Diritti civili delle prostitute: intervista a Pia Covre

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Maria Chiara è stata la prima a parlarmi della situazione disperata i cui si trovavano le prostitute e i prostituiti in epoca di pandemia.
Ho scoperto ben presto che in questi giorni, e non solo, le sex workers e i sex workers erano una classe lavoratrice tra le più neglette, messa al bando, gettata in un mondo di fame e solitudine.
Ho cercato per giorni chi potesse parlarmi di questo mondo con cognizione di causa. Alla fine sono entrato in contatto con Pia Covre. Volevo intervistarla. Ne avvertivo la necessità per iniziare a capire che cosa sia la prostituzione, come si possa sottrarre questo fenomeno da una narrazione univoca, che vede molti pronti a stigmatizzare, ma ancora pochi intenti a cercare di delinearne i contorni. Di questo fenomeno. Detto in altre parole volevo sbarazzarmi dei miei pregiudizi. Pia Covre mi ha aiutato a iniziare il viaggio.

Chi è Pia Covre?
Ma, io sono
Sussulta, ride piena di imbarazzo…
Io sono nata qui nel nord Italia. Vivo in Friuli. Ho sempre fatto… Ho fatto tanti lavori da giovane poi a un certo punto

Pia Covre

ho scoperto il lavoro sessuale. E ho deciso di fare quello perché mi si confaceva di più negli orari di lavoro, nel guadagno che c’era, e nella possibilità di avere tanto tempo libero rispetto ad altri lavori per occuparmi di me stessa e delle cose che mi piacevano. A trentatré anni, dopo sette o otto anni che facevo questo lavoro, insieme a un gruppo di colleghe abbiamo deciso di fare una protesta contro la repressione della polizia, contro alcuni casi di violenza che c’erano stati verso alcune lavoratrici. E abbiamo fondato un’associazione insieme ad altre compagne e a Carla Corso. Abbiamo fondato il Comitato per i diritti civili delle prostitute (CDCP). Quindi mi sono dedicata a fare attivismo in difesa dei nostri diritti e delle nostre posizioni. Sono passati tanti anni perché io ho già più di settant’anni. Quindi è tutta una vita.

Sorride affettuosamente nel rievocare gli esordi.
Lei ha iniziato a protestare ma mi sembra che non abbia ancora smesso. In questo momento nessun decreto ha nominato le sex workers e i sex workers, e voi siete partiti con una iniziativa chiamata “COVID-19 Nessuna da sola”. Perché questa iniziativa?
Perché con questa emergenza ci siamo trovate con moltissime delle giovani che lavorano, giovani donne e anche uomini, e transgender, che si sono visti bloccare totalmente il lavoro. Quindi a non avere più nessun supporto economico. A non poter accedere a nessuna misura di supporto prevista dal governo, o perché hanno una posizione non legale o perché hanno una posizione di lavoratore e lavoratrice fuori dalle regole.
Ci siamo resi subito conto che in queste condizioni saremmo andati incontro a una catastrofe, ci sarebbe stato un problema a vivere, a mangiare, di conseguenza anche a pagare le bollette. Per questo abbiamo pensato subito di fare un crowdfunding per fronteggiare almeno una piccola parte del problema, che non potremmo mai risolvere da sole. Ci vorrebbe lo Stato per poter fronteggiare questa situazione. Noi l’abbiamo fatto comunque anche per sensibilizzare i politici, lo Stato, e la gente su questo problema, che è un problema grave che nessuno ha affrontato. Non saremo noi a risolverlo con il nostro crowdfunding. Devono essere prese delle iniziative perché questa gente non venga messa da parte, non sia emarginata, non sia lasciata completamente sola e in difficoltà.

Perché a livello legislativo nessuno ha tentato di risolvere la situazione delle/dei sex workers?
Quello di affrontare il problema della situazione legale del lavoro sessuale è un problema che esiste da tanti anni. Nel senso che non è un’attività illegale. Cioè, fare il lavoro sessuale è permesso dalla legge. Però, la legge ha un sacco di limiti. Limita ad esempio qualsiasi persona che voglia favorire questo lavoro. Non ti dà l’accesso a nessun genere di welfare. Diciamo anche che saremmo obbligate a pagare le tasse, ma non c’è un modo per andare all’Agenzia delle Entrate a chiedere la partita Iva ad esempio.
Lo dice con tono sempre pacato con un lieve accenno di sarcasmo.

