Diga di Itaipù: addio foresta pluviale e villaggi Guaranì

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È una delle meraviglie dell’ingegneria moderna, un’immensa diga idroelettrica in grado di generare più energia di qualunque altro sistema del pianeta; per costruirla è stato necessario bloccare il corso di uno dei fiumi più grandi del Sud America, migliaia di ettari di territorio selvaggio e decine di migliaia di case sono scomparsi per costruire il bacino della Diga, 40 mila operai hanno dovuto sfidare la potenza della natura, temperature disumane e la minaccia costante di inondazioni: c’erano tutte le premesse per un disastro.

Sembra l’incipit di uno dei tanti bei film d’azione o di avventura americani, dove tutto sembra impossibile ma c’è sempre qualcuno che ci riesce, e invece non è altro che quello del video-documentario a cui si è invitati ad assistere prima di iniziare la visita guidata alla Centrale Idroelettrica di Itaipù (tra l’altro in portoghese con i sottotitoli in spagnolo).
Diga idroelettrica più potente del mondo situata sul fiume Paranà, nel punto di confine tra il Brasile ed il Paraguay, la diga di Itaipù fornisce elettricità per il 90% allo Stato del Paraguay e per circa il 25% allo Stato del Brasile; una turbina da sola alimenta le città di São Paulo e Rio de Janeiro coprendo il fabbisogno di circa 24 milioni di brasiliani; la sua produzione annua (90.000 gigawatt) basterebbe ad illuminare una città come Londra per più di 3 anni.
Si estende per 7km ed alta come un palazzo di 65 piani.

Ma quanto è costato il più grande ed ambizioso progetto ingegneristico del Sud America?
–    700 km quadrati di foresta pluviale inondati
–    completamente distrutte le cascate di Guaíra, che erano le più estese del mondo
–    interi villaggi degli Indios Guaranì rasi al suolo
–    8.500 famiglie evacuate, alcune delle quali vivevano lì da generazioni.
–    migliaia di specie animali scomparse per sempre
–    145 persone morte durante i lavori

Se questo non è un disastro, allora troviamo pure un altro nome.
Poco importa quindi che sia stata effettuata la “più grande valutazione immobiliare mai stimata” (4 anni), con eserciti di fotografi che hanno setacciato ogni centimetro quadrato ed esperti che hanno valutano accuratamente ogni casa e terra (tra l’altro mezzo miliardo sui 20 miliardi totali stimanti per tutta l’operazione); non ci basta sapere che un’equipe di illustri ambientalisti si sia preoccupata di salvare le specie animali per poi riinserirli nel loro ambiente naturale o presso riserve protette o che abbia poi ripiantato milioni di nuovi alberi intorno al bacino; e neanche che la grande impresa abbia portato milioni posti di lavoro agli operai, case e scuole, e persino al suo interno una quotata università multinazionale dedicata alle energie.
Niente è abbastanza, niente consola: perché tutto questo non ha prezzo, perché non si può tornare indietro.
45 minuti di autocelebrazione di “una delle imprese più difficili al mondo”, la dicono tutta sulla consapevolezza di quanto accaduto e della sua ineluttabilità; e anche se questa -mal celata-  apologia continuasse all’infinito, non basterebbe a convincerci che “è cosa buona e giusta”.
Federica Forte

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