Dialogando con Ivana Monti. Una vita che sto qui

Ivana Monti teatro
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Le periferie del mondo si assomigliano tutte e Milano non fa eccezione. Strade tirate con squadra e righello, spazzate dal sole d’estate e da rivoli di fango d’inverno. Qua e là sterpaglia e qualche sparuto albero incapace di gettare ombra attorno, colpito quasi da una sorta di pentimento di essere cresciuto là. Sterpaglia e case anonime, con finestre che si aprono con occhiaie vuote su un paesaggio altrettanto vuoto e misero.

Ivana Monti in
Una vita che sto qui foto Francesco Bozzo

In una di queste case abita Adriana. Ha appena ricevuto una lettera dall’Aler, l’Azienda Lombarda Edilizia Popolare, che l’avvisa di un prossimo e temporaneo trasferimento in attesa di riqualificare il quartiere, prima di poter tornare alla sua vecchia casa. Vecchia quanto lei ormai ottantenne, consapevole che se si allontanerà dalla casa in cui è cresciuta non tonerà più. A questo pensiero la assale la malinconia, la rabbia. È una rabbia intrisa di spontanea e innocente comicità quella con cui la protagonista della pièce rievoca la propria vita. Per un racconto in cui le voci del presente e del passato si mischiano. Adriana, interpretata da una Ivana Monti in splendida forma, racconta una storia minima, che si intreccia con la grande storia.

Adriana racconta perché è Una vita che sto qui come dice il titolo della pièce.
In quella casa Adriana ci è entrata che era bambina. E quei quarantotto metri quadrati le sembravano una reggia.
Ivana Monti è sola sulla scena. La scenografia è scarna. Si vede l’interno di una cucina e qualche scatolone abbandonato alla rinfusa. Da quegli scatoloni l’attrice tirerà fuori panni e li piegherà. Anche quei gesti saranno il pretesto per avviare la macchina del ricordo. È sola Ivana Monti ma il suo non è un monologo è qualcosa di diverso. Lei sa animare la scena di ombre e presenze con cui dialoga. A poco a poco noi spettatori siamo trascinati dalla sua magia. Ivana Monti scompare. Non c’è più l’attrice che recita. La grande attrice scompare. In scena c’è solo Adriana, la sua presenza, la sua storia. Sparisce anche la scena, il teatro. Ci troviamo nella storia, nella cucina di un’anziana  donna. Se la prende con i negher che adesso abitano il palazzo, come un tempo se la prendeva con i terroni. Ma non c’è il livore ideologico dell’oggi nel suo narrare. Il filo del ricordo e del presente si dipana per dirci chi era la gente di quelle case. Terroni generosi, terroni che chiedono come è il loro accento e se gli rispondi che sembra bergamasco se ne vanno via felici.
Racconta Adriana con il suo bel dialetto milanese comprensibile ai più, del suo primo fidanzato, di come il ciclo si fosse fermato. Per la paura di essere rimasta incinta a quindici anni dice di essere stata presa con la forza dal Sergio. Il padre comunista e di sicura fede milanista, va al biliardo a prendere il Sergio e lo riempie di sberle. Adriana è costretta a dire che non è vero. Era consenziente. In un sorriso malizioso rivolto al pubblico dirà che le è anche piaciuto. Il padre si ferma, non dice nulla. Gli scende una lacrima e se ne va.

Tutto questo diventa vivo sulla scena. A Ivana Monti bastano poche parole per raccontarlo, pochi gesti. Ma in quei pochi gesti c’è una carica attoriale da grande teatro. Basta un gesto e vediamo un padre che improvvisamente assiste alla trasformazione di una figlia bambina in donna. E non può fare altro che allontanarsi. Sopraffatto.
Racconta Adriana-Ivana. Racconta del bombardamento degli alleati sulla scuola di Gorla dove morirono duecento bambini. Racconta del giovane fidanzato che voleva si prostituisse. Racconta del figlio che ha sempre bisogno di soldi, quel figlio dalle braccia gialle e blu. Quel figlio la implora di dargli del denaro. A lei che risponde Non ne ho. Come faccio, il figlio le mostra dove sono le puttane. E Adriana glielo trova quel denaro. Ma non riesce ugualmente a salvarlo quel figlio che muore al parco Lambro là dove morivano i drogati.
Adriana-Ivana Monti erompe in un urlo straziante.
Assassini.

Ivana Monti in
Una vita che sto qui
foto di Francesco Bozzo

Quell’urlo non è solo di Adriana. È anche l’urlo dell’attrice. È l’urlo di Ivana Monti madre, che con questa pièce vuole raccontare e denunciare l’assenza dello Stato.
Il pubblico è tutto per l’attrice. La richiama sul palco più volte alla fine dello spettacolo. E lei non si nega. Ringrazia con semplicità e affetto.