Se vado là e dico che svolgo un lavoro sessuale mi dicono che questo lavoro non esiste. Però ci sono degli stratagemmi. Un piccolo numero ricorre a un codice Ateco, il codice che riconosce le professioni per il fisco, che è quello che riguarda anche le massaggiatrici e si iscrive.
Qualcuna ogni tanto si scrive come accompagnatrice, massaggiatrice, insomma cose strane. Ma sono pochissime. Siamo comunque in un settore totalmente fuori da ogni riconoscimento legislativo di tipo lavoristico. Ed è questo il problema.
Noi abbiamo sempre chiesto che venga riconosciuto che questo è un lavoro, per chi è maggiorenne e vuole farlo liberamente e in modo autonomo. Questo punto non è mai stato preso seriamente in considerazione, anche se sono spuntate molte proposte di legge, fatte o per la regolamentazione rigida, o per una regolarizzazione morbida, o per una abolizione totale.
C’è una spaccatura tra i partiti che è trasversale. In ogni partito c’è chi pensa di sì e chi pensa di no. È un discorso estremamente complesso.

La sua posizione qual è?
Noi siamo sempre state delle moderate. Quindi, pensiamo che questo debba essere un lavoro autonomo, indipendente e che debba essere data la possibilità a chi vuole di regolarizzarsi, di farsi una partita Iva, oppure fare iscrizione alla gestione separata Inps. In modo da poter pagare le tasse ma anche poter avere una serie di riconoscimenti che sono la malattia, la pensione, la maternità. Tutte le cose che aspettano a ogni lavoratore.
Vorremmo una legge morbida. Non vorremmo le case chiuse o una regolamentazione del lavoro nel senso che si possa farlo soltanto dentro le case o cose di questo tipo. Vorremmo che ognuna fosse una libera imprenditrice di se stessa e possa decidere dove lavorare. E se vuole possa farlo tutelata dalla legge del lavoro. Il che significa anche vedere tutelato il proprio contratto, perché ad esempio un contratto tra una prostituta e il suo cliente non è lecito in sé legalmente. E quindi non è tutelato. Uno non può dire ho avuto una promessa, c’è stato un contratto. Quindi se non viene mantenuto vado dal giudice a chiedere giustizia. Non esiste. Non è un contratto lecito.
Se faccio un’assicurazione ad esempio che so sulla mia vita, sul mio corpo e poi mi succede qualcosa, non vengo riconosciuta come facente un lavoro sessuale, in cui guadagno tot e quindi mi viene riconosciuto e risarcito un danno su questa mia posizione. Mi viene risarcito un danno come se fossi una casalinga. Questi sono tutti i dettagli.
Se voglio per esempio comprarmi una casa… In questi ultimi tempi, con le leggi finanziarie che sono state fatte, anche aprire un conto in banca è difficile per una persona che fa lavoro sessuale. Mobilitare dei soldi in banca quando non hai la giustificazione di un lavoro può diventare complicato. Possono andare a fare dei controlli e accusarti di riciclaggio. Ci sono tanti dettagli a cui la gente comune non pensa. Non è solo la questione banale di dire lo faccio in casa o lo faccio all’aperto. Secondo me una può farlo dove vuole, dove gli piace di più, dove si sente più comoda. Però deve avere la possibilità di farlo in modo confortevole, di non essere continuamente messa in pericolo, e continuamente perseguitata dalle forze dell’ordine.

Si sente abbaiare distintamente.
Pia Covre si rivolge paziente e con dolcezza al cane:
È andata via la gatta, basta.
Si crea un’atmosfera più intima. Covre ha una voce dolce, delicata.
Io ho una volpina di circa tre anni. Quanti anni ha la sua?
Beh. Questa è vecchia. Ha tredici anni. È una levriera. È un cane maltrattato. È stata recuperata.
È andata al canile a prenderla?
Sì ce l’hanno data. È frutto di un sequestro tremendo. Adesso sono otto nove anni che sta con noi.
Si rivolge di nuovo al cane.
Ma insomma. Smettila.
Che sta con noi? Ha un compagno attualmente?
No, ma vivo in una famiglia allargata. Viviamo in una grande casa colonica con cortile. Di fatto siamo due famiglie. Io che sono single è la mia amica che ha il marito. Abbiamo ognuno la propria casa ma poi alla fine facciamo a casa e cucina unica. Abbiamo tanti cani e gatti tutti insieme.
Quindi vivete in campagna, in provincia di Pordenone?
Sì, sì.

Si parla di Zoning. Dell’allestimento di alcune zone all’interno della città che possano essere tutelate e adibite per chi vuole esercitare in strada. Propugnate anche soluzioni di questo tipo?
L’abbiamo proposto a Milano in Consiglio comunale, per fare in modo che chi vuole lavorare in strada lo possa fare con un minimo di sicurezza, senza essere cacciata dalle forze dell’ordine.

Lei prima detto: Io a un certo punto ho scelto di fare il lavoro sessuale. Il passaggio a una scelta del genere non le ha creato nessuna perplessità?
Io ero corteggiata…
Scoppia a ridere rievocando il passato. Quasi in imbarazzo, ma non per la scelta fatta, ma per una sorta di simpatia per il tempo che scorre.

