Dinner Club: un ammaliante viaggio nella cucina e nei territori italiani

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Uno dei problemi, ma forse il problema più grande di Dinner Club, è che debba essere riservato ad un pubblico ristretto dovendo essere clienti Amazon Prime Video per vederlo. È stata appena programmata la prima stagione suddivisa in 6 episodi, tutti già fruibili e goduti da chi scrive. L’auspicio è che ce ne siano presto altre di stagioni per poter percorrere la lunga strada delle tante degne storie  nella cucina dello stivale.

È il cibo il filo conduttore di Dinner Club – prodotta da Banijay Italiache sia gourmand o casereccio non importa. Racconti impregnati di territorio, tradizioni, paesaggi, bellezze, insomma sintetizzando, ricchi di cultura dell’Italia narrata con il contributo di attori di fama; storie nella storia anche la loro presenza, ed un cuoco stellato che ne guida l’esplorazione.

Chi ha scritto la serie è meritevole di plauso. L’ha collegata senza lasciare nulla al caso ed ogni scelta, lo si vedrà seguendolo, risponde ad una attinenza che è propria dei personaggi che ne vivono le esperienze. Gli episodi sono un abito sartoriale cucito su misura per ognuno ed abbinato ai luoghi scelti per l’esplorazione, non solo gastronomica.  Finanche i mezzi di locomozione scelti, tutti diversi e seppur a volte troppo impegnativi, rispondono a queste attenzioni, con le musiche e le vocazioni artistiche dei singoli attori che sembrano abbracciare fino a fondersi nelle presentazioni dei piatti che in ogni storia dovranno riproporre al resto del gruppo.

Carlo Cracco lo chef  accompagnatore dei protagonisti della prima stagione ed ognuno dei sei episodi terrà incollato al video il telespettatore che ha scelto di seguire la serie. Cracco si ripresenta in una veste diversa da quella conosciuta nel passato, troppo piena di comandi urlati, un tempo, che pretendevano solo “sì chef!” come risposta. Forse è un bravo attore anche lui, oppure semplicemente, nella esperienza di Dinner Club, è se stesso. Propendiamo per questa seconda ipotesi che poi è quella che si coglie e buca il video, cioè un rapporto che procede oltre la goliardia, le simpatie e le caratteristiche delle persone, fin a rappresentarle come se si trattasse di amicizie di lunga data pronte ad affrontare insieme nuove esperienze che fanno da spalla al cibo.

Succede con Diego Abatantuono, magnifico ed efficace nell’occhiata lanciata alla Littizzetto che sottolineava, nel suo umorismo border line, un’anzianità del suo collega che invece risulta preziosa. Prosegue senza mai scemare in intensità il contributo dell’attore su una Pontiac cabrio d’epoca con sottofondo primi anni ’70. In Ogliastra, Abatantuono si immagina e lascia immaginare di essere a disagio con le sorelle Mulas che preparano dei culurjones, o culurgiones, che rapiscono. In effetti lasceranno l’attore a disagio, ma per aspetti diversi da quelli immaginati prima, cioè la socialità, l’ironia, l’affetto immediato che si instaurano inaspettati e vincenti grazie alla degustazione tanto che non vorrebbe abbandonarne la compagnia, come alla fine dichiara il protagonista. Se si tratta di recita da un maestro che ha incantato nelle esperienze con Pupi Avati ci può stare, ma l’impressione anche questa volta è che sia tutto vero, trasporto emotivo compreso.

Anche negli altri episodi un concentrato di sapori che riempiono di conoscenze, arricchiscono i sentimenti, ampliano l’estensione dei gusti. Come potrebbe capitare con gli incontri in Puglia della Luciana Littizzetto con la malandra, fegato di polpo fritto su un peschereccio o le ostriche rosa dalle dimensioni più grandi delle bombette assaggiate in Puglia che rapiscono le papille di Fabio De Luigi, su un casotto del delta del Po. Ognuno poi esprime le sue attitudini ed arrivano esempi di livello artistico significativo, dalla citazione alla battuta o alla metafora sugli “scarti” del cibo che possono diventare meravigliosamente unici.

