Differenze di genere: simboli, comunicazione e biologia. A colloquio con Caterina Suitner

Caterina Suitner
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Non basta dire donne e differenze di genere per capire e cogliere i molteplici significati e connessioni che questi temi presentano. Ci vogliono anche gli interlocutori adatti. Interlocutori come Caterina Suitner, che mi ha aiutato a mettere a fuoco e comprendere nuove sfaccettature e sfumature. Questo anche grazie alla sua formazione, che ha consentito di affrontare il tema delle differenze da più prospettive.

Caterina Suitner si è dottorata in scienze cognitive nel 2009 e ora è professoressa associata in psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Padova, dove insegna Persuasione e Influenza Sociale, Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e Social Network Analysis. I suoi interessi di ricerca vertono sulla relazione tra linguaggio e cognizione, con particolare attenzione agli aspetti para-semantici della comunicazione verbale e non verbale e al ruolo dei processi di influenza sociale nella comunicazione online.

Mi è piaciuta anche la fotografia che mi ha inviato per illustrare l’articolo. L’ho gradita particolarmente. È il ritratto di una donna intelligente dalla risata luminosa e robusta. È raro che i miei interlocutori inviino fotografie così solari. Probabilmente siamo tutti più legati a un immaginario maggiormente serioso.

Anne Maass Caterina Suitner Chi è Caterina Suitner?
Non lo so. Mi viene da avere un approccio molto collettivista. Quindi, di definirmi un po’ all’orientale in relazione agli altri. Sono mamma, sono compagna, sono figlia, sono sorella, e questa ad esempio è un’identità molto importante. Sono scienziata, sono femminista naturalmente.
Lei insegna a Padova.
Sì. Sono impegnata anche in questo ruolo che mi piace.
Sorride mentre lo dice. Ha una risata simpatica.
Che cosa insegna Padova?
Insegno Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, insegno Persuasione e influenza sociale, e insegno Social networks. Il mio percorso professionale rispecchia anche una mia caratteristica personale. Mi piace definirmi una persona con radici profonde e rami lunghi. Nel senso che mi sono formata a Padova dove insegno, sono nata a Padova e ho finito poi per abitare nella casa in
cui abitavo da bambina. Quindi, le radici sono parecchio profonde. Però non ho mai perso un’occasione per fare periodi anche molto lunghi all’estero. La prima volta che ho viaggiato da sola avevo diciotto anni. Ho preso la scusa di andare a trovare mia sorella in Giordania per il suo periodo all’estero quando studiava arabo. Sono stata lì un po’ con lei e da lì ho fatto l’Erasmus in Galles. Ho fatto un anno in Australia. Con tutta la famiglia abbiamo fatto recentemente un’esperienza di due anni a New York. Dove ho insegnato alla New School.

Il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è ormai alle spalle. Gli interventi che cercano di comprendere il fenomeno si sono fatti più rari. Invece è proprio da quella violenza, dal tentativo di interrogarla che voglio partire con le domande più impegnative che rivolgo alla professoressa Caterina Suitner.

