DESI: la digitalizzazione in Italia (da sottosviluppo) e in Europa

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Il lungo periodo in cui, a causa del ferreo “distanziamento sociale”, abbiamo vissuto lavorando, studiando e divertendoci, per quanto possibile, a distanza ha accentuato sia la domanda che la consapevolezza della digitalizzazione sia fondamentale in Europa anche per affrontare le pandemie. Nonostante le varie agende, le intenzioni e gli investimenti (pochi a dire la verità) abbiamo toccato con mano l’impossibilità di avere una rete sufficiente per molti, che tanti non avevano i dispositivi adatti, o non ne avevano affatto, o non hanno le competenze per farlo. E proprio su questo aspetto, come vedremo, l’Italia si colloca all’ultimo posto per le competenze digitali. Un altro aspetto di quelle enormi disuguaglianze che caratterizzano da decenni le società tutte orientate al mercato e ai profitti.

Il Digital Economy & Society Index (DESI) stilato dalla Commissione europea per monitorare lo stato della digitalizzazione dell’economia e della società in Europa da un giudizio che non ammette repliche, collocandoci in uno stato di arretratezza totale con la nostra 24ma posizione nel 2020 nell’Unione. Del resto la nostra ISTAT ci consegnava un quadro ai limiti del sottosviluppo quando ci diceva per lo scorso anno che le famiglie senza un computer o tablet a casa erano il 33,8%, con punte in Sicilia di oltre il 44% e in Calabria del 46%; con il 62% della popolazione di età compresa tra i 16 e i 74 anni che non aveva mai effettuato acquisti online e il 66% che non aveva fatto uso dell’Internet banking.

Prima di entrare nel dettaglio proviamo a spiegare brevemente che cos’è il DESI.
È un indice con il quale la Commissione Europea monitora la competitività digitale degli Stati membri dal 2015. Viene prodotta una relazione sia per i singoli stati che per l’intera Unione sullo di alcuni indicatori e poi vengono presentati alcuni capitoli tematici (ad esempio sulla Tecnologia quantica, Blockchain,…) inclusi approfondimenti sulle politiche e le migliori prassi.
I dati quantitativi che vengono raccolti ed esaminati sono cinque: “Uso dei servizi Internet”, “Connettività”, “Capitale Umano”, “Integrazione delle tecnologie digitali”, “Servizi pubblici digitali”. Ognuno di questi parametri è diviso in ulteriori aspetti che ne spiegano nel dettaglio la qualità e la sua diffusione.

Lo studio pubblicato riguarda lo stato dell’arte del 2019 quando ancora né la pandemia, né le misure per bloccarla, né quelle per la ripresa erano in atto, quindi i dati che si possono leggere potrebbero rappresentare il punto di partenza per il futuro.
Salvo per alcune indicazioni generali sull’Europa nel suo complesso, in questo articolo ci soffermeremo sull’Italia e sull’indicatore che con un pessimo linguaggio, del resto esso stesso indicatore dei modelli socio-economici adottati, identificato con “Capitale umano”.

Secondo gli autori del DESI la connettività in Europa è migliorata grazie ad una copertura aumentata dall’83% all’86% per le famiglie. rispetto all’83% di un anno fa. Anche le reti ad alta velocità sono cresciute in disponibilità con Malta, Danimarca e Lussemburgo guidano la classifica. Nel 2019 il 78% delle famiglie europee aveva un abbonamento fisso a banda larga rispetto al 70% 5 anni fa. Nel mobile le reti 4G coprono quasi l’intera popolazione europea, mentre per il famoso o famigerato 5G sono 17 gli Stati membri ad aver assegnato lo spettro al 5G.

Per quanto riguarda le aziende stanno facendo passi importanti soprattutto quelle di grandi dimensioni. Queste ultime nel 38,5% dei casi già utilizza servizi cloud avanzati e il 32,7% ricorre all’analisi dei Big Data. Mentre le PMI sono ferme al 17% per i primi e il 12% per il secondo mentre, sempre nel 2019, solo il 17,5% delle PMI ha venduto online, contro sono il 39% delle grandi ad aver venduto online nel 2019. Le nazioni leader nella digitalizzazione delle imprese sono Irlanda, Finlandia, Belgio e Paesi Bassi.