Ma su tutte la declamazione di Valerio Mastandrea, anche se si tratta di un replay, di Gola di Mattia Torre, che apre all’arte applicata ed all’omaggio all’amicizia che non c’è più. Rievocazione che fa il paio con le cucine delle nonne o delle mamme che vengono alla mente durante certe esperienze di degustazione e che arrivano puntuali in ogni cena tra amici quando con l’esperienza, l’affiatamento e l’età, si tenta di rispolverare atmosfere ed ambienti non più fruibili. Ed ecco i ricordi e le confidenze di chi voleva diventare prete mentre poi si ritrova cuoco valente, di chi faceva i compiti in cucina mentre la mamma preparava le pietanze dei ricordi, il colto Pierfrancesco Favino, di chi evoca i rimbrotti della nonna per la sua paturnia di non mangiare le cose bianche e le mozzarelle, il sagace Mastandrea, e di chi non riesce a rinunciare alla sua natura guascona e popolare e vuole trasformare le cene in una gara da vincere, quando gara non c’è. Proprio come farebbe una Sabrina Ferilli completamente a proprio agio in questo ruolo, strafalcioni compresi.

Sembra di rivivere alcuni momenti delle cene tra amici dove non manca chi non vuole il parmigiano sulle fettuccine, a suo dire unica pietanza meritevole di interesse, chi invece lo pretende sugli spaghetti al nero di seppia, chi non ne vuole sapere di pomodori, di fegato e men che meno di quinto quarto, o chi pretende di affermare che i piatti da lui indicati siano i vincenti su tutti gli altri, inclusa una chianina da 1.500 grammi stracotta fino all’anima. Stesso copione per la scelta delle bevande proposte nella cena dall’amico commensale che ha un numero limitatissimo di bottiglie del “vino del contadino” a suo dire unico. Anche quando tocca alla bottiglia “riserva” conservata per essere celebrata che quando la stappi delude, come al contrario puoi davvero restare stupito nel chiedere aiuto a fine pasto ad un liquore artigianale di genziana del quale gradiresti l’esclusiva ma te ne viene concessa solo un’aliquota da centellinare.

La serie mostra anche quanto le influenze culinarie possano ridondare nel nostro paese, così il violino di capra che incontri in Sardegna potresti anche assaggiarlo in Valchiavenna, oppure i peperoni cruschi proposti in Basilicata, dopo un uno due e tre nell’olio a 170°c, sono gli omologhi dei ferfelloni o i peperoni dolci di Altino in Abruzzo. Stessa cosa per i cazzomarri lucani o i marri teramani di davvero poco interesse per la Littizzetto per via dei budellini di agnello che li avvolgono, ma appartenenti all’antica tradizione pastorale e transumante. La presenza delle zuppe non è potuta mancare ed allora marracucciata di lentiscosa, il simil pisello antesignano della cicerchia che cresce solo in quei luoghi, come pure la zuppa di ricotta e cavolo nero che eleva gastronomicamente le capacità di Sabrina Ferilli in cucina. Non mancano le torte salate tipo tagano siciliano, l’omologo dei casatielli, con uso di tuma nel ripieno, il formaggio pantesco di gran vocazione in gastronomia oppure le riproposizioni della cucina povera divenuta poi ricca. È il caso degli spaghetti di farina di castagne, nati per risparmiare la farina di grano quando ve ne era carestia. Arrivano anche le immancabili prese di posizione sulle preferenze dei vari formati di pasta dove le penne lisce escono drammaticamente sconfitte, come pure non mancano descrizioni di pesti trapanesi, spaghetti con mandorle, pistacchi, acciughe o fichi con questi ultimi che tracciano un filo conduttore di coltivazioni di prodotti, usi e degustazioni, analoghe in più regioni italiane e del Mediterraneo.

Mancherebbe sicuramente una maggiore diffusione di cultura enoica ma davvero poi la materia sarebbe infinita. Restano però le scelte di rosolio di bastarduni ( la seconda fioritura di fichi d’india) e gin elettrico, che riempiono gli abbinamenti conclusivi come pure, in momenti diversi, i dessert tra i quali i 230 grammi di un cannolo siciliano, degustati sulla Mehari bianca da Cracco e Favino a Dattilo, rubano tutta la memoria gastronomica disponibile. Anche la pasticceria di mandorle a Palma di Montechiaro delle monache di clausura vi trova però, alla fine, un angolino.

Il programma riesce nel compito di incuriosire, istruire, allietare ed appagare, almeno la vista e la conoscenza. Resta la reiterata convinzione di quanto ogni cucina sia ricca di vissuto che si esprime nei piatti e ne è testimonianza da tramandare. Giusto diffonderne le caratteristiche in modo così dettagliato. Resta anche la curiosità di cimentarsi con la preparazione e successiva degustazione dell’uovo di seppia dello chef Pino Cuttaia a Licata, non mi sottrarrò anch’io dal tentativo, e vi abbinerò in omaggio alla terra di origine del piatto uno Chardonnay Planeta 2019 o in alternativa un ancora più intrigante ma complesso Trebbiano Valentini 2017, in omaggio alla mia terra. Come, comunque, il piatto suggerirebbe.
Emidio Maria Di Loreto

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