Riflessione sul diritto alla difesa e al rispetto delle piante

Argentina, Patagonia. Foreste
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Un discorso simile sui diritti su tutti gli esseri viventi sembra non pertinente in un momento storico come questo, nel quale, in seguito a disavventure e tragedie di tutti i tipi e gli stessi diritti umani vacillano. Ma sono proprio queste le occasioni più propizie per parlare di diritti a tutto tondo, riguardanti l’intera popolazione vivente sul pianeta. Sarebbe un aiuto vicendevole.

Alessandra Viola, scrittrice-divulgatrice scientifica, nella trasmissione televisiva di alcuni giorni fa – Alla scoperta del Ramo d’oro (Rai Play – regia: Claudio Del Signore, conduttore: Edoardo Camurri) ha osservato che tutti gli esseri diversamente viventi tendono alla conquista definitiva – salvo intoppi o ritorni all’indietro -, in modo diretto e/o indiretto, ai grandi-piccoli diritti, indirizzati all’esaltazione essenziale della loro esistenza e vita. Tutti inclusi in vario modo e grado (al culmine gli umani, ovviamente). Le “Piante” escluse! Ovunque presenti. Libere o prigioniere.

Se insistono all’interno di suoli e giardini privati, le piante sono “schiave assolute”, asservite ad un padrone umano che le tratta come vuole, bene o male, con sapienza o ignoranza. Come erano le/gli schiave/i della storia antica, di proprietà assoluta di altri uomini/donne (superiori).

Nella migliore delle ipotesi le piante si salvano relativamente dentro i giardini pubblici, sia pure come oggetti di solo abbellimento, e non di reciproci effetti-benefici. Comunque in stretta simbiosi della componente-terra, la quale, essa stessa, sembra non avere diritti specifici, anche quando è utilizzata come risorsa agricola, cioè utile. Ricordiamoci che la terra è un valore biblico assoluto, che da utilizzare, ma con rispetto.

Dentro i confini del dominio privato sarebbe opportuno (diritto riflesso) che anche per i conduttori un minimo di cura delle piante. Non sarebbe male che i venditori fornissero un libretto di istruzioni sulle piante che comprano (non per l’uso, ma per la cura), abituandoci ad un’educazione  specifica per aumentare anche il nostro bagaglio di educazione generale.

Per gli animali si stanno compiendo lenti passi in avanti, più espliciti, non del tutto dichiarati, in merito ai loro diritti. I doveri sono affidati a donne e uomini loro “padroni”, ovviamente. Non solo per il mantenimento e sopravvivenza delle specie, dentro il generale tema “Ambiente” e del suo necessario equilibrio, già abbastanza scompensato. Equilibrio come ripristino di biodiversità bilanciata per la sopravvivenza globale, cioè della specie animale, di quella vegetale, e – perché no? – anche della stessa specie umana (che nello specifico si traduce in “anti-razzismo”).
Se ci scandalizziamo dei cinghiali che passeggiano indisturbati per Roma, o dei cervi dell’Abruzzo che si moltiplicano a dismisura, dobbiamo chiederci anche di quale scompenso-squilibrio siamo noi colpevoli, piuttosto che armarci e sterminare (scompenso sullo scompenso).

Sappiamo più chiaramente, forse, che gli animali tra loro comunicano (parlano). Di meno sappiamo dei vegetali (di certo comunicano tra loro, ma in modo più sotterraneo). Ovviamente con linguaggi che noi, in ogni caso, ancora ignoriamo. Penso, ai delfini, alle balene, attraverso il megafono dei mari e degli oceani, quindi agli uccelli, sulle linee dell’aria. Ma soprattutto ai cani, i nostri amici più fidati e a noi più vicini ed affezionati oltre misura. Parlano il linguaggio dello “amore” senza condizioni. Senza parole, ma con segni, sguardi dolci, lingua che ci lecca. I cani non conoscono affatto il nostro sentimento di odio.