I social possono rappresentare un volano per rinforzare gli stereotipi e un moltiplicatore di occasioni di violenza contro le donne. Penso ad esempio al revenge porn. Possono ugualmente rappresentare uno strumento per l’eliminazione degli stereotipi e un moltiplicatore di occasioni di contrasto alla violenza? Se sì attraverso quali meccanismi?
Attraverso quale linguaggio?
Sicuramente c’è abbastanza letteratura che dimostra come i social media in particolare siano degli strumenti di catalizzazione, di polarizzazione, delle opinioni e dei fenomeni. Ovviamente tutti i processi psicosociali di per sé non sono buoni o cattivi. Sono solo processi. Dipende dai contenuti che poi volta per volta veicolano e convogliano. Quindi, sì, secondo me c’è sicuramente un aspetto positivo e un aspetto negativo. L’aspetto negativo è che ci sono persone che approfittano della possibilità di essere anonimi. Nei social media l’anonimia è particolarmente importante perché disinibisce molto. Perché il controllo sociale nel momento in cui una persona non ci mette la faccia è percepito in maniera decisamente minore. Il revenge porn poi in particolare è molto subdolo perché in un certo senso c’è una componente di victim blaming, di accusa, nei confronti della vittima. Spesso il materiale che viene divulgato è materiale che in prima istanza è stato prodotto e mandato dalla persona. Viene “semplicemente” reinoltrato e condiviso. Ed è qui che scatta il victim blaming. Perché ovviamente non è che se una persona, una donna, o chi che sia, manda una foto intima di sé, o di un momento particolare, in quel momento sta dando il permesso di divulgarla. Poi subentra anche il problema che è come se fosse inibita la possibilità alle donne di provare piacere o di essere attive nel ruolo, negli atti sessuali. Inviare una fotografia di sé nuda è essere particolarmente attive o propositive. Quindi c’è questo terribile uso della liberazione femminile contro le donne stesse.
Il corpo è la cosa più antica che abbiamo. Ma è ancora la cosa che ci terrorizza di più. Arriveremo mai, di fronte a un coito inviato attraverso i social media, solo a rallegrarci per la bellezza del gesto e provare una sana invidia che faccia dire “Che inno alla vita”? Molti templi indiani sono decorati con statue raffiguranti nudità e amplessi.
C’è molto tabù. E c’è molto più tabù oggi. Ieri leggevo Lisistrata di Aristofane. Notavo come fosse completamente disinibito. Non so se conosce la storia di Lisistrata, del sex strike.
Ricordo. Nella commedia si racconta delle donne che riunite in assemblea decidono di rifiutarsi di fare sesso con i loro uomini.
Sì. Era questa la storia. Ed è raccontata da Aristofane in modo molto esplicito. Mentre noi oggi nel nostro quotidiano facciamo un po’ fatica a dire ad esempio che le donne quando fanno Sex Strike rinunciano anche al proprio piacere. Si sottolinea soltanto la parte di rinuncia per l’uomo. Quindi, in questo senso i social media sono un’occasione per le donne, perché l’Agenda Setting è fatta dagli uomini.
sex strikeChe cosa intende per Agenda Setting?
La scelta degli argomenti di cui parlare in pubblico. A capo delle emittenti, dei mass-media, in politica, abbiamo una prevalenza maschile. Quindi, gli argomenti di cui parlare li decidono gli uomini. Sono gli uomini a portare i temi che per loro sono più interessanti.