Su 28 paesi l’Italia è alla 25ma posizione per quanto riguarda l’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società, ben 9 punti sotto la media UE (43,6 vs 52,6). Finlandia, Svezia e Danimarca sono le leader con punteggi intorno a 70 punti. I paesi più vicini a noi per demografia e condizione economica come Spagna (57,5), Germania (56,1) e Francia (52,2) sono anch’essi meglio posizionati e non di poco.
Veniamo alla dimensione “Capitale umano”, il parametro che attiene alle competenze digitali ed è composta da una serie di indicatori.
Il documento precisa che «l’attuale pandemia di COVID-19 ha dimostrato quanto siano diventate importanti per noi le risorse digitali […]. Sebbene già l’85% dei cittadini ha utilizzato Internet nel 2019, prima della crisi COVID-19, solo il 58% possiede competenze digitali di base. Pertanto, disporre di una connessione Internet non è sufficiente; deve essere accoppiato con le competenze adeguate per trarre vantaggio dalla società digitale» [pag. 51]. Le competenze digitali sono influenzate da fattori socio-demografici per cui l’82% dei giovani (età 16-24), l’85% di quelli con un’elevata istruzione, il 68% degli occupati o dei lavoratori autonomi e l’87% degli studenti posseggono le competenze digitali di base, mentre le hanno solo il 35% dei cittadini europei di età compresa tra 55 e 74 anni e il 30% di pensionati e degli inattivi.

Nella dimensione “Capitale Umano”, l’Italia è all’ultimo posto nell’Unione. Infatti, nel 2019, solo il 42% delle persone (tra i 16 e i 74 anni) possiede almeno delle competenze digitali di base (58% in Ue, 70% Germania); la percentuale di specialisti ICT occupati è solo del 2,8% (3,9% in Ue) e solo l’1% dei laureati italiani è in possesso di una laurea in discipline ICT, il dato più basso nell’UE (3,6% in Ue). Le competenze software (altro indicatore per il Capitale umano) stanno diventando un prerequisito per poter accedere a molti lavori l’ingresso in molti lavori, ma queste in un po’ tutta Europa sono limitate: il 61% degli europei ha competenze software di base di base. Nei Paesi Bassi, Finlandia e Regno Unito, almeno tre su quattro individui possiedono competenze software di base, mentre (rispettivamente 80%, 77% e 75%). Al contrario in Italia sono meno della metà e prima solo di lettoni, rumeni e bulgari.

La conseguenza di competenze limitate influisce pesantemente nell’“Uso dei servizi Internet” per il quali il nostro paese è alla 26ma posizione per cui: il 17% delle persone non ha mai utilizzato Internet (9% UE); solo il 48% utilizza servizi bancari online (66% in UE e in Germania); lettura di notizie online, shopping online, vendita online sono attività particolarmente poco diffuse.
Un po’ meglio va per noi nell’indicatore “Servizi pubblici digitali” essendo alla 19ma posizione ma sempre al di sotto della media Ue. Il mancato utilizzo è anche dovuto alle scarse competenze oltre che ad una pubblica amministrazione non all’avanguardia.

Sicuramente la diffusione della Covid-19 ha accelerato la digitalizzazione con investimenti tecnologici, pubblici e privati, e un cambio culturale. È probabile che assisteremo ad un cambio epocale nei prossimi anni ma quello che bisogna evitare è che l’analfabetismo digitale venga sconfitto e che tutti possano essere messi in grado di poter lavorare, studiare, accedere alla telemedicina, divertirsi. Essendo molti di questi servizi che connotano dei diritti fondamentali e costituzionali è necessario che lo Stato se ne faccia carico a cominciare da una rete a banda larga diffusa su tutto il territorio nazionale e si eviti che queste tematiche siano governate dalle grandi aziende.
Ciro Ardiglione

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