Ivana Monti durante l’intervista a fine spettacolo.
Foto Gianfranco Falcone

Ma per noi la serata non è finita lì. Con la complicità di Diego Mattiello, il responsabile di sala del Teatro Parenti, raffinato affabulatore dalla storia personale intrigante, riusciamo a intervistare Ivana Monti che ha risposto senza riserve alle nostre domande.
Quanto c’è di lei in questo spettacolo?
Questa donna fa la portiera e lavora dieci ore al giorno, Tuti i di, tuti i di, tuti i di. Forse la domenica no, ma ce li ricordiamo quei tempi. Quindi non può seguire bene il bambino. Io facevo l’attrice, ed era morto mio marito Andrea barbato il 12 febbraio del 96, e il mio bambino aveva sei anni. Io dovevo lavorare per arrivare alla mia pensione. Dovevo lavorare. Mia madre ottantenne è venuta lei in tournée quando è nato il bambino perché io non ho trovato nessuno.
Quanti anni aveva?
Ero una primipara attempata di 42 anni. Quindi la mia condizione era la stessa. Attrice o portinaia, quando sei fuori che non segui il bambino, hai sempre paura. Ho accettato di continuare a recitare perché i colleghi mi hanno detto No, no. Continua, continua. Ma io volevo stare a casa e con il bambino, per non perdere il mio bambino.
Si commuove. Trattiene a stento le lacrime.
E la mamma mi dice No, devi andare, devi continuare.
In gamba anche la sua mamma. Una donna tosta.
La mamma. Quando io mi sposavo con Andrea nell’88 e ho detto Mamma mi sposo lascio il teatro, mi sposo. E lei mi fa E i soldi dopo glieli chiedi a lui?
È bastato quello. La mamma… Poche parole. Quindi la situazione è un po’ la stessa. Poi dopo, non era la droga erano quei giochi [si riferisce ai videogiochi]. A me è capitato che mio figlio è stato male per quello.
Posso? Indico la macchina fotografica.
Mi ostino a voler fotografare gli attori anche se sono un pessimo fotografo.
Non sono contenta di farla.
Allora non la faccio.
No. Sono bagnata. Cambio sei maglie al giorno. Due per venire. Due le consumo lì e due per andare via. Maglie di lana eh.
Quindi le costa anche molto fisicamente come interpretazione?
Mi costa. C’è intensità altrimenti non si trasmette nulla. Fisicamente vuol dire che il corpo è lì, e lì fisicamente. La mente è lì. Ma queste cose le conosco. Conosco l’essere via, mentre c’è il figlio a casa lontano e che te lo cura una mamma ormai anziana. Però sei tranquilla perché c’è la mamma. La seconda cosa è che io vengo dal Corvetto [noto quartiere popolare della periferia milanese]. Io sono nata al Corvetto. Non c’ero più quando sono successe le cose di droga. Però…
Si commuove nuovamente. Sembra sgorgare un desiderio di pianto che però viene trattenuto mentre racconta.
C’erano due bambini che erano miei dirimpettai. Sono andati via con la droga.
Geme quasi nel dirlo.
È una cosa terribile. E io sono contenta di ricordare qui quei momenti. Sono contenta di accusare qualcuno. Nello spettacolo io rappresento una donna che accusa se stessa, di non essere stata capace di salvare il figlio. Ma io, Ivana Monti, accuso la società. Questo voglio che lei dica.
Il suo dire assume toni perentori.
Io accuso attraverso le mie parole, io accuso la società che non è sussidiaria a una madre. A una donna.
Lei quando dice assassini con quell’urlo ci trascina.
Io lo dico davvero quell’assassini. Perché io come madre ero da sola.
Lei è dolcissima quando rievoca il primo amore con Sergio, delicatissima, con il papà che piange e gira le spalle.
E poi i biliardi. I miei fratelli andavano a giocare a biliardo. Insomma sono tutte cose che io conosco. Io le so. E quindi c’è questa immediatezza. Non c’è una mediazione.
C’è un Sun chi. C’è una fisicità. Tu parli come stai, come fai. E poi c’è un pochino anche il lavoro che non è soltanto un lavoro di tirare fuori. Adriana parla con la mamma. C’è una denuncia. Non è Alzheimer. Forse è la solitudine. Ma lei parla con i ricordi, parla con gli spettri, li manda a fan bagno, Al barbetta che ho sempre pagato io. Ma questa è una tecnica scenica per non essere a fare un monologo da sola, ma per creare, evocare i personaggi.

Mi colpisce e mi commuove quando spiega che per calarsi nel personaggio indossa gli abiti che vestiva sua madre un tempo, e che ha gelosamente conservato. È toccante quando spiega che gli abiti da neonato che piega in scena sono quelli che appartenevano al figlio.

