Dietro l’affaire CR7

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I Campionati europei 2018, una manifestazione multisportiva svoltasi a Berlino e Glasgow, dal 2 al 12 Agosto 2018 e che ha anche riservato soddisfazioni per lo sport italiano … eppure, l’opinione pubblica “deve” occuparsi d’altro.

Lo show business, l’insieme delle attività economico-organizzative e degli ingenti investimenti finanziari che sono a monte, alimentandolo, del cosiddetto “mondo dello spettacolo”, con l’affaire CR7 – l’acquisto, da parte della società calcistica italiana Juventus Football Club, del calciatore portoghese del Real Madrid Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro – raggiunge un punto di non ritorno in quel settore dello “spettacolo dal vivo” che riguarda l’attività calcistica dei Campionati FIGC.

A questo proposito, va ricordato che nel 1996 il CENSIS (Centro studi investimenti sociali), con il Report “Lo spettacolo in Italia come risorsa socio-economica e culturale”, annoverava lo sport, accanto al cinema, al teatro ed alla musica come attività sollecitatrice di una “domanda”, crescente ed in trasformazione, di intrattenimento e divertimento legata alla socialità e a nuove forme di “consumo” relativamente al loisir. Nel Report, tra l’altro, si legge che pur registrando nella seconda metà degli anni ’90 «una flessione nella produzione di beni e servizi in molti settori, viene registrata una contrazione dei consumi che, per la prima volta, non ha risparmiato neanche lo “zoccolo” dell’industria alimentare, d’altro canto, nel complesso, il consumo di cultura e di spettacolo non solo sembra reggere alla congiuntura economica sfavorevole, ma, in molti casi, dimostra addirittura di reagire positivamente alla recessione».La funzione economica svolta dalle attività sportive è acclarata.

In questa sede, si vogliono evitare scientemente allusioni pseudoromantiche ad un “forma calcio” che, in effetti, non è mai realmente esistita. Tale “forma calcio”, pur avendo realizzato diverse funzioni d’integrazione sociale, dagli albori delle prime manifestazioni in Estremo Oriente del protocalcio fino agli anni ’80 del Novecento, con il recente affaire CR7 dimostra che il “sistema” calcistico ha raggiunto un obiettivo che di sportivo (prestazioni atletica in gara, fondamentalmente determinate dal bagaglio genetico, dalla qualità degli allenamenti e dall’alimentazione necessaria) non ha nulla. Esso riguarda la chiusura definitiva di un’epoca e l’apertura di un’altra, in piena sintonia con le necessità del “mercato mondiale” di beni e servizi – tra i quali dare risposte alla «esigenza che nasce da una congiuntura culturale che vede via via spostarsi la concezione dello sport dal versante agonistico a quello del benessere fisico e del rapporto con l’ambiente» (cit. Report CENSIS) – conseguendo prospettive di sviluppo economico e, parzialmente, occupazionale capitalizzando i beni dello spettacolo e della comunicazione, creando un forte indotto e aprendo sempre nuove nicchie di mercato, espandendo ed allargando continuamente i propri confini. Tutto questo, a nostro giudizio, ben ispirato dal pensiero unico di una competizione capitalistica che vede ampliare l’influenza del livello dei profitti di un’azienda grazie alla capacità di posizionamento adeguato del prodotto sul mercato.

L‘affaire CR7, dal punto di vista delle strategie di posizionamento, insiste sul posizionamento rispetto ad un prodotto concorrente, sul posizionamento in funzione di particolari attributi del prodotto, sul posizionamento in funzione del prezzo e della qualità, sul posizionamento rispetto all’uso del prodotto, infine, sul posizionamento rispetto ad una categoria di prodotti. Economicamente efficaci, le condotte adottate dalla Juventus Football Club risultano essere, sul piano sportivo, un altro modo per migliorare la prestazione della squadra andando oltre il genotipo, una sorta di doping effettuato con il denaro la cui tossicità non va misurata sul piano dell’integrità biologica. Quello che possiamo dire al momento è che il doping finanziario produce un miglioramento tangibile della prestazione in campo dovuta ad una disponibilità finanziaria che permette di essere effettivamente più forte e più vincente alla squadra, senza che l’agonismo di base, i cambiamenti nell’attrezzatura impiegata e gli stessi i regolamenti che disciplinano il calcio possano, di fatto, riequilibrare le forze in campo.

Inoltre, i 30 milioni di euro 2018, stimati come stipendio di Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, uno tra i 7,6 miliardi di persone al mondo, non stupisce più di tanto sul piano etico; sappiamo che ci sono altri bipedi umani viventi che percepiscono ancor di più, immeritatamente. L’attenzione va doverosamente posta alla comparazione dell’attività calcistica con altri sport. Proprio nel giorno in cui la prima squadra della società calcistica miliardaria Juventus ha affrontato la formazione Primavera a Villar Perosa, comune della Val Chisone a circa 50 chilometri da Torino, nell’ultima amichevole estiva prima dell’inizio della nuova stagione di Serie A, con pubblico festante e pagante, ed il primattore milionario recitava da par suo, in atletica, nella ginnastica, nel ciclismo e nel nuoto e tuffi, campioni, spesso anonimi, dediti alle loro specialità ed espressione di una multi-etnicità possibile, hanno conseguito in gran copia affermazioni sportive di valore, passate, in alcuni casi, vergognosamente sotto silenzio, constata la presenza in Italia d’una stampa prezzolata che enfatizza il calcio, non perché popolare come si vuol far credere, bensì perché garantisce visibilità e remunerazione alle testate giornalistiche (anche del servizio pubblico) a tale operazione comunicativa e commerciale dedicate (come esempio, può essere citato il lievitare di servizi e trasmissioni televisive dedicate al cosiddetto “calcio-mercato” con “competenze” giornalistiche all’uopo applicate).

La non notizia dell’esordio con maglia zebrata, in allenamento, di Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, oscura le notizie di eventi e successi sportivi veri. Questa è una delle manifestazioni di patologia socio-culturale, analoga a quella che consiste nell’impiegare “inviati” RAI e tempo televisivo alla dimensione domestica della vita di Elizabeth Alexandra Mary, regina del Regno Unito, dell’Irlanda del Nord e di tutti i reami del Commonwealth.
Giovanni Dursi

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