Per le piante tutto questo non è esplicito, ma esiste! Delle piante amiamo tutto, tranne i rovi e i veleni per difendersi. Amiamo i loro fiori e i frutti, quasi come manifestazione separata, che per questo tagliamo con disinvoltura, e necessità. Approfittiamo delle piante perché sono statiche, ferme per tutta la loro vita in un “luogo”, che rendono comunque più armonioso. Mentre noi stiamo perdendo il senso dei “luoghi” (solo spazi generici). Le piante non viaggiano e non sono loro a venire a trovarci. Tutt’al più possiamo portarcele dietro.
Non è stato il papiro egiziano a regalarci la possibilità di trasmettere le parole-pensieri nella scrittura? Quanto altro ci hanno dato e ci daranno ancora le piante per un una infinità di cultura? Intendo le piante altro dagli alberi, che sono fermi davvero. Se vogliamo spostarli dobbiamo tagliarli. Soprattutto a Natale.
Gli alberi ci regalano la loro aria ossigenata ritirando dalla circolazione aria viziata. La loro brezza ci regala “baci” fatti di foglie e frutti, come regali gratuiti. Pur avendo una strana parentela, spesso alberi e piante solo in simbiosi (sottobosco). L’unione degli alberi, e dei loro sottoboschi, in gruppi solo apparentemente spontanei, fanno i boschi e le foreste che espandono effetti ancora più provvidenziali. Sia in atmosfera, sia al  loro interno intricato e miracoloso, come dicono gli sciamani della foresta amazzonica. Quando noi passeggiamo e respiriamo nei boschi e foreste a pieni polmoni acquistiamo vita.

Attualmente la copertura arborea planetaria è del 17%. Obiettivo di equilibrio nel 2050 è del 30%.

Nella mia fantasia, anche di fanciullo, mi sono costruito l’immagine degli alberi come persone adulte e madri e padri amorevoli. I sottoboschi delle piante, più che figlioletti, come i piccoli “gnomi” che ballano sotto gli anfratti verdi. I boschi li immaginavo come parenti giovani delle grandi foreste. Gruppi allegri e festanti certamente più gioviali, molto più delle foreste impraticabili e scure in viso.
Nel mio immaginario maturo si è consolidata la distinzione psicologica dei boschi come entità più vicini alla Città e, quindi, emblemi di “urbanità” (il peri-urbano); le foreste, di  dimensioni maggiori, come il “selvaggio” dell’incognito e della paura. Fabulae meglio di fate che di streghe. Foreste “territorio profondo”, lontano. Piccoli percorsi immaginari lungo le età della fantasia. Mi immagino gli alberi come individui singoli, e aggregati alle famiglie dei boschi e delle foreste. Gli alberi, già da soli, sono piccoli mondi completi, fornendo loro contributi benefici ecologici, climatici e sociali. Effetti che si moltiplicano a dismisura, oltre la loro semplice sommatoria, se in gruppo. Sempre in pace tra loro e con molteplici interscambi.

Come potrebbe e dovrebbe essere nel caso del genere umano, che da neonate e neonati solitari cresciamo nelle famiglie, poi urban*, poi cittadin* di uno Stato, infine del Mondo, ma senza accordo perfetto. Siamo affetti da una particolare malattia asociale, ripetuta nella storia. L’individualismo del razionale, ci spinge alla competizione. La pace umana è in brevi tregue tra una guerra e l’altra.
Le “Città vegetali”, invece, regalano pace alternativa, che noi cerchiamo nei nostri momenti di stress e disperazione. Solo gli eventi drammatici esterni, e le azioni distruttrici del genere umano (disboscamenti spesso immotivati), sconvolgono il mondo vegetale, che, testardo, si rigenera quasi a dispetto. Le età dei tranquilli boschi e foreste sono spesso plurisecolari. In pace si vive di più. Anche se ultimamente, pini romani compresi, gli alberi si ammalano. Ulteriore colpa nostra?. E noi continuiamo, nei grandi sconvolgimenti, esemplificati nella foresta amazzonica, dilaniata e slabbrata  di continuo. Ma vincerà la foresta amazzonica. Lo dicono i loro sciamani. Speriamo.

Le molteplici proprietà arboree, aiutano noi ingrati, anche nella lotta ai cambiamenti climatici, compresi i dissesti idrogeologici dilaganti (Ischia docet), determinati anche dai diradamenti vegetali (“asfaltiamo” tutto per scelte economiche e politiche dissennate). Terreno che si liquefà, sradicando qualsiasi cosa, quando il solo radicamento delle matasse radicali arboree nelle rocce sottostanti è insufficiente o inesistente (rocce profonde). Di fronte ad eventi disastrosi intervengono, ovviamente, le grandi opere dell’Uomo (ancora insufficiente) e che però sono troppo spesso ferite nell’Ambiente. Dovremmo riconsiderare meglio le nostre azioni maldestre, chiedendo aiuto alla Natura. Ampliare i diritti globali significa anche questo. Quando sarà la prossima “Festa dell’Albero” dovremo ricordare, per manifestare tutto questo.

Gli alberi singoli non limitano i loro cicli vitali alle radici, tronco, rami foglie, ma si irradiano a rete infinita, filosoficamente simboleggiando l’Universo. Il loro tessuto di intermediazione aggiunta è costituito dagli altri tessuti naturali contestuali, anche questi concepiti a rete ramificata. Fungini, sostanze chimiche e campi elettrostatici (altro?). Attraverso il grande “conduttore-terra”, estendendo “dialoghi” infiniti. Gli alberi e le piante “parlano” tra loro a scala planetaria. La loro Rete è superiore alle nostre, compresa la nostra ultima rete informatica digitale. Internet.