Lei riempie la scena con i personaggi che evoca. Non è sola sul palco.
Questo non è un monologo. È una che parla con le ombre. Parla con se stessa, solo che quando parli con te stessa da sola a casa hai un altro di te che è fuori di te. Il pubblico è quell’altra parte di te. Poi sfogarsi a dire un po’ le parolacce ragazzi… Anche questo qui è un bello sfogo. Anche questo qui è un tirar fuori, anche la rabbia.
Il teatro le serve anche per tirare fuori la sua rabbia?
Rabbia. Io non so se ho rabbia. Però questa rabbia sì. Questa rabbia sociale ce l’ho. Io ho la rabbia di femminista. Ieri hanno parlato di questo grande Fund, Fund [si riferisce ovviamente al Recovery Fund]. Ho sentito anche discorsi che hanno fatto a Bruxelles. Quindi non ho sentito soltanto gli italiani e non ho sentito la parola nidi.
Calca l’accento per enfatizzare ancora di più l’assenza e l’importanza di questo strumento.
Io non l’ho sentita. Perché lo dico? Perché da piccola ho avuto un’educazione stupenda per come la società circondava i bambini. I bambini non erano mai soli, nei cortili, che adesso i cortili li chiudono. C’è una crudeltà nei confronti dei bambini. E ti stupisci che non nascono?
La questione femminile non è stata toccata se tu non parli di nidi.
Ho sentito al Gazzettino padano che a Milano, parliamo di Milano, non di tutti Italia. A Milano con il restringimento dei posti, delle distanze, ci sono tremila bambini fuori. Non ci sono figli e non ci sono abbastanza nidi neanche per questi pochi figli che ci sono. Questa è una cosa così scandalosa. Non vado oltre.
Noi quando eravamo piccoli avevamo il nido. Io mi ricordo ancora del nido e delle signorine del nido. Avevamo il nido, l’asilo. Andavo a scuola in via Ravenna e c’era il tempo pieno. Stavi lì, mangiavi lì. Io per far mangiare il mio bambino sono andata a pregare Tenetemi il bambino che mangi qua. No. Ho dovuto prendere una donna che andava prenderlo.
Quando c’era il tempo pieno si giocava, si imparava, si cantava, si faceva il teatro. La società ruotava attorno ai bambini che crescevano insieme. E non c’erano differenze tra di noi. Tra chi aveva la vestina bella e chi non ce l’aveva.
Era una società del dopo guerra. Io sono del 46. Per cui era la società del dopo guerra che aveva degli ideali.
Con questo spettacolo volevo dare il mio incoraggiamento a Milano proprio con gli anziani e con le anziane. Essendo io anziana. Volevo essere testimone. Dai Milan. Dai Milan.
Volevo denunciare l’indifferenza che c’è oggi verso i bambini. E poi ti stupisci che non fanno bambini. Con la tua pensione te lo fanno? Tu a me che cosa mi dai?
Come si fa a non capire questo?
C’è anche un grosso problema di femminicidi attualmente.
No basta. Non voglio parlare di questo. Non vado oltre. I femminicidi le dirò la verità che ci sono sempre stati. Erano tanti anche prima. Però adesso è una cosa esagerata.
Le mettiamo insieme le cose di oggi, di Piacenza? [Si riferisce ai fatti della caserma Levante]
C’è un’educazione non dico maschilista. Dico oltre. Sono degli esempi che non ci devono essere. Non è che possono fare tutto le madri. I padri dove sono? Dove sono? Che cosa fanno? Oltre a guardare le partite? Oltre che andare ad ammazzare di qua e di là. Che cosa fanno i padri? Dove sono? Chi sono i padri? Ma che responsabilità hanno?
Evidentemente c’è un’educazione che ci sfugge.
La società e le leggi sono fatte dai maschi. Adesso ci sono anche le donne. Ma i maschi rischiano, non di essere ammazzati ma di essere scartati tutti. Cioè, si dirà Via. Non ci servite più. Anzi, siete dannosi alla società se non fate ciò che c’è da fare.

Assassini.
Quell’urlo che è risuonato al Teatri Parenti, scagliato nell’aria alla fine dello spettacolo era un manifesto. La denuncia di una grande attrice che ha fatto e continua a fare la storia del teatro ma non dimentica le fatiche degli esordi. Quando mettere insieme il pranzo con la cena, andare in tournée e prendersi cura di un figlio era impresa da titani. Ma lei è un titano. Un titano del teatro, una donna che con fierezza rivendica per le donne ciò che è giusto che sia, in una società che vuole definirsi civile.
Ivana Monti è un titano.

A settembre la vedremo all’Olimpico di Vicenza con La Signora Dalloway e poi con una serata dedicata a Ecuba e alla Castracagna la strega del Po. Nella prossima stagione la vedremo anche al cinema in due film che attendono solo la sua firma.
Le fotografie sono riuscito a farle. Pessime, ma ci sono riuscito.
Ivana Monti mi ha fatto solo una richiesta.
Lo dica che era alla fine dello spettacolo.
Era la fine. Per il momento.
Gianfranco Falcone

Una vita che sto qui
di Roberta Skerl
con Ivana Monti
regia Giampiero Rappa
scene Laura Benzi
luci Marco Laudando
assistente alla regia Maria Federica Bianchi e Beatrice Cazzaro
montaggio video Alberto Basaluzzo
macchinista Paolo Roda
elettricista Nicola Voso
sarta Simona Dondoni
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti

Produzione Teatro Franco Parenti

Durata: 90’

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