la percentuale di anziani sarà largamente maggioritaria, quindi con un reddito medio modesto, fisso e a carico della comunità. La qualità professionale dei “giovani” rimanenti sarà calante, sia per le esigenze del mercato del lavoro (assistenza alle persone e ricettività turistica in primis, manutenzione), sia per il progressivo depauperamento delle risorse più qualificate che, appunto, da anni ormai “vanno via” in cerca di opportunità e di rispetto e trasparenza verso le capacità e il merito.

Le ”variabili esogene”, però, non si limitano ai volumi di immigrazione. Per tracciare alcune linee di uno scenario “Italia 2050”, è necessario tenere conto, secondo il mio punto di vista, di almeno altri tre gruppi di variabili: quelle legate all'ambiente e al clima, quelle legate alle tecnologie e infine a quelle geopolitiche.

La comunità scientifica internazionale converge ormai da tempo sulla responsabilità umana nel , in particolare per quanto riguarda la velocità del cambiamento. La “sintomatologia” mostrata in questi ultimi anni, in cui l'andamento del fenomeno ha iniziato ad aggravarsi in modo significativo, mostra una tendenza difficilmente modificabile in pochi decenni e oscillazioni di ampiezza elevata rispetto alla linea media di trend (molto più caldo o freddo, molto più umido o secco). Allo stesso tempo, gli effetti “non serra” dell'inquinamento prodotto dalle attività umane sembrano invece destinati ad accelerare in modo progressivo e sostanzialmente “indisturbato”, cioè non direttamente contrastato come si sta tentando con la riduzione delle emissioni di CO2 per diminuire l'effetto serra.

Mi riferisco come esempi alle malattie direttamente riferibili all'inquinamento (microplastiche, polveri sottili) e a quelle che lo sono forse più indirettamente, per il tramite delle modifiche imposte all'ambiente in cui vivono le altre specie animali e vegetali. Mi riferisco anche, in quest'ottica, alla produzione di nucleare a fissione e a una tipologia di produzione/utilizzo dell'idrogeno. Trascurando ogni questione in merito alle scorie per un aspetto e ai rendimenti complessivi delle trasformazioni per l'altro, alcune fasi dei processi comportano aumenti di temperature molto significativi. Diventa quindi necessario il raffreddamento mediante acqua o aria, il che, con ogni evidenza, contribuisce nel complesso all'innalzamento artificiale della temperatura ambientale.

È banale affermare che il paradigma – il “modo di funzionare” – della nostra economia e della nostra società determina questo andamento. Esso è ormai in collisione con il “cambiamento climatico” e con la disponibilità di risorse vitali: acqua, aria, suolo, mica solo “terre rare”. Insomma, l'iceberg è ormai dentro le lamiere del Titanic; a mio parere, la domanda non è più se si possa evitare, ma quanti potranno salvarsi e quale sarà il nuovo paradigma….

È quindi assai probabile trovare, all'alba del 2050, una situazione ambientale del pianeta e dell'Italia peggiore di quella attuale, sia per l'enorme inerzia rispetto alle azioni di contrasto, sia perché le cause del fenomeno non sembrano per nulla destinate, nel complesso, a cessare o almeno a diminuire davvero significativamente.

Una gran parte delle chance di sopravvivenza del modello produttivo attuale e, di conseguenza, di una considerevole quota dei 10 miliardi di sapiens a carico del pianeta dipende dalle dinamiche tecnologiche, in particolare da quelle energetiche. È molto prevedibile una forte accentuazione dei consumi di elettricità, sia per effettuare la transizione energetica, sia per supportare quella “digitale”. Questa crescita sarà dovuta all'incremento delle applicazioni (fotovoltaico/ eolico/ maree), ma anche a quello del loro rendimento. Il che significa importanti dinamiche innovative: qui includo anche l'idroelettrico, ormai molto maturo e quindi pronto a un salto tecnologico che potrà mitigare significativamente l'impatto ambientale, più che migliorare il rendimento.

Questo comporterà anche lo sviluppo di nuove tecnologie di stoccaggio in sostituzione delle batterie a ioni di litio, oggi dominanti, mentre mi attendo per allora il definitivo accantonamento dell'idrogeno per lo stoccaggio e l'utilizzo dell'energia, almeno con le tecnologie oggi in affinamento, molto inefficienti.

Qualche parola sul nucleare. Quello a fissione ha un “plafond fisiologico” (un po' come l'idrogeno) che allo stato di oggi non consente di considerarlo una soluzione “definitiva”, anzi, nuove applicazioni comportano semplicemente uno spostamento verso il futuro del problema (scorie radioattive) e un rallentamento rispetto ai combustibili fossili del riscaldamento. Il potenziale della fusione allo stato della tecnica (e della scienza) è elevatissimo ma ancora alquanto indefinito. È possibile, ma non certo, che in questi decenni si chiarisca e le prime applicazioni diventino operative, ma ad oggi non si può definire probabile l'ipotesi che allora avrà raggiunto una scala “industriale” tale da sostituire il ruolo attualmente svolto dalle fonti fossili.