Quindi i social media offrono una grande opportunità alle donne perché lì non bisogna essere selezionati da una società maschilista. Ognuno può dire quello che vuole. Quindi, le donne sono libere di parlare e intervenire. Ecco perché è una grande occasione e può essere un potenziale strumento di lotta. I due movimenti che in questo momento sono più forti, sono i movimenti del #metoo e quello del #sexstrike, che sono temporalmente uno di seguito all’altro. Prima c’è stato il #metoo poi c’è stato il #sexstrike. Quest’ultimo è nato su Twitter, ha come obiettivo di porre all’attenzione i diritti delle donne. Chiede alle donne di boicottare l’attività sessuale fino a che non si ottenga il controllo sul proprio corpo. È un movimento che è nato negli Stati Uniti dopo che era stata messa in dubbio la legge sull’aborto. Quindi in un certo senso è stata minata quella che è la possibilità delle donne di avere il controllo sul proprio corpo. La risposta è stata quella di affermare “Bene. Se voi ci impedite di avere il controllo sul nostro corpo noi ce lo riprendiamo. Però le conseguenze non sono solo nostre.
In che cosa sono diversi questi elementi? Nel livello di potere che la donna esprime. Secondo me sono successivi nel tempo perché rappresentano una crescita del movimento di lotta femminista. Nel senso che nel Me Too la donna esprime la propria situazione di vittima, la denuncia, la condivide, attraverso una narrazione collettiva. Pone l’attenzione al problema, con anche non dimentichiamocelo un rischio notevole sia per gli uomini che per le donne. Nel senso che poi c’è un mettere in piazza le persone senza che ci sia un giusto processo, una giuria, se non la piazza. E la piazza sappiamo che può essere terribile.
Con il Sex Strike c’è stato un uso diverso del corpo femminile.
La differenza tra il Me Too e il Sex Strike è che in un certo senso nel Sex Strike le donne riprendono potere. Perché sono loro a decidere, sono loro ad avere il controllo della situazione. Quindi, come lotta collettiva è molto più forte. Scalza anche un po’ quelli che sono i ruoli di genere. Ed è interessante perché in realtà è un’azione che è stata messa in atto varie volte nella storia. In Africa ad esempio, anche a Napoli contro i botti.
In Italia con il lockdown i numeri di femminicidi, di abusi fisici e psicologici ai danni delle donne sono in aumento. Che cosa si può fare perché i mass media ne diano una corretta informazione evitando stereotipi come delitto passionale, dramma della gelosia, o altri?
Una corretta informazione e un linguaggio più corretto, più conforme ai reali accadimenti, può contribuire ad arginare il fenomeno dei femminicidi?
Sicuramente noi siamo le parole che usiamo. Il linguaggio è fondamentale. Il modo in cui parliamo delle cose le inquadra, le incornicia, le definisce. Presenta una realtà che poi tende a perpetuare se stessa. Quindi è molto grave che questi femminicidi vengono definiti con queste parole, che in un certo senso giustificano le azioni criminali. È grave anche quando ad esempio si suggerisce che l’uomo non possa essere in grado di controllare i propri istinti. Io penso che sia molto offensivo verso gli uomini. Io ho una stima un po’ più alta nei confronti degli uomini.