Gli alberi sono gli “iceberg” di questo speciale sistema reticolare complesso. La parte minore fuori terra svolge il ruolo principale di un veloce scambio con il mondo esterno-aria, mentre la parte interrata intesse uno scambio più intenso e profondo coinvolgendo l’intera crosta terrestre, un tutt’uno con essa a livello sferico completo (oceani compresi), creando una specie mondo interno duale cavernoso. Che i nostri antenati forse conoscevano. Ricordi ancestrali da subconscio.

L’iceberg degli alberi non è solo coinvolgente la verticale aria-terra. È una grande “Centrale di comunicazione naturale” trasversale sferica, interconnessa con i propri simili, e forse con il mondo intero, noi compresi. Gli “Alberi-Madre” potrebbero essere i server di connessione. È la più antica “Rete informativa naturale” che esista. Praticamente da quando è nato il mondo, quindi molto prima della Civiltà dell’Uomo. Genere umano che crede di essere, di avere un sistema più avanzato dell’internet naturale. Intanto il suo “internet” sta per essere surclassato dal nuovo internet-metaverso, che, forse la Natura già possiede (e altro di più) grazie alla sua simultaneità sorprendente.

Quello del mondo vegetale è il “Wood Wide Natural”, preistorico sistema informatico della Natura, anche è a servizio dell’intero “creato”. Siamo noi che ancora non lo usiamo, ignorando la sua potenza. Gli alberi aggregati danno informazioni, avvisi di pericolo, sussistenza vitale alle piante, agli animali, a donne e uomini, soprattutto della preistoria, che sapevano leggere i messaggi della Natura, fuori dalla sola “razionalità” del cosiddetto nuovo “umanesimo contemporaneo”. La rete informatica vegetale, sui generis, ha già risolto la sua questione scientifica-filosofica degli scenari spazio-temporali, massa-energetici di chissà quale futuro.

Sempre la Alessandra Viola in una successiva ed analoga trasmissione televisiva ha evidenziato, infatti, che nel mondo vegetale esiste da sempre, una specifica relazione tra la fisica “quantistica” e la fotosintesi clorofilliana, con meccanismi quantistici, utilizzando la luce per produrre energia. Tali fenomeni esistono da sempre e solo ora noi stiamo a lambiccarci il cervello per sintetizzare la teoria della relatività ristretta e generale con la misteriosa fenomenologia quantistica…la Natura sa già tutto, producendo l’energia sufficiente a se stessa. Magari sarà proprio l’arcana tecnologia naturale a sostituire gli ingombranti pannelli fotovoltaici, in mezzo ai campi di grano, con un mare di alberi e di foglie sempre più diffuse.

E gli alberi? Continuano la loro difficile strada, anche per difendersi da noi, senza rispetto, senza diritti. Alberi di arredo e parchi urbani come parto della Città, potranno essere i nuovi “ambasciatori vegetali”, non più come componenti asettici del “mosaico urbano”. Togliendosi di dosso, la figura stereotipata dei superati “giardini comunali”, dove si va la domenica e le feste comandate, con gli abiti nuovi. Alberi e parchi come “sostanze progettuali” vere e proprie, non più come ciuffi verdi nei render di progetto. Le “foreste urbane” sono una novità, un buon segnale per riappacificarsi con la Natura sempre più vicina. Per ora solo per alleviare i malefici delle città affogate da smog di industrie ed automobili. Poi per combattere insieme contro i nemici dei cambiamenti climatici e pandemie. Infine per liberarci dall’Urbanistica dei mattoni, cemento armato, asfalto, sopra la “madre terra” nascosta. Dentro il tema delle “foreste urbane” scopriremo un concetto filosofico molto più profondo. Le foreste urbane come nuovi modelli di Città e di Società, per fare gruppo e difenderci meglio, stringendoci la mano. La filosofia della “foresta urbana che ci abita”, o meglio la “foresta umana”, riconquistando “pace di Natura”.
Le foreste urbane fisicamente e concettualmente saranno dentro di noi e dentro le nostre Città. Forse la cacciata dell’Uomo e della Donna dall’Eden, significava l’uscita dell’Uomo e la Donna dalla Natura. Non ne facciamo più parte. Alberi, Alberi! Riportateci voi dentro il giardino dell’Eden, con la benevolenza del buon Dio, che ammiriamo nei paesaggi straordinari per ora solo come spettatrici e spettatori estranei.