Una mia amica mi ha anche detto:
– Guarda ci sono delle persone…
Ovviamente si sa. Lavorando a contatto con il pubblico giravano anche molti uomini. Quindi proposte le ho sempre avute.
Che cosa faceva?
In quel periodo in particolare lavoravo in un bar, anche la sera. C’era una clientela di uomini che facevano complimenti, avance. Conoscevo anche delle donne che facevano questo lavoro. Quando c’è stata un’offerta che mi pareva interessante ho deciso di accettarla. Mi sono resa subito conto di quanto era semplice, facile, quanto non mi sarebbe costata nessuna fatica e nel giro di un po’ di tempo ho cominciato ad accettare altre proposte. E poi mi sono detta, ma scusa ma perché io che con una sola prestazione di mezz’ora con un uomo posso guadagnare quanto guadagno in un mese, devo venire qui a sbattermi tutti i giorni senza avere tanto tempo libero, senza avere disponibilità? Ma chi me lo fa fare? Ho fatto quattro conti. Tornano i conti, e… Non c’era paragone. Ho guadagnato tanto tempo libero. Lavoravo solo poche ore e solo alcuni giorni, non tutta la settimana. E il resto vivevo. Nessuna perplessità. Mai avuta.

Lei non ha avuto una pensione. Quindi ha dovuto organizzarsi per pensare anche agli anni della vecchiaia?
Questo è forse uno dei problemi che bisognerebbe spesso affrontare con le persone che fanno questo lavoro. Dovrebbero essere più preparate. Perché non tutte hanno il senso del risparmio e del futuro. Ovviamente non è un lavoro che puoi fare fino a tarda età. Perché non è come un lavoro qualunque. Quindi è chiaro che hai un tempo limitato per lavorare e guadagnare bene. Devi pensare a mettere via qualcosa e farti una pensione.

Secondo lei quali possono essere i numeri delle persone che scelgono liberamente il lavoro sessuale?
In Italia non c’è un sistema regolato. Abbiamo un sistema invisibile, occultato dove c’è molto stigma contro le persone che fanno questo lavoro. Dove chi lo fa spesso deve nascondersi, non lo fa sapere alla famiglia. Lo fa di nascosto. Perché ovviamente fare questo lavoro e dirlo può rovinarti la reputazione, la vita, i rapporti sociali.
Ci sono persone, e spesso sono quelle più inserite, che fanno del lavoro sessuale per migliorare la loro condizione economica. Ci sono quelle che lo scelgono liberamente. Perché potrebbero anche fare altro. Ci sono anche donne che lavorano per mantenere la propria famiglia.
Però se si sapesse pubblicamente sarebbero stigmatizzate. Quindi non lo dicono. Sono persone che fanno anche un secondo lavoro, oltre a questo. Proprio per mantenere una copertura.
Tutte queste sono persone che volontariamente decidono di commercializzare il proprio lavoro sessuale. Non sono obbligate da nessuno. Noi non possiamo sapere quali sono i numeri esatti. Certamente se noi ci riferiamo alla fascia più bassa, alle donne più povere, alle immigrate, soprattutto di quelle che lavorano sulla strada, è evidente che lì ci sono delle condizioni da cui difficilmente possono venirne fuori da sole. Perché sono costrette da una condizione di irregolarità come migrante, e questo pone molti più limiti alla loro libertà di scelta. Perché non possono avere un permesso di lavoro, perché il lavoro comunque è sempre in nero per tante. Quindi è chiaro che se io vado in strada su cento donne che lavorano ne troverò un certo numero che sono sfruttate, ne troverò un certo numero che sono anche vittime di tratta, che è ancora un numero minore.

Con il vostro progetto COVID-19 nessuna da sola voi avete raccolto sui 18.000 € se non sbaglio?
Abbiamo raccolto circa 21.000 € con il crowdfunding. Poi abbiamo avuto anche delle donazioni dirette. Quindi abbiamo raccolto attorno ai 26.000 €. Ne abbiamo distribuiti sinora 20mila.
Ci siamo servite di tutta la rete che avevamo, della rete anti tratta, delle unità di strada che già lavoravano sul territorio, in varie città d’Italia e in tutte le regioni.
Ogni volta che avevamo delle segnalazioni abbiamo creato il contatto con questa rete. Abbiamo cercato non solo di dare dei soldi per fare la spesa ma anche di far entrare queste persone che avevano bisogno dentro una rete solidale, come ad esempio la Comunità di Sant’Egidio o la Caritas, oppure piccole realtà come a Verona con l’Associazione S.O.S.
Quando non c’erano queste possibilità abbiamo mandato i soldi.
Ad esempio abbiamo mandato i soldi dove c’erano dei gruppi numerosi. A Roma c’è una delle associazioni che faceva parte del crowdfounding che è Ora d’aria, che ha seguito più di un centinaio di trans tra Roma e tutta l’area romana. Lì hanno distribuito le borse spesa. E sono riusciti a inserire nel quartiere Prenestino a Roma una decina di trans, che a loro volta si sono messe ad aiutare come volontarie per la questione della spesa. In più abbiamo pagato moltissime bollette della luce e del gas. E l’abbiamo fatto in almeno una ventina di città.