Stavolta sono io a sorridere. E Caterina Suitner mi segue. Mentre la ringrazio per questo riconoscimento al maschile.

Le persone devono essere assolutamente responsabili delle proprie azioni. Ciò però non toglie che
anche la società sia responsabile di questo problema. Abbiamo tantissimi dati che mostrano che in effetti gli stereotipi maschili creano una fragilità proprio negli uomini. In quanto è come se l’uomo dovesse continuamente affermare la propria mascolinità, definita da forza e da caratteristiche anche molto negative. Fragilità che rinforziamo insegnando ai bambini di oggi, uomini di domani, ad esprimersi secondo queste caratteristiche. È chiaro che possiamo migliorare le condizioni in cui vengono educati i nostri figli maschi. Per le bambine io non ho niente da dire. Nel senso che secondo me non sta alle bambine essere più forti, e non sta alle bambine essere coraggiose.
Le dirò che ho molta antipatia verso questi miti delle ragazze ribelli. Ma perché devono essere le donne a dover risolvere un problema?

Se la donna non si libera da certi stereotipi non permette a me come uomo di liberarmi da stereotipi, a cui anche io come maschio sono vincolato. È come se giocassimo un reciproco gioco degli specchi in cui la realtà non viene mai vissuta e affrontata.
Sono molto d’accordo che sia ora di liberare i maschi. Abbiamo posto molto la nostra attenzione sulla necessità di liberare le donne. Però io trovo gli stereotipi maschili terribili per questi poveri uomini. Noi ci preoccupiamo troppo di come le donne non abbiano accesso per esempio alle materie scientifiche, e spendiamo gran grafici, gran statistiche per dimostrare come questo non sta avvenendo. Per dimostrare come le donne non abbiano posizioni di leadership, come le donne non abbiano posizioni decisionali importanti. Benissimo, è vero. Concordo che ci sia una asimmetria terribile. Però, perché non poniamo altrettanta attenzione sul fatto che gli uomini non possono studiare pedagogia, scienze dell’educazione? Lì l’asimmetria è ancora più forte. Perché un uomo se vuole occuparsi dei bambini non può farlo che subito viene tacciato di pedofilia? È terribile. È terribile questo fenomeno. Peraltro la dice lunga sul fatto che i contenuti degli stereotipi maschili sono diventati per noi così normativi che l’unica cosa che ci interessa è diventare tutti un po’ maschili. Invece, il contenuto femminile della gentilezza, della cura per l’altro, del senso del gruppo è magnifico. Non deve essere relegato a uno status inferiore. Anzi è quello di cui noi abbiamo bisogno. Tanto più oggi quando abbiamo visto fallire tantissimi modelli economici basati su competitività e individualismo, che hanno portato a una diseguaglianza economica fuori da ogni grazia di Dio. Noi abbiamo bisogno di solidarietà, di cura, di occuparci degli altri. Il tre dicembre è stata la giornata internazionale delle persone con disabilità, e non è bellissimo poterci occupare gli uni degli altri? Immagino che lei possa condividere l’idea che la gentilezza possa non essere un difetto. Anche sulla disabilità noi abbiamo degli stereotipi che assomigliano molto agli stereotipi sulle donne, alta gentilezza e bassa competenza.
La sessualità nella disabilità è molto penalizzata. Come è penalizzata la sessualità femminile. Per l’opinione pubblica le persone disabili sono angeli asessuati per cui il piacere non esiste.
Non è pensabile che abbiano il diritto alla sessualità. Questo è un altro tema di cui non possiamo neanche parlare. Perché non possiamo pensare a dei corpi che provano piacere se non sono standard. Come non possiamo pensare a modi di piacere che non sono standard ad esempio. Quindi questo è un grosso problema. Così come c’è il problema dell’intersezionalità, per cui se si è magari donna e disabile allora ciao.
È una doppia discriminazione. Quando si parla di ultimi le donne sono sempre un po’ più ultime degli ultimi.
Quanto la Chiesa contribuisce alla costruzione degli stereotipi con il suo tipo di comunicazione? Cito da un discorso pronunciato da Kiko Arguello, fondatore del percorso di iniziazione cristiana noto come “cammino neocatecumenale”.
I femminicidi non hanno a che fare con gli abusi degli uomini sulle donne bensì più con la decisione delle donne di rifiutare i loro uomini, che se non hanno il conforto della fede decidono per disperazione di uccidere, di uccidere i figli oppure di uccidersi, per far capire il danno fatto.
Mi ha stesa con questa citazione.
Il problema è che affermazioni come queste costruiscono cultura, coscienza.
Sicuramente la religione è parte della nostra cultura. Tutte le religioni lo sono, e tutte le religioni esprimono cultura. Non è qualcosa di esterno a noi. È qualcosa che è stata fatto dall’uomo. Poi io non sono particolarmente religiosa, a maggior ragione la sento come una costruzione sociale. Quindi, come tutte le espressioni di cultura non sono buone o cattive di per sé. Dipende dai contenuti. Spesso le polarizzazioni più estremiste non sono di grande aiuto. Spesso le culture, le religioni, quando sono portate al loro estremo tendono a danneggiare perché ad esempio, pongono delle rigidità che magari rappresentano una cultura che ormai è superata. Quindi non consentono alla cultura di evolversi così rapidamente come potrebbe. Però d’altro canto come in tutto ci sono aspetti positivi e aspetti negativi. Per esempio la liberazione dei corpi che l’allontanamento dalla religione ha consentito a noi donne, da un lato è sicuramente una liberazione. Ma quando la portiamo al suo estremo dove ci porta? Ci porta all’oggettivazione dei corpi femminili. E quindi, anche lì, non è che ci abbiamo guadagnato molto. Perché il corpo femminile diventa allo stesso modo un oggetto sessuale, quando è esibito e quando è nascosto. Quindi, l’estremizzazione in un certo senso può avvenire dentro alla religione ma anche fuori dalla religione. L’oggettivazione dei corpi è avvenuta più nei mass media, in televisione. Io mi ricordo molto bene quando ero bambina dei programmi come “non è la Rai” in cui c’erano donne che non parlavano mai.
Se guardiamo bene di asimmetrie di genere ce ne sono abbastanza in tutti i campi. E ripetono come una eco sempre lo stesso concetto di fondo secondo cui la competenza e l’espressione pertengono all’uomo, nella donna sta l’aspetto più di passività.

