Dialogo su Scacco Matto e oltre con il coreografo Raphael Bianco

Scacco Matto Raphael Bianco
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Il 23 luglio abbiamo dialogato con il coreografo della compagnia di danza contemporanea EgriBiancoDanza, Raphael Bianco che ci introdotto a Scacco Matto, prima nazionale al teatro Franco Parenti di Milano. Un mondo artistico totalmente rinnovato e riadattato alle recenti e – solo apparentemente – limitanti restrizioni dovute all’emergenza sanitaria e che tutti ormai ben conosciamo. “L’arte”, infatti, afferma Raphael in una precedente dichiarazione, “non si ferma e non si è mai fermata”.

Ma in che modo la danza, nella quale il contatto fra artisti e la dimensione fisica sono fondamentali all’interno della performance e non solo, può rendersi un motore propulsore di una rinascita artistica, potremmo dire, a prova di Covid-19? Raphael Bianco risponde a questi complessi interrogativi con la fiducia dell’artista e lo sguardo del sensibile, aprendoci uno scorcio di positività verso “altre distanze in nuovi orizzonti”, per citare parte del titolo del suo nuovo lavoro coreografico.

Come hanno reagito i tuoi ballerini alle nuove restrizioni una volta rientrati in sala prove?
Per i miei ballerini ritornare in sala è stato un nuovo inizio e, nonostante le limitazioni spaziali in cui si sono trovati a lavorare, un passo in avanti piuttosto che indietro. Durante il lockdown, infatti, attraverso plurimi incontri di team in distance, ciascuno di loro ha avuto modo di, per così dire, metabolizzare la distanza, attraverso la produzione di tre lavori virtuali, sperimentando attraverso di essi nuovi orizzonti creativi e personali e sfruttando così al massimo la dimensione casalinga.

In che modo hai integrato questa ricerca personale e domestica nella nuova produzione della compagnia?
Non è stato facile, ma neppure così difficile come potrebbe sembrare. La performance, innanzitutto, si compone di due atti da 30 minuti ciascuno, e il lavoro personale svolto dai ballerini durante la quarantena ha composto il secondo di questi. Quattro personaggi, distanti ma al contempo vicini, dotati di mascherine e bastoni, forse abbandonati su un’isola metaforica di distanze e inquietudini, intrecciano la loro storia in modo profondo, suggestivo e, spero,  emozionante. Questo secondo tempo si intitola “(Quartetto) per la fine del tempo” poiché la musica che ho scelto di utilizzare è, assieme a due brani di Ezio Bosso, una parte dello struggente “quartetto per la fine del tempo” di Oliver Messiaen, composto e suonato in un campo di prigionia nazista a Görlitz (Polonia). Penso che l’accostamento di queste due figure musicali, seppur così lontane nel tempo e nello spazio, possa rimandare ad una vicinanza emotiva e umana alla circostanza di costrizione fisica e limitazione della libertà che ognuno di noi, nel suo piccolo, ha sperimentato sulla propria pelle.
L’intimità e la collettività, nella danza, si intrecciano irrimediabilmente, e per questo motivo l’interpretazione e la conclusione di questo secondo tempo sono lasciate alla libera soggettività di ciascun spettatore.

Cosa ci dici, invece, del primo tempo, “Feroce Partita Reloaded”?
Il titolo stesso suggerisce che esso è un riadattamento dell’originale coreografia della compagnia “Feroce Partita”, una produzione del 2006. Effettivamente nessuno dei 10 ballerini l’ha mai inscenata, prima di oggi, poiché i più “anziani” della compagnia lavorano con me da 10 anni. Per questo motivo la rielaborazione è ancora meglio riuscita, poiché permeata dall’apporto personale di ogni ballerino. Esso si contrappone alla dolcezza e intimità musicale del secondo tempo con musiche intense, e mi riferisco in particolar modo ai tamburi che sentirete. In questo tempo vi sarà una scacchiera, due giocatori, otto pedine; non vi dico altro. Posso però dire che credo che il primo tempo sia in un certo senso epico, nel senso della carica e della potenza che trasmette, il secondo poetico.