Tornando alla transizione digitale, possiamo valutare che le tecnologie su cui si basa si trovino nella fase “introduttiva” del suo ciclo vitale. In particolare, nei prossimi decenni assisteremo ad un grande sviluppo delle tecnologie che si richiamano all'””. Con esse, si completerà l'automazione di processi “semplici”, quali ad esempio la guida di mezzi di trasporto, inclusi gli aerei, e si sarà diffusa quella in cui oggi è necessaria “creatività” o “presa di decisioni complesse”.

Dal punto di vista sociale, l'impatto è (oggi solo potenzialmente) devastante perché sarà rivoluzionato il concetto attuale di “lavoro” o “occupazione”. La maggior parte delle mansioni, sia quelle considerate di “basso livello sociale”, sia quelle intellettualmente più evolute, come la progettazione di oggetti, la scrittura di articoli di giornale, il giudizio giurisprudenziale, verranno eseguite da “macchine” in sostituzione totale o quasi dell'uomo.

È altrettanto ovvio che, nel contempo, nasceranno nuove esigenze di competenze in cui sarà necessario il contributo umano. Serviranno decenni (la seconda metà del secolo?) prima che ci si avvicini ad un nuovo equilibrio che è peraltro possibile ma non scontato, nonostante gli esempi delle rivoluzioni industriali del passato.

Possiamo quindi prevedere – per i prossimi decenni – uno scenario sociale conflittuale per le crescenti disuguaglianze, determinate anche dagli sconvolgimenti nel mercato del lavoro. Pur sfiorando solamente il gruppo delle variabili geopolitiche, è prefigurabile un innalzamento generale della conflittualità internazionale. Nel quadro europeo, la posizione italiana sembra destinata ad essere sempre più debole, pressata dal mare con ondate migratorie – non dimentichiamo, spinte anche queste dal cambiamento climatico e dalla desertificazione di molte aree geografiche – ed in perennemente affannosa rincorsa alle economie centro-europee più robuste e, appunto con un peso demografico decrescente.

Per quanto concerne l'Italia, considerata la storicità del ripristino di territorio, infrastrutture e strutture dopo le catastrofi naturali o meno, è davvero arduo prevedere un'inversione di tendenza che consenta un'adeguata preparazione alle difficoltà che il clima proporrà nella seconda metà del secolo. Anzi, le modeste disponibilità di risorse sembrano già destinate prevalentemente a “grandi opere”, a prescindere rese sostanzialmente superflue in ragione della diminuzione della popolazione.

Tirando le somme, il 2050 italiano che verrà sarà caratterizzato probabilmente da un clima “meno piacevole” di quello di mezzo secolo prima, da un territorio meno “vivibile” dovunque: città, campagna, pianura, mare o montagna. L'energia per le attività economiche sarà sufficiente, anche se probabilmente soggetta a frequenti periodi di speculazione, mentre il divario tecnologico verso i leader mondiali sembra destinato ad allargarsi, anche in ragione di investimenti da sempre insufficienti. La popolazione, soprattutto quella attiva, sarà meno numerosa, e meno colta e preparata professionalmente.

In sostanza, nel 2050, è prevedibile che l'Italia offra ai suoi abitanti un territorio “meno produttivo”, cioè con dotazioni di risorse naturali, infrastrutture e strutture non migliori di quelle attuali. In compenso, per fortuna, essendoci meno abitanti in età produttiva, la “dotazione pro-capite” non peggiorerà in modo drammatico.

Per tornare alle pur lodevoli iniziative volte ad affrontare l'inverno demografico, il cronico ritardo italiano appare irrecuperabile. A me pare però che tali politiche siano ormai definibili come “anacronistiche”, se lo scenario tratteggiato è credibile. In sostanza, ancora una volta, si tenta di risolvere il “problema sbagliato”.

Per assurdo, infatti, una minore numerosità della popolazione rende meno grave il probabile quadro di contesto al 2050 e oltre. Il problema è, dal mio punto di vista quello di individuare e sviluppare un approccio totalmente innovativo – addirittura rivoluzionario – alla formazione dei pochi nascituri.

Oltre a diventare buoni cittadini, questo nuovo approccio dovrà accompagnarli e sostenerli in modo che acquisiscano conoscenze e competenze diverse da quelle fornite attualmente dal percorso di crescita di ogni bimbo. Soprattutto, queste dovranno essere diverse, fuori “campo di applicazione” rispetto a quello che le “macchine”, inevitabilmente, sapranno fare meglio, più in fretta e di più degli umani. Una sfida decisamente difficile, ma che potrebbe offrire al Paese opportunità imprevedibili e molto positive.

Ezio Roppolo

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