Vorrei proporle una citazione del filosofo francese Jean Baudrillard.
Nell’operazione simbolica, i due termini perdono il loro principio di realtà. Ma questo principio di realtà non è mai che l’immaginario dell’altro termine. Nella partizione uomo/natura, la natura (oggettiva, materiale) non è che l’immaginario dell’uomo così concettualizzato. Nella partizione sessuale maschile/femminile, distinzione strutturale e arbitraria che fonda il principio di “realtà” (e di repressione) sessuale, la “donna” così definita non è mai che l’immaginario dell’uomo. Ogni termine della disgiunzione esclude, l’altro, che diventa il suo immaginario.
È un immaginario veicolato da mass media e social da cui rimane fuori poco o niente?
Come possiamo destrutturare questo immaginario?
È un testo molto molto bello. È vero che è denso. Ci sono tante cose dentro. Il simbolismo sicuramente, in cui il significato di uno dipende dall’altro. Il confine delle due categorie non è indipendente. Quando facciamo una categorizzazione, un gruppo è definito per contrasto rispetto all’altro gruppo. Però in modo asimmetrico. Nel senso che uno dei due gruppi è di riferimento. Che poi è quello che dicevo quando affermavo che l’uomo è normativo.

Il testo sembra suggerire che c’è una reciproca falsificazione quando si arriva a contrapporre due elementi. È falso l’uno ma è anche falso l’altro. Potremmo ricondurre questa riflessione sia al discorso di Simone de Bouvaire quando afferma che “Donna non si nasce ma si diventa”, sia al discorso di Nicla Vassallo quando afferma che la donna non esiste?
Donna si diventa attraverso un processo di simbolizzazione ma in realtà non esiste una dimensione di “natura” della donna. Così come non esiste una “naturalità” del maschio. Sono entrambi frutto di processi culturali. Potremmo proporre questa interpretazione?
Sì.

Fa un sospiro prolungato immergendosi nei propri pensieri prima di fornire una risposta.

Può essere che questa fosse l’intenzione del testo. Vorrei poter essere d’accordo come cuore. Però in realtà ci sono tanti dati che ogni volta mi scoccia leggere perché mi danno fastidio.
Mi piace questo fastidio, questo cuore, perché danno il polso del rigore scientifico di Caterina Suitner. Non si ferma la dove il cuore vorrebbe portarla. Ascolta i dati, ma soprattutto cerca di interpretarli.

Questi dati dicono che in realtà la categorizzazione in uomo e donna avviene in momenti estremamente precoci nei neonati. Ci sono delle differenze tra uomini e donne che sicuramente hanno delle radici di tipo biologico innegabili. Le quali possono e dovrebbero essere superate proprio perché appunto abbiamo anche superato la clava. Possiamo superare anche questa riduzione delle persone a essere maschi e femmine. Possiamo anche essere un po’ più aperti, pensare ad esempio che il genere possa avere delle sfumature, per esempio non essere sempre dicotomico. Anche in natura non siamo sempre dicotomici, anche se la maggior parte di noi lo è. Ci sono tante persone che non hanno un genere biologico così ben definito. Anche dal punto di vista cromosomico per esempio ci sono tante variabili. Però diciamo che la maggior parte degli esseri umani poi tende a essere divisa in maschi e femmine. Questa è sicuramente la lezione che abbiamo appreso, e da cui facciamo un po’ fatica a scollarci.

Quello che sta a noi come persone evolute è andare aldilà del dato biologico?
Sì. Nel senso che noi esseri umani siamo molto di più. La caratteristica biologica è uno dei tanti elementi che ci caratterizzano, come l’essere biondi o essere mori. Possiamo tranquillamente tingerci i capelli e non sarà un grande evento se una persona viene individuata come una persona che ha i capelli che non sono dello stesso colore degli altri. Allo stesso tempo possiamo presentarci in modo diverso, con una gonna ad esempio, nonostante siamo magari attribuiti al sesso maschile dalla nascita. Allo stesso modo possiamo ridurre quello che è il peso che noi diamo a queste caratteristiche fisiche. Perché questo peso è un costrutto. Possiamo davvero essere un po’ più complessi nel nostro pensiero.