Esiste il femminismo abolizionista, che vuole abolire la prostituzione. C’è però anche un femminismo che vi dà supporto. Con questo secondo tipo di femminismo che rapporto avete?
Noi abbiamo sempre avuto delle alleate dentro i movimenti femministi. A cominciare dagli anni Ottanta quando Roberta Tatafiore fu la direttrice del nostro giornale. Roberta Tatafiore era una femminista, giornalista, scrittrice, ricercatrice, anche sociologa. Lavorava per Noi donne che era il giornale storico del femminismo italiano. Nell’84 Roberta, pur essendo una femminista molto ben inserita nel giornalismo italiano, ci mise la faccia, ci mise la firma e fece il giornale con noi. E non fu l’unica ovviamente. Ci sono state poi nella storia molte femministe che sono state nostre alleate, così come molte accademiche. In questi anni abbiamo lavorato con delle persone anche importanti. Abbiamo fatto un progetto con l’università di Padova dove c’era Franca Bimbi, deputata del Parlamento italiano e Presidente della XIV Commissione del Parlamento europeo, che era la coordinatrice di quel progetto. Era il progetto Dafne contro la violenza. Si parlava di violenza contro le sex workers, ma non era contro la prostituzione. Era un progetto per migliorare la condizione e la possibilità di difendersi in un contesto così stigmatizzante e reso così invisibile. Era la possibilità di dare empowerment alle Sex workers, perché potessero difendersi e avere gli strumenti per farlo. Avevamo messo in piedi un numero verde.

Quando dice noi parla sempre del comitato in difesa dei diritti civili delle prostitute?
Sì.

Nel mondo della disabilità c’è anche un problema di accesso alla sessualità. Siete interpellate spesso su questo tema?
Alcune volte è capitato di essere interpellate per chiederci se c’erano persone disponibili ad offrire servizi sessuali a persone con disabilità. Quindi sì ci siamo adoperate anche su questo. È un discorso complesso che abbiamo in qualche breve periodo affrontato ad esempio qui in Friuli con i servizi di salute mentale. Trieste ha una storia importante su questo con Basaglia. Quando la nostra associazione è nata, abbiamo sempre lavorato e avuto il supporto di tutta l’area dei basagliani, psichiatri e psicologi che erano cresciuti con Basaglia, ma anche con le cooperative. Ricordo che si progettò anche, ed era una cosa molto d’avanguardia, di offrire un servizio sessuale ai disabili psichici, alla gente che aveva dei problemi anche i fisici, e che in casi particolari le spese per questo servizio fossero a carico del Servizio Sanitario. Alla fine abbiamo fatto anche delle riunioni ufficiali con l’azienda sanitaria triestina.
A Milano siamo stati interpellati da un’associazione che lavorava soltanto sulla disabilità e abbiamo fatto dei piccoli training ad alcune operatrici che dovevano prestare dei servizi in quell’ambito. Negli ultimi tre anni abbiamo sostenuto il Disability Pride fatto da Carmelo Comisi, e abbiamo partecipato al dibattito portando anche una operatrice olandese.

Quando parliamo di un’operatrice parliamo di una sex worker o di una love giver?
La persona fa tutte e due le cose. È un attivista olandese che fa sex work e poi si è anche specializzata per fare la love giver. Lei lavora con gli enti pubblici olandesi. Ha un particolare ingaggio quando presta servizio a persone con disabilità. È una persona a cui interessava dedicarsi a questa parte di lavoro. Ovviamente poi ce ne sono anche altre che io conosco tra i nostri gruppi di attivisti che hanno fatto in modo specifico solo servizi a persone disabili. Non essendoci qui in Italia ancora una scuola, a parte il corso che hanno fatto all’Università di Bologna con Massimiliano Ulivieri. Abbiamo fatto anche un fundraising per il progetto di Massimiliano. Due anni fa abbiamo fatto un calendario con Codacons per promuoverne il progetto con Sex worker e persone disabili, con delle foto molto belle, fatte dalla nostra fotografa di Roma. Abbiamo chiesto a Codacons che dedicasse il calendario proprio ai love giver.

Non c’è che dire. È un mondo complesso quello presentato da Pia Covre, che sfugge alle consuete classificazioni. Sono molte le sfaccettature e molte le cose da capire. Iniziamo con l’augurare buon lavoro a Pia Covre e al suo Comitato.

Gianfranco Falcone

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