Come hai pensato lo sviluppo della performance nello spazio così particolare e suggestivo dei Bagni Misteriosi del teatro Parenti?
Lo spettacolo è stato pensato e ideato proprio per questo particolarissimo palco, costruito su una piattaforma galleggiante nel mezzo della piscina, con i gradoni su cui siederà l’audience ai due lati giustapposti dello spazio. Per questo motivo non vi sarà un fronte privilegiato; ma entrambe le prospettive forniranno una visuale completa dei ballerini, uguale ma al contempo diversa.

Un’ultima curiosità personale: perché il titolo “Scacco Matto”?
Ovviamente esso è collegato innanzitutto alla scacchiera di “Feroce Partita”. Con gli occhi di oggi, tuttavia, esso si carica di ulteriori significati. L’idea dello scacco matto implica, per definizione, che vi sia una costrizione e restrizione della possibilità di movimento. Lo scacco matto è il virus, le pedine l’umanità. Oppure, forse, lo scacco matto l’umanità, le pedine il virus. Chi fa scacco matto, le pedine o il virus? Questa domanda la lascio a voi, e spero che stasera troviate una vostra, personale risposta.

Scacco matto: la danza tra contemporaneità e inquietudini

In prima nazionale al teatro Franco Parenti di Milano la compagnia di danza contemporanea torinese egribiancodanza di Susanna Egri, fondatrice di Egri per la danza, e Raphael Bianco, co-direttrore e coreografo dell’omonima fondazione, presenta “Scacco Matto: altre distanze in nuovi orizzonti”.
Dieci ballerini, una piattaforma galleggiante disposta a scacchiera, le luci, l’emozione della performance ritrovata per la prima volta dopo mesi aprono la scena agli spettatori, disposti su cuscini distanziati ai due lati giustapposti della piscina.
Per gli artisti: nessun fronte verso cui volgere lo sguardo, nessun palco convenzionale, nessun dietro le quinte, eppure una magia, quella particolare magia con la quale l’arte, e la danza in particolare, sono in grado di elettrizzare i corpi degli artisti e le anime degli osservatori. Contro ogni pregiudizio, infatti, la distanza necessaria e imposta tra ballerini e tra ballerini e audience viene resa dalla compagnia proprio il punto centrale e di forza da cui partire per veicolare un qualcosa, forse un messaggio, forse una pura intensità emotiva, la cui interpretazione viene lasciata totalmente libera e vincolata solamente alla soggettività di ciascun spettatore. Le restrizioni spaziali e l’esperienza personale che i danzatori hanno vissuto durante il lockdown, pertanto, costituiscono il polo gravitazionale attorno a cui ruotano i due atti della produzione.

Scacco Matto
Feroce Partita
foto Simone Vittonetto

Nel primo tempo, il riadattamento della già esistente coreografia “Feroce partita” vede sulla scena due giocatori, ciascuno dotato di quattro pedine, ovviamente viventi. I giocatori si conoscono e si sfidano, sfidano la distanza che gli viene imposta e poi la riacquistano, servendosi di due bastoni simili a grosse stampelle per misurare la distanza reciproca, fisica ma anche (o forse non) emotiva; con gli stessi oggetti scenici muovono le loro pedine, invitandole o forse obbligandole a scontrarsi in emozionanti passi a due o a tre. I ballerini, seppur senza contatto fisico, sfruttano lo spazio concependolo come spazio negativo, utilizzando ovvero i vuoti creati dai movimenti dell’avversario per insinuare i loro attacchi. Inizialmente le pedine, spaesate, si avvicinano al giocatore quasi contro voglia, ma nel duello sembra che si lascino sempre più coinvolgere dall’interazione fisica ed emozionale con l’altro. Eppure, appena l’osservatore attento crede di percepire questa nuova tensione, ecco i giocatori con i loro bastoni a ricacciarli nel loro spazio, ad isolarli di nuovo, per dare spazio a nuove pedine e a nuovi scontri. Un senso di disorientamento pervade i danzatori, i quali corrono da un lato all’altro della piattaforma, in cerca di aiuto (o forse semplice vicinanza), ma senza trovarlo. Ciò nonostante, quando i giocatori brindano alla partita finita, le pedine a terra, tutte vinte ed esanimi, nella loro solitudine infondono un senso di comunanza in cui lo spettatore riesce a riconoscere la propria condizione di pedina, in balia di un destino inquietante, inerme e disorientato di fronte alla pandemia, tutto avvolto dalla propria intimità che è al contempo collettività. Tuttavia la partita, forse, è ancora aperta, e solo la soggettività di ognuno potrà vagliarne il definitivo scacco matto.