Se esamino la diaristica di Anais Nin e di Erica Jong colgo che la richiesta di emancipazione passa attraverso la rivendicazione di una sessualità libera.
È questo uno dei motivi che portano il maschile/patriarcale a screditare la sessualità femminile? La paura della libertà femminile?
Non è solo la paura della libertà femminile. È la paura del diverso, qualunque forma esso prenda. Non è solo l’uomo che non accetta il cambiamento. Anche le donne sono molto sessiste, discriminanti, nei confronti di generi non previsti da quella che è una visione semplificata, molto rassicurante del mondo.
Secondo la Teoria della giustificazione del sistema di John Jost, tutti noi abbiamo la tendenza a giustificare il sistema. Questa teoria poi è una specie di evoluzione di quella che è la Teoria del mondo giusto. Secondo cui tutti noi abbiamo bisogno credere che il mondo, e la situazione socio contestuale in cui viviamo, sia giusta. Questo ci rassicura. Sarebbe molto stressante dover lottare continuamente contro il sistema. Quindi, la tendenza è quella di perpetuarlo, di mantenere lo status quo un po’ in tutti gli ambiti. Sicuramente negli ambiti di genere rientra questa dinamica.
La cosa interessante è che questa tendenza a mantenere le gerarchie sociali, la definizione degli stereotipi, non è presente soltanto nei gruppi di maggioranza avvantaggiati. È molto presente anche nei gruppi di minoranza. Gli schiavi non volevano l’abolizione della schiavitù. In tanti pensavano che non fosse una bella idea.

Questo risponde alla seconda parte della domanda. Ma perché secondo lei Anais Nin ed Erica Jong sono dovuti passare attraverso la rivendicazione di una sessualità libera per poter rivendicare la propria libertà? Perché la sessualità libera è l’area più negletta nelle donne?
Beh. Le trasgressioni sono anche un atto simbolico che consente una rottura. Sicuramente la sessualità è un argomento tabù. È un tema in cui la donna è sempre stata molto penalizzata. Pensiamo ad esempio all’infibulazione e ad altri processi terribili che inibivano il piacere della donna. Ma questo accade anche nelle donne oggettivate, che noi vediamo ad esempio nella pornografia. Tipicamente la donna subisce. Non c’è tantissimo spazio per il piacere femminile. È sempre quello maschile che viene esaltato.

La storia la scrive chi vince e i vinti scompaiono dalle pagine della storia.
Se le donne scompaiono dai libri di storia è perché ci troviamo di fronte a una guerra dei generi? Penso a quello che è accaduto a Rosalind Elsie Franklin, a Lise Meitner, a Eddy Lamar, a Martha Ghellorn [1]. Ma potremmo andare avanti.
Non ricordarci di queste donne, doverle andare a riprendere dalla polvere della storia accade perché sono vittime di questa guerra dei sessi?
Come dicevo prima l’Agenda Setting la fanno gli uomini. I libri di storia, quelli che vengono pubblicati, sono di autori maschi. Tra le altre non solo le donne che hanno fatto qualcosa di importante a essere dimenticate. Ma anche le donne tout court. L’altro giorno guardavo il libro di storia di mia figlia. Quando si parla dell’australopiteco c’è l’immagine dell’australopiteco maschio. Quando si parla dell’uomo di Neanderthal c’è l’immagine dell’uomo maschio, e così via. Dopodiché nelle pagine di scienza sotto il titolo “Come è fatto l’uomo” trovo di nuovo l’immagine dell’uomo maschio.

Assume veramente un tono scandalizzato nel mostrarmi questa semplificazione. Scandalizzata ma anche piena di stupore che ci si possa spingere a tanto.

