Diane Arbus, un genio della fotografia

history 8 minuti di lettura

Tra qualche giorno, all’interno della iniziativa About Photography (13-15 gennaio 2017, Sala Boccarini, Amelia-TR) proposta dall’associazione Oltre il Visibile, verranno riproiettati dei film che hanno come leitmotiv, quello della fotografia.
Fur Diane Arbus Steven ShainbergImpossibile non accogliere benevolmente, tra le altre, la proposta (con presentazione del fotografo Emanuele Grilli) di Fur, un ritratto immaginario di Diane  Arbus, di Steven Shainberg, con Nicole Kidman, Robert Downey Jr, Ty Burrell, Harris Yulin, Jane Alexander. Una libera interpretazione di un tratto della biografia della fotografa Diane Arbus, così come è stata scritta da Patricia Bosworth. Libera ma bella interpretazione, in cui emergono forse tratti non perfettamente spiegati dalle interviste e dalle testimonianze. Ma tratti a nostro parere fondanti la personalità della donna e dell’artista: la sua poetica d’ esistenza e d’opera. Qualcosa che va al di là della psicologia e della fotografia in sé e che appassiona.
Patricia Bosworth Diane ArbusPer questo cogliamo l’occasione di riprendere qui alcuni tratti della sua biografia rileggendo il libro della Bosworth (edito da Rizzoli nel 2006) e rivolgendo maggiore attenzione alla formazione della fotografa, nata al centro dell’ambiente della moda e consacrata artista nell’ambiente dei margini tutti, a lei oscuri e familiari ad un tempo.
Quanto relazionato qui di seguito, non anticipa il contenuto di un film davvero interessante che lascia intravedere con una poesia fatta di sguardi, sogni, silenzi e sensi, alcune dinamiche interiori della Arbus invisibili altrimenti altrove.
Né esaudisce il desiderio di approfondimento di chi voglia immergersi nella lettura del libro della sua biografia meticolosa e avvincente.

Diane Arbus  nasce il 14 marzo 1923, secondogenita di Gertrude e David Nemerov, titolari della pellicceria Russeks. Cresciuta dalla sua bambinaia e amante delle favole dei Grimm, i Viaggi di Gulliver e Peter Pan, nel 1930 comincia a frequentare, risultando una ragazzina molto brillante, la Ethical culture school a Central Park ovest, basata sulla filosofia umanistica religiosa, risultando una ragazzina molto brillante.
Dichiara lei stessa:
Una delle cose di cui ho sofferto da bambina è che non percepivo mai la sfortuna. Ero cristallizzata in un senso di irrealtà che per me era irreale e la sensazione di immunità, benché sembri ridicolo, era una sensazione dolorosa.

Diane Conosce il suo futuro marito nella pellicceria. Allan Arbus è un ragazzo che lavora come fattorino presso il reparto grafico. Si innamorano profondamente. È divertente la testimonianza delle commesse di Russeks che racconta Diane andare a provarsi gli abiti con addosso le mutande di Allan come pegno d’amore. A 18 anni, il 10 aprile 1941, si decide a sposarlo, vestendo di blu chiaro, nell’ufficio di un rabbino. Non vuole più continuare gli studi, si dedica amorevolmente a lui e alla cura della casa, prendendo il ruolo di moglie con molta serietà e stupendo i suoi familiari a causa del suo temperamento al contrario molto eccentrico. Nasce così una coppia molto legata da lealtà e capacità di scambio e destinata ad avere un buon periodo di fama nell’ambito della fotografia pubblicitaria di moda. La prima figlia Doon nasce il 3 aprile 1945.
Nel 1947 la coppia Arbus mostra un portfolio di foto a Tina Fredericks, giovane art-director di Glamour. Lo segnala al suo capo, non tanto perché in quel portfolio ci fossero foto di moda, anzi non ve ne erano. Ma piuttosto per l’originalità e l’inventiva con cui avevano lavorato. Primo servizio: il nuovo pullover ha una lunga storia.  Foto di maglioni d’ogni genere e tessuto e loro particolari, come colli e braccia. Molto d’effetto secondo la Fredericks. Inizia una lunga amicizia tra Diane e la modella Cheech McKensie. Ogni tanto fa dei ritratti per gli editoriali di Glamour. Comincia a scoprire un interesse personale per la fotografia cercando di trovare soggetti di suo proprio interesse e che la divertissero, come ad esempio le stanze da bagno delle coppie. Allan solitamente scattava le fotografie poiché a Diane non piaceva la otto per dieci, preferendo la Leica. Ma il suo contributo in stile era determinante, secondo la testimonianza dell’assistente giapponese Yamashiro. Aveva l’occhio della stylist, progettava lo spirito della fotografia con entusiasmo. Il 16 aprile 1954 nasce la sua secondogenita, Amy. Seguono anni di intenso lavoro: copertine per Glamour, Seventeen, Vogue, incarichi per agenzie di pubblicità, la Young and Rubicam e la J. Walter Thompson, la pubblicità della vodka, della società di autobus. Ma la coppia comincia a odiare il mondo frenetico della fotografia pubblicitaria di moda, pur avendo essa assunto, in quel decennio, una grossa importanza, specialmente a New York. Stava crescendo anche la concorrenza nel campo, con l’uso della televisione. Si fanno notare nomi di fotografi come Irving Penn e Richard Avedon. Qualcuno comincia a dire che la coppia Arbus era di classe e faceva vendere, ma non eccitava.
Diane aumenta la sua attività autonoma e scatta moltissime fotografie con la sua Leica, specialmente di bambini. Amava il movimento. Una istantanea è una fotografia più reale e a lei piace così.
Confida a Cheech di non volerne più sapere di foto di moda. Inizia il suo contatto con Lisette Model. È Diane a cercarla, affascinantissima dai suoi soggetti grotteschi e a farsi insegnare il più possibile.
Da lei impara che deve fotografare ciò che non ha mai fotografato e di cui ha paura.
Comincia a fotografare le persone da una certa distanza, nel loro contesto, solo più tardi passa ai primi piani. Peter Bunnel, critico letterario scrive:
aveva imparato dalla Model che nella completa solitudine degli esseri umani si possono riflettere gli aspetti essenziali della società.

