Diritti, Costituzione di Davos e legge elettorale

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Uno dei padri nobili della Costituzione, Costantino Mortati, all’inizio degli anni sessanta, segnalò diverse “antinomie“, questioni lasciate aperte nella nostra Carta.
Quella fra istituzioni di governo e vincoli garantisti è certamente  una di queste, dovuta sia alle esigenze di tutela dei diritti dei singoli sia, “in una situazione di tensione fra le classi come quella attuale”, al timore che “le maggioranze detentrici del potere ne usino per rivolgerlo contro gli avversari”.
I detentori del potere tra l’altro attribuiscono tutti i guai dell’Italia al sistema istituzionale e alla legge elettorale e non ad una classe dirigente sempre meno preparata e autorevole che ad esempio solo in questa legislatura ha portato un ministro alle dimissioni e ha costretto altri tre a difendersi in parlamento per  sfuggire alla sfiducia per il rotto della cuffia e per non parlare di imprenditori, manager di vario tipo banchieri ecc..

Questo l’antefatto e la causa delle polemiche di questi giorni, ma anche delle critiche al decisionismo e alle semplificazioni elettorali e istituzionali che si sono confrontate negli ultimi trent’anni. Qualche scricchiolio si era sentito, a partire almeno dalla cosi detta “legge truffa” che oggi sembra un desueto strumento ipergarantista visto che consisteva, in un impianto proporzionale puro, nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei Deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi. Rafforzando così solo  sul piano parlamentare  la maggioranza dei voti già ottenuti nella consultazione elettorale.
Nel ’53 si parlò di attacco alla democrazia e ai diritti e si protestò con vigore, mentre, in questi giorni, la maggioranza degli italiani sembra plaudire alle semplificazioni e al decisionismo  e alla “profonda sintonia” d’intenti dei leader  dei due partiti più numerosi che finalmente consentirà una “governance” efficiente del “sistema Italia” e poco importa che il costo sarà l’estinzione (parlamentare) di tutti quelle compagini politiche che hanno sfumature ideologiche (per dirla con un termine desueto) diverse dai partiti maggiori, per cui non si sentono sufficientemente rappresentati  e non raggiungono l’8 % dei voti.
Una democrazia (che ha già conosciuto il dramma del terrorismo di varie matrici), abituata a sottili dispute concettuali e fratture continue delle organizzazioni politiche, in periodo di profonda crisi sociale ed economica, ridotta a solo tre partiti in parlamento non da profonde trasformazioni, ma da una legge elettorale!

Può funzionare?
In una lectio magistralis all’università di Ferrara, a proposito di semplificazioni, il prof Augusto Barbera ha rievocato il sistema elettorale del 1934, che presenta  alcune inquietanti analogie col sistema italicum:  liste bloccate decise dal partito (e quindi nessun rapporto tra cittadino ed eletto), certezza del risultato il giorno dopo l’elezione, governabilità assicurata. Questo  sistema prevedeva solo due schede (di colore diverso inserite in urne diverse) con un unico partito che si poteva votare ritirando e segnando il si all’unica lista presente sulla scheda gialla o rifiutare ritirando e votando no alla lista sulla scheda grigia. Certamente la governabilità era assicurata e la maggioranza schiacciante (solo 15.000 eroici voti contrari su scala nazionale!) e senza ballottaggi e premi di maggioranza, ma a quali costi e con quanta democrazia?
Oggi non si vuole ovviamente perpetuare un regime dittatoriale e l’intimidazione non dovrebbe far parte delle regole elettorali. Ma ottanta anni dopo ci troviamo a progettare un sistema con l’unico obiettivo di dare efficienza alla macchina statale. Ma questo  impedirà che avvenga quel processo di avvicinamento e sintesi di posizioni di partenza diverse  e qualche volta antagoniste che hanno prodotto la nostra Costituzione senza compromessi e pasticci.

Certo sono passati quasi 70 anni il mondo è  cambiato e le esigenze sono diverse ma siamo sicuri di difendere così l’interesse della maggior parte dei cittadini. È giusto pagare un prezzo così alto a governabilità e efficienza?
In realtà l’attacco alla democrazia e ai diritti sembrerebbe provenire più da lontano. La globalizzazione comporta l’esercizio di un potere enorme: economico (multinazionali), finanziario (investitori con  ricchezza che supera parecchie volte quella del prodotto interno lordo dei Paesi del G8); istituzionale collegato a multinazionali e finanza (Banca mondiale, Fondo monetario e Organizzazione mondiale del commercio).
Secondo Luciano  Gallino, (Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi 2013) l’obiettivo è «proteggere un’unica categoria di cittadini, l’investitore societario globale. Gli interessi di altre parti in causa — lavoratori, comunità, società civile e altri i cui diritti duramente conquistati vennero finalmente istituzionalizzati nelle società democratiche — sono stati esclusi».
Come riferisce Gallino, in una riunione a Davos Renato Ruggiero, ex direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio ha affermato: «Noi non stiamo più scrivendo le regole dell’interazione tra economie nazionali separate. Noi stiamo scrivendo la costituzione di una singola economia globale».
In realtà una parte di mondo definirebbe le coordinate essenziali in sedi informali, come  il Club Bildeberg o il Forum Economico di Davos, in cui si incontrano dal 1971 finanzieri, manager di multinazionali, burocrati di istituzioni internazionali. All’interno di questi luoghi si opererebbe  un lavoro di riprogettazione e di riscrittura di regole globali, e si favorirebbe  l’ideologia della efficienza e della competitività a tutti i costi.
L’adesione a programmi che prevedono lo sviluppo in alcune direzioni, potrebbe essere la molla alla base dell’accordo tra  Leader dei due principali partiti italiani, mentre il terzo si dedica a defatiganti e inutili consultazioni sul web. Mentre «sono in gioco le vere e proprie basi della democrazia e quella facoltà di decidere responsabilmente che è il supporto indispensabile di tutte le battaglie civili per un’equa distribuzione della ricchezza e per un’adeguata difesa della salute, della sicurezza e dell’ambiente» (Ralph Nader, Prefazione a: Wallach Sforza, WTO, Feltrinelli 2000).
Francesco de Majo

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