Le donne veramente non spariscono solo quando sono importanti, e nel loro contributo alle scoperte scientifiche. Spariscono comunque. La donna non viene proprio pensata. Noi abbiamo la lingua che le fa sparire. Noi usiamo il maschile generico. Prima l’ho corretta e le ho detto professoressa. Io ci tengo. Già siamo poche, se in più spariamo dentro il maschile di professore! Come dicevamo prima, siamo le parole che usiamo.

Purtroppo lei mi sta rubando un’altra domanda io volevo concludere con questa.
L’uso della schwa è un impoverimento della lingua? Mi riferisco alla lettera e rovesciata (∂) che nella lingua scritta dovrebbe andare in direzione dell’uniformità dei sessi, e aiutare a eliminare le discriminazioni sessuali.
Credo che sia un atto di democrazia. A me piace molto l’uso della schwa. Dipende da che cosa si parla. Se si parla di un gruppo indiscriminato per cui io sto usando un generico va benissimo usare quello. Ma se io sto parlando di una persona che si definisce al femminile forse posso usare il femminile. È vero che diventa molto faticoso. Però dipende effettivamente anche dalla strategia comunicativa. Se noi vogliamo far emergere le donne è chiaro che dobbiamo usare il femminile. Se noi invece vogliamo rendere poco salienti le differenze di genere allora lì dobbiamo usare l’asterisco e quelle tecniche che consentono di non fare emergere un riferimento.
Per i pedagogisti invece mi piacerebbe usare bene il maschile. Il pedagogista invece che la pedagogista, il maestro. Io lo ricalcherei. Perché li invece abbiamo bisogno di dare visibilità all’uomo. Dipende dall’obiettivo comunicativo insomma.

La maestra di Torino e il video hard, Letizia Battaglia e gli attacchi che le sono stati rivolti per le fotografie delle bambine accostate alla Lamborghini, Giusy Notaro, ma anche Willy Montero. C’è qualcosa che accosta questi nomi e questi eventi?
Io penso che sia sempre lo stesso discorso. Il concetto è che noi tendiamo proprio a non lasciare la possibilità alle donne di avere la loro interezza, le loro sfumature, la loro sessualità. È come se alle donne noi chiedessimo di essere aderente all’aspettativa maschile su tutto. C’è un bellissimo bias, che si chiama bias della perfezione, studiato all’Università di Bologna dalla professoressa Monica Rubini, dimostra proprio che quando noi valutiamo le donne, le valutiamo in tantissime dimensioni. Mentre quando valutiamo gli uomini ci limitiamo a quella che è la dimensione rilevante. Quindi, se dobbiamo assumere un uomo deve essere competente per la posizione. Se dobbiamo assumere una donna, questa deve essere competente, gentile, deve essere morale, poi deve essere bella. Deve essere al top in tutto. Agli uomini noi non chiediamo così tanto.
E Willy Montero come possiamo, se possiamo, inserirlo in questo contesto?
Fa parte comunque di quella che è la violazione di uno standard. Tutto ciò che rompe la norma rompe le aspettative. Noi siamo anche passivamente spaventati in questo momento, e subiamo l’incertezza. Persone che violano le nostre certezze sfidano molto la visione del mondo. Quindi rappresentano una minaccia.

Gianfranco Falcone

 

 

[1] Rosalind Elsie Franklin (1920 – 1958) ha dato contributi fondamentali per la comprensione della struttura molecolare di DNA e RNA. Per tali ricerche, Wilkins, Watson e Crick hanno ricevuto il premio Nobel, ma il lavoro di Franklin non ha avuto grandi riconoscimenti durante la sua vita.
Lise Meitner (1878 – 1968) è la prima a dare una spiegazione teorica della fissione nucleare, il processo per il quale un nucleo di uranio, bombardato con un neutrone, si scinde in due elementi più leggeri liberando un’enorme quantità di energia. Nel 1944 solo Otto Hahn riceve il premio Nobel per questa scoperta.

 

 

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