Anche il tema degli “orti urbani”, da qualche tempo affacciato, ma poi subito accantonato, entra con maggiore convincimento nel nostro lento cammino di recupero verso la Natura. Nessuna velleità eccentrica, ma un ultimo tentativo di cogliere dall’albero la “mela di una nuova virtù”, nel giardinetto dietro casa… stringendoci nelle piccole comunità di socializzazione urbana, aggregando gli orti urbani e gruppi familiari. Anche di iniziativa pubblica, in specifici comparti, recuperati anche dall’abbandono. Con un ulteriore senso filosofico di comunità e comunicazione.

Penso spesso a quanti “cortili inutili” di edilizia condominiale recintata (di un “razionalismo distanziatore” per presunto ordine attraverso isole urbane separate), sono anonimamente abbandonati a loro stessi, nell’ambito delle città trascurate. Il verde vero non è solo quello pubblico ma anche quello privato. Simbiosi. Anche qui una filosofia urbana aggiunta: continuità urbana mista, come una rete di città più porose. Nuova qualità urbana con pari quantità urbana.

Peggio ancora nelle Città dove sono declassate o cancellare le “strade parco” e/o “lingue verdi” vitali di città, definite da stati d’animo “di fatto”, raccogliendo, strada facendo, sperduti tasselli verdi distribuiti con la casistica astratta degli standard, come in un album urbano di francobolli, all’interno di città sparpagliate, sovrastate da obsolete sovrapposizioni di mega-infrastrutturali. Ovvero le tante Città costiere, che, per fare spazio alla urbanità invadente, eliminano le loro pinete e boschi costieri con annesse aree dunali, lungo la linea di mare, costruendovi a ridosso. Il verde che alla fine è quello che perde e paga, capro espiatorio di quale sviluppo? Il verde, invece, sarà il “collante universale” per “riattaccare” le divaricazioni culturale, che hanno preferito ridursi nel campo delle “discipline”. Verde nuovo veicolo per “inventare” una nuova “contemporaneità di proiezione”, nella nuova filosofia del mix, flessibile, unificante. Verdeggiante. Un po’ come voler sincronizzare il tutto nella famosa formula unica universale che i vegetali già possiedono. Einstein E=mc2.

I “Regolamenti comunali del Verde” non sono espressione dei “diritti di specie”. Laddove esistenti, hanno scarso effetto e nascondono un latente interesse di ordine tutto umano, e transitando, ancora una volta, alle sole questioni di città, espresse in termini di decoro egoistico. Anche il “Paesaggio” è un ostaggio a vantaggio umano. Noi spettatori esterni ammiriamo il Paesaggio come scenario estetizzante, secondo i nostri concetti del “bello”. Un proposito, ancora più pretestuoso, il voler ampliare e ricondurre ogni scenario visibile al concetto di Paesaggio della riconoscibilità quotidiana. Tutto è paesaggio e ciò è giusto. Basta che non sia una “globalizzazione di Paesaggio”, immesso in uno speciale mercato di turismo facile o di mescolamento delle carte. Il turismo della cultura “vissuta” sempre al presente, con un verde reso prigioniero e non, invece,  come molla di futuro, sia pure totale, ma di una quotidianità avanzante e non statica.

Sommando e sintetizzando i concetti di Natura e, ovviamente, di verde, forse cominceremo a pensare più in grande e a considerare la globalità dei “diritti dell’intero Creato”. Ben venga, se supereremo il mondo parcellizzato e sezionato, tornando a vedere tutte, ma proprio tutte, le stelle egualmente lucenti del cielo. Comprese le stelle delle piante”, ribaltando il buio delle loro radici, dove ora loro si stanno nascondendo, facendo saltare le nostre “belle” superfici asfaltate. Ritornando alla terra della vera “Natura-madre”. Prerogative esclusive delle piante, che ci ricordano quando alle nostre Mamme portavamo fiori di tutti i colori.

Nuove considerazioni sui diritti totali a tutti gli esseri diversamente viventi, obbligandoci a riconsiderare la grande questione di coscienza-responsabilità dei “diritti-doveri”, che oggi abbiamo spostato solo sui primi. Ovviamente spunta la domanda di quali siano i “diritti” giusti e fattibili, connessi ai “doveri” giusti e fattibili. Per fare una valutazione obiettiva di “diritti globali”, estesi a tutti gli altri esseri viventi, animali e vegetali. Anche se i diritti di quest’ultimi sono, in realtà “doveri” del genere umano. Ancora una volta sottolineando che questo è il metodo per rientrare nel mondo della “Natura-madre”, della terra viva, granulosa, fertile, l’ultima pelle della Signora Terra. Sulla quale gli animali corrono e le donne e gli uomini ballano. E le piante ri-costruiscono “luoghi”.

Eustacchio Franco Antonucci

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