Alla fine degli anni Cinquanta usa una trentacinque millimetri e le sue inquadrature sono ancora rozze con una stampa molto sgranata. Nel frattempo il rapporto tra lei e Allan si sta sgretolando, entrambi decidono di seguire le proprie passioni sia artistiche che sentimentali. Lo studio rimane in piedi fino al 1969, ma è solo Allan a portarlo avanti e con sempre meno entusiasmo. Diane vede spesso Emile de Antonio, detto De, conoscitore un po’ di tutti nel mondo dell’arte. Vuole iniziare a vedere in qualche modo il suo lavoro di fotografa in ricerca. De la porta a vedere il film di Tod Browning, Freaks, del 1932, scandaloso a suo tempo come scandalosa sarà fruita la fotografia della Arbus a partire dagli anni Sessanta. Il mondo del proibito, del non canonico, del deforme la affascinano e comincia a ricercarlo nella realtà. Si reca nei circhi e nelle pericolose strade per incontrare i suoi nuovi soggetti. Dice lei stessa degli spettacoli di illusionisti:
C’era una speciale tensione sul palcoscenico, provavo un sentimento misto tra vergogna e sgomento, voglio dire, c’è una scatola con delle lame che però non tagliano la ragazza a metà, le si infilano un sacco di lame dentro e nessuna la trapassa veramente e poi sono affilate e… è buffo perché la ragazza è quasi una folle.

Non sa neanche lei definire cosa la attiri a pelle, è la sua opera stessa a parlare, il suo insistere su determinati soggetti come Alberto Alberta, metà uomo e metà donna. Un altro incontro potenzierà il suo stile, quello con Marvin Israel: pittore di immagini paurose e art-director alla Atlantic Records. Egli le presenta Avedon e le fa un’ottima pubblicità. Così nell’estate 1959 la Arbus presenta un suo portfolio a Esquire. Molto entusiasta lavora a un progetto per la rivista per quattro mesi. I suoi soggetti continuano ad essere i “mostri”  (il nano, il gigante, la prostituta) e le persone che vivono ai margini di una società idealmente precostituita. Nel 1962 cambia la sua macchina fotografica con una Rolleiflex poiché la prospettiva della Leica era appiattita e secondo lei aggiungeva aria di irrealtà alla foto. Lisette Model le aveva insegnato che, paradossalmente, la chiarezza delle immagini afferma meglio il mistero. All’inizio non è molto soddisfatta del risultato. Poi con questo “medio formato” riesce a soddisfare le sue nuove esigenze espressive: una chiarezza dell’immagine ed una definizione a prova di ingrandimento, ma ancor di più uno spazio quadrato, simmetrico, che avrebbe dato massima importanza al soggetto, posto frontalmente al centro della fotografia. Diane fa molti ritratti essendo scrupolosamente lenta. Ci troviamo sempre davanti ad uno sguardo diretto e rivelatore. Connubio tra tradizione pittorico-fotografica del ritratto e innovazione della scelta del soggetto. Alla fine del ’62 sposta l’attenzione verso i nudisti di cui fa numerosi ritratti. Momento culminante della vita di Diane è la mostra fotografica allestita al Moma il 6 marzo 1967: Nuovi documenti. Di questa dice:
Il mio lavoro nasce dalla goffaggine, dal disagio, mentre quello di Avedon dalla grazia. Voglio dire con questo che se mi trovo di fronte a qualcosa, invece di cercare di adattarla, adatto me stessaè importante fare brutte fotografie, sono proprio le brutte fotografie che rappresentano quello che non si è mai fatto primaa volte guardare nel mirino è come guardare in un caleidoscopio, lo scuoti ma può capitare che non tutto se ne vada viaNon sono una virtuosanon posso fare tutto quello che voglio. Posso però fare la spia. Ho catturato persone che da allora sono morte e persone che non guarderanno più allo stesso modosono brava

Walker Evans, suo grandissimo estimatore, vedrà in lei una specie di Diana, cacciatrice di immagini, e ne scriverà:
La sua originalità è nel suo occhio, spesso rivolto al grottesco e all’audace, un occhio coltivato, per mostrarti la paura perfino in una manciata di polvere.

Forse è proprio quanto dice Evans che vuole esser messo al centro del film di Shainberg, forse il desiderio di conoscenza della Arbus, forse la ricerca di perché senza chiederli, forse il desiderio di esperienze totalizzanti, forse la corrispondenza di uno sguardo adeguato o, forse ancora, il desiderio di contatto oltre il voyerismo fotografico. Non sapremmo rispondere alle tante incertezze sollevate ma possiamo di certo dire che vale la pena vedere e, giustamente, goderne.

Adelaide Roscini

Titolo libro: Diane Arbus – Vita e morte di un genio della fotografia
Autore: Patricia Bosworth
Traduttore: M. Pace Ottieri
Editore: Rizzoli
Collana: 24/7
Anno edizione: 2006
Pagine: 346

per About Photography http://www.oltreilvisibile.it

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: