Dieci Regioni e 200 Associazioni dicono no alle trivelle

Sirolo Marche Adriatico
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In questi mesi le posizioni ambientaliste dirette a bloccare le trivellazioni in mare, alla ricerca di idrocarburi, sono state contestate con un argomento in particolare. Quello che spesso è stato usato anche per il nucleare: «se i nostri vicini trivellano perché non dovremmo farlo anche noi perdendoci importanti opportunità economiche?».

Nel caso delle trivellazioni il nostro vicino è la Croazia. Ebbene, anche questa scusante, sta crollando miseramente perché i contratti con le compagnie petrolifere, a cui sono stati assegnati i lotti, non sono stati firmati. Potrebbe essere il nuovo governo a doversene occupare, infatti, il Parlamento croato, prima dello scioglimento, non se ne è occupato. Del resto «nei mesi precedenti la Marathon Oil e la OMV, titolari di ben sette su dieci delle concessioni nell’Adriatico croato, avevano già rinunciato definitivamente a procedere con i loro piani. E’ probabile che anche la INA faccia un passo indietro. Se fosse così l’unico lotto che manterrebbe qualche chance di sfruttamento – in futuro – sarebbe quello assegnato al consorzio ENI e MedoilGas, la stessa compagnia che avviò il progetto Ombrina Mare in Abruzzo» [1].

Non solo ma sempre qualche settimana fa il caso dell’Artico avrebbe dovuto indurre a qualche riflessione in più da parte dell’esecutivo di marca renziana e schierata dalla parte delle compagnie petrolifere. Infatti dopo quasi dieci anni di preparazione, sette miliardi di investimenti, l’inizio dei lavori appoggiati dal Presidente Obama e milioni di persone che si sono opposte al progetto la Shell ha deciso di abbandonare il progetto di trivellare l’Artico di fronte all’Alaska. Secondo i dirigenti della multinazionale anglo-olandese le perforazioni sarebbero troppo onerose in rapporto alla quantità di gas e petrolio che si possono estrarre.

Il Governo Renzi con il decreto Sblocca Italia continua a considerare la ricerca di petrolio e gas nei mari italiani strategica per il futuro energetico del paese. Il Belpaese rischia di diventare con colabrodo visto che sono già più di quattrocento i procedimenti di ricerca ed estrazione, tra quelli avviati e in partenza. Nella sola Basilicata ne sono in funzione settanta.

Ma qualche giorno fa dieci Consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto, che rappresentano i due terzi delle regioni costiere, hanno deliberato a favore del referendum anti-trivelle. Non era mai accaduto che dieci Regioni presentassero quesiti referendari e comunque sarebbero bastati cinque Consigli regionali secondo i dettami dell’articolo 75 della Costituzione (5 consigli regionali) per poter depositare i requisiti in Cassazione. La novità non è solo quella della forza propositiva ma anche quella di una scelta politica condivisa che guarda allo sviluppo in totale rispetto dell’ambiente e delle economie locali. Indubbiamente è anche uno scontro con l’esecutivo e con il premier in particolare visto che le votazioni sono di consigli anche con presenza PD come quello della Puglia di Emiliano.

Per il coordinamento nazionale No Triv e altre 200 associazioni  che da tempo sono in trincea con una comunicazione costante, proteste e manifestazioni, è uno straordinario successo. E non sarà questo passaggio a fermarli a cominciare dall’opposizione per bloccare la piattaforma Vega B prevista di fronte al litorale di ragusano del canale di Sicilia o la mobilitazione contro Ombrina Mare un’altra piattaforma con raffineria galleggiante che ascerebbe a poche miglia dalla costa della provincia di Chieti, sulla costa dei Trabocchi, di cui si discuterà al ministero dello Sviluppo economico il 14 ottobre prossimo.

Sono sei i quesiti referendari depositati in Cassazione con i quali si vuole abrogare l’articolo 38 dello Sblocca Italia e di diversi suoi commi e dell’articolo 35 del Decreto sviluppo. In sostanza si tratta di impedire pozzi entro le 12 miglia e che siano ripristinati i poteri delle Regioni e degli enti locali, «mettendo inoltre i cittadini al riparo dalla limitazione del loro diritto di proprietà rispetto alle società estrattrici» come ha spiegato il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Piero Lacorazza.
Una battaglia vinta ma, come ha scritto Serena Giannico «la strada verso le urne è irta di ostacoli. E poi, come si farà a raggiungere il famigerato quorum? Molti, inoltre, i coordinamenti e i movimenti ecologisti che hanno bocciato l’idea referendaria sul nascere. Perché? «Ci darà in pasto al Pd che farà di noi ciò che vuole», tuonano da più parti. «Per essere precisi… — spiegano invece i «No Ombrina» — in mare attual¬mente ci sono 88 procedimenti in itinere (escludendo le concessioni già vigenti per le quali sarà possibile  continuare a scavare pozzi…). Di questi un terzo (31) sono in tutto o in parte nelle 12 miglia. Dei 31 solo 8 sono totalmente dentro le 12 miglia, mentre 23 parzialmente, per cui, in caso di vittoria con il referendum, sarebbero solamente riperimetrate (piazzando un’eventuale piattaforma a 12,1 miglia…). Inoltre, tra oggi e l’eventuale referendum, alcune delle concessioni potrebbero andare in porto (come Ombrina) … Allora di che stiamo parlando?».
Pasquale Esposito

[1] “Le trivellazioni offshore? Ormai piacciono solo a Renzi!”, www.greenpeace.it, 30 settembre 2015
[2] Serena Giannico, “Via libera dalle regioni. Sarà referendum No triv”, www.ilmanifesto.info, 25 settembre 2015

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