Di solito non facevo la cacca nella mia scuola

Biciletta
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Le palpebre si abbassano da sole, continuo a strofinarmi gli occhi ma questa azione ossessiva non migliora la mia situazione. Continuo ad ascoltare questo incessante fiume di parole della maestra che mi servirà ben poco. Già lo so, me lo ha detto mio cugino. Lui è bravo, ha capito tutto secondo me. Mi insegna tante cose. Ha cinque anni più di me, ma mi vuole bene e a volte mi permette di fare le cose che fa lui, dice che è meglio se me lo fa vedere lui che la mamma o il papà. Lui il mio papà non lo sopporta, lo chiama quel brutto vecchio. A volte penso che non sappia nemmeno come si chiami, per questo dice che è un brutto vecchio. Poi però mi ricordo di quella volta in cui il mio papà lo cacciò a calci in culo dalla mia stanza perché ero tornato sporco di fango. Da quel giorno non si rivolgono più la parola e ogni volta che mia mamma prova a sorridergli mio padre le lancia delle occhiatacce molto cattive, sembra un drago che sputa fuoco dagli occhi. La maestra sta spiegando che la Spagna è vicina al Portogallo e alla Francia, e da una parte sta invece il mare. Io questo lo sapevo già. Me lo ha spiegato mio cugino durante l’estate dei mondiali: il Portogallo è quello dove è nato Cristiano Ronaldo, la Spagna invece è dove è nato Torres. So anche che in Spagna c’è il mare perché mio cugino è andato in vacanza lì in un’isola dove si ballava e si giocava tutto il giorno. Non ho visto mio cugino per dieci giorni di fila e non era mai successo infatti mi è mancato molto. La mamma mi portava sempre con sé al lavoro e io odiavo tutte quelle sue amiche che continuavano a darmi i pizzicotti ogni volta che mi vedevano. Mia madre ha una drogheria che si trova in una stradina nascosta dove passa una sola macchina per volta. Questo è molto bello per me perché così posso sempre uscire e giocare invece che stare lì dentro con tutti quegli aromi e quell’odore di acetone della sera. Dico acetone solo la sera perché mia madre ogni mattina quando arriva nel negozio si mette lo smalto rosso, non l’ho mai vista usare un altro colore. Poi, quando arriva la sera, strofina fortissimo e lo toglie. All’inizio ho pensato che la mamma fosse pazza o che non le piacesse mai come lo metteva. Allora l’ho detto a mio cugino e mi ha detto che secondo lui mia mamma era una troia. Io ho pianto perché sapevo che era una parolaccia infatti mio padre ha attaccato sul frigo un foglio dove ci sono scritte tutte le parole che io non devo mai mai mai dire. Mio cugino mi ha spiegato però che non è una brutta parola, vuol dire che a mia mamma piace fare le cose sessuali. Gli ho chiesto cosa sono le cose sessuali ma lui non me lo ha voluto dire, mi ha risposto così: “quando avrai imparato a saltare la scuola, ti dirò cosa sono le cose sessuali”. Questo è successo l’anno scorso, poco prima dell’estate. Io volevo assolutamente sapere cosa fossero le cose sessuali, ma non potevo saltare la scuola perché avevo paura che mio padre mi scoprisse e mi mettesse in punizione. Avevo proposto a mio cugino di fargli da schiavo per una settimana ma lui aveva rifiutato, disse che dovevo farmi le ossa, e le ossa non si fanno facendo gli schiavi. Quel giorno mi arrabbiai con lui così quando mi bussò alla finestra io feci finta di dormire e restai a casa tutta la notte. Non dormii. Progettai a lungo la mia fuga. Mio padre mi accompagnava tutte le mattine in auto per un pezzo di strada e poi prendevo un pullman giallo pieno di altri bambini rumorosi. Pensai, pensai, pensai. Poi capii come fare. Mi misi una tuta senza togliere il pigiama e aspettai che i miei genitori spegnessero la tv e andassero a dormire. Feci finta di andare in bagno e feci cadere il bicchiere con gli spazzolini per controllare che stessero davvero dormendo e poi uscii. Presi la mia bicicletta e la portai a scuola, la nascosi tra i cespugli un isolato più avanti e poi tornai a casa a piedi. La strada era molto lunga ma per fortuna non faceva freddo, anzi. Iniziai a sudare anche