Con l’apertura del secondo atto, infatti, è proprio questa soggettività intrisa di poesia ad avere la meglio: quattro figure si aggirano sulla piattaforma, forse rappresentante una collettività o l’umanità intera, in cui ognuno è isola di se stesso, ma al contempo possibile terra ferma per l’altro. Sull’intensità delle musiche di Olivier Messiaen ed Enzo Bosso gli artisti esplorano la loro personale potenza emotiva e si appropriano dello spazio a loro disposizione, superando e giocando con i loro limiti fisici e concettuali e dimostrando così al pubblico e a loro stessi come ogni ostacolo, se sperimentato da un’altra angolazione, possa essere il motore propulsore per una nuova rinascita artistica e perciò anche umana. Durante questo secondo atto, infatti, con l’ausilio di vari oggetti scenici i danzatori percorrono quattro percorsi diversi ma che al contempo si intrecciano l’un l’altro, attraverso una continua conoscenza e contemporaneamente impossibilità di conoscenza dell’altro. Essi si incontrano, ma non si vedono, oppure si vedono, ma non si incontrano davvero; ciascuno porta con sé il suo bagaglio di inquietudini, timori ma anche speranza che dalla distanza possa scaturire nel rapporto con se stessi e l’umano qualcosa di nuovo e, se possibile, ancor più profondo ed intenso poiché intriso di fragilità.

La conclusione della performance è una non-conclusione, implicita ed enigmatica poiché lascia volutamente allo spettatore la libertà di interpretarla secondo le proprie suggestioni e il proprio sentire.
I quattro personaggi hanno trovato loro stessi, oppure si sono definitivamente persi? Saremo in grado di ricostruire un’umanità in grado di sentire davvero dopo questa emergenza sanitaria? Saremo in grado di riprenderci le nostre libertà e vincere la paura, il buio e l’isolamento in cui ora ci troviamo?
Chi ha fatto, o farà, insomma, definitivamente scacco matto, l’umanità o il virus?

Non sempre e non necessariamente l’arte deve dare risposte, ma deve essere in grado di fornire spunti e vie per raggiungerle e per condurre a una armonia tra intimo e collettivo, soggettività e realtà, e personalmente ritengo che lo spettacolo di Egribiancodanza sia da apprezzare proprio per questo successo, forse il più nobile delle forme artistiche: quello di permettere all’osservatore di sedersi, estraniarsi e poi riconoscersi, riflettere e ritrovare la propria totale libertà, anche quando questa libertà sembra essere momentaneamente svanita.

Carola Diligenti

FEROCE PARTITA RELOADED
Ideazione e coreografia: Raphael Bianco
Light design e stage concept: Enzo Galia
Musiche: J.Cage, J.S.Bach e Percussioni tradizionali giapponesi
Costumi: Loredana Capogreco
Danzatori: Elisa Bertoli, Simona Bogino, Maela Boltri, Vincenzo Criniti, Lara Di Nallo, Vanessa Franke, Cristian Magurano, Paolo Piancastelli, Alessandro Romano, Davide Stacchini

(QUARTETTO) PER LA FINE DEL TEMPO
Ideazione e coreografia: Raphael Bianco
light design e stage concept: Enzo Galia
Musiche: Ezio Bosso, Olivier Messiaen
Costumi: Melissa Boltri
Danzatori: Vanessa Franke, Elisa Bertoli, Cristian Magurano, Vincenzo Criniti

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