perché ero un po’ agitato, ma mio cugino sarebbe stato fiero di me. Quando finalmente arrivai a casa era quasi giorno. Nascosi la tuta sotto il materasso e dopo un po’ andai a fare colazione. Mia madre, senza smalto, era quasi pronta. Mio padre invece quel giorno perse molto tempo, mangiava i cereali con una lentezza che non aveva quasi mai. Pensai che avesse scoperto tutto il mio piano così me ne tornai di fretta in camera per cambiarmi ed evitare di diventare tutto rosso. Salimmo in auto e mi portò fino al pullman e aspettò finché non partì con tutti noi dentro. Lo immaginavo che tornava a casa e cercava la mia bici perché mi aveva letto nel pensiero, oppure immaginavo di trovarlo di fronte alla mia scuola con la bicicletta vicino a sé perché durante la notte mi aveva seguito. Non successe niente. Appena arrivai a scuola nessuno si accorse di me che mi ero nascosto nel bagno per aspettare che i corridoi fossero tutti liberi. Quel giorno feci anche la cacca perché avevo un po’ paura che qualcuno potesse scoprirmi. Di solito non facevo la cacca nella mia scuola perché i bagni erano diversi da quello di casa mia e si potevano anche passare le cose tra un bagno e l’altro e questa cosa non mi piaceva. Comunque, dopo la cacca, raggiunsi il mio cespuglio senza troppi intoppi e pedalai a più non posso fino alla scuola di mio cugino. Volevo farmi notare dalla finestra della sua classe, farmi vedere anche da tutti i suoi amici. Sapevo quale era la finestra da cui si sarebbe affacciato perché una notte me l’aveva fatta vedere. Mi aveva anche raccontato che dall’altra parte del muro, proprio sotto la finestra, aveva inciso due donne che si baciavano con la punta del compasso. Mi spiegò che la cosa utile del compasso è che puoi fare i tagli sul muro o fare impressione alle persone: lui infatti quell’ago doppio se lo infilava un po’ sotto la pelle e lasciava penzolare il compasso davanti alla mia faccia. Mio cugino faceva spesso queste cose, quando ero più piccolo per esempio spegneva sempre le candele con le dita, poi ho capito il trucco infatti ora lo faccio anche io. Mi ha detto che serve per fare colpo sulle ragazze, ma a me le ragazze stanno antipatiche e sul pullman al mattino sghignazzano troppo. Lo userò questo trucco per far colpo sulla mia bellissima Loide, sarà questo il nome del mio primo amore, l’ho già deciso. Mio cugino mi prende in giro. Per me Loide è un bel nome. Raccolsi dei sassolini nel cortile della scuola e poco prima che iniziassi a lanciarli alla finestra per farmi notare da mio cugino mi accorsi che era lui che aveva fatto una sorpresa a me. Stava poco lontano dalla sua scuola, dove avevo nascosto di nuovo la mia bici e stava per rubarmela! Quando mi avvicinai sembrò spaventarsi. Poi mi disse che aveva capito tutto e che era fiero di me, che era rimasto sotto la mia finestra e poi mi aveva seguito fino a scuola e al contrario per tutta la strada. Si complimentò e disse che quel pomeriggio mi avrebbe spiegato tutto e se ne tornò in classe. La cosa mi stupì, pensavo che avremmo fatto qualcosa di strabiliante e invece nulla, per cosa avevo saltato la scuola? Iniziai a sentirmi in colpa, volevo tornare indietro, in classe, aspettare il suono della campanella di fine ricreazione e seguire la nuova lezione. Poi pensai di confessare tutto alla mamma, sì, lei mi avrebbe capito di più, le maestre mettono le note, non voglio essere bocciato, non voglio diventare come Toby della quarta C. Con la bici arrivai fino al negozio di mamma, la strada come al solito era quasi deserta, ma la saracinesca era per metà abbassata. Legai la catena alla bici e mi avvicinai preoccupato perché pensavo fosse successo qualcosa a lei. L’ingresso era vuoto, dal ripostiglio però si sentivano dei rumori. La bottiglietta di acetone era rovesciata sul bancone della cassa, iniziai a raccogliere tutto e ad asciugare con un panno. Solo mentre mi girai per buttare tutto nel cestino mi accorsi del vestito a fiori della mamma che era buttato per terra…

Serena Mongelli

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