Diritto alla salute e costi. Nota su Alzheimer e Aducanumab

Alzheimer dementia
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Quanto accade ultimamente in tema salute e sanità ci obbliga a riflessioni molto serie. La prima, sostanziale, insostituibile, preziosa per noi italiani, e che deve essere rafforzata nei suoi criteri profondi, è essere grati agli illuminati politici che vollero nel 1979 il nostro Sistema Sanitario Nazionale. Più realmente si trattò di donne illuminate, Tina Anselmi, detta anche la “Tina vagante”, democristiana che godette dell’appoggio della sua amica Nilde Iotti che la aiutò insieme a Giovanni Berlinguer, ministro ombra della Sanità del PCI. Ottennero i consensi da compromesso storico dalla parte politica avversaria necessari all’approvazione della legge 833 del 23 Dicembre 1978. Quella legge, che pure partiva da lontano e che fu ancora perfezionata successivamente da altra donna, Rosy Bindi, sanciva una regola definitiva prevista dalla nostra Costituzione: l’uguaglianza delle cure per ogni cittadino senza distinzione.

Gli eventi degli ultimi mesi mostrano quanto siano importanti le decisioni programmatiche in linea con la legge del 1978; quanto sia importante che le decisioni sanitarie non possano essere frammentate in ottiche regionali su tematiche che invece necessitano di risposte univoche. Occorrerà che il bilancio dello Stato sia rivisto in ottica sanitaria dopo anni di tagli alla sanità pubblica i cui effetti la pandemia ha messo a nudo. La strada per recuperare le somme è indicata da quanto si possa trasferire nei bilanci in tema di stanziamenti per le armi, evasione e tasse; come si sente ripetere da anni.

Le riflessioni sono indotte dalla possibilità terapeutica che in tema di Alzheimer viene proposto da Aducanumab della Biogen, in commercio come Aduhelm, che nel suo controverso percorso sperimentale, è stato approvato nell’uso dalla FDA e presto potrebbe essere considerato anche dall’Ema e dall’AIFA.
La molecola è un anticorpo monoclonale che nelle attese dovrebbe agire, riducendole soprattutto se alle prime avvisaglie, le placche amiloidee responsabili dell’insorgenza dell’Alzheimer. Il percorso sull’approvazione ha subito in pochi mesi il passaggio da una sonora bocciatura in una fase sperimentale 3, in cui la stessa azienda produttrice aveva annullato il programma per scarsi benefici e significativi effetti collaterali, salvo poi riprenderlo per essersi accorta di una diversa risposta se somministrato in alte dosi. Almeno questo è quello che ha portato la FDA ad un diverso atteggiamento sul quale però i distinguo di una parte degli scienziati è stato netto. Tre membri dell’FDA si sono dimessi mentre altri scienziati indipendenti hanno mostrato perplessità accusando Biogen di aver stiracchiato i risultati ottenuti nelle controverse sperimentazioni annullando la considerazione sui negativi e considerando solo i positivi. Secondo un’altra parte della comunità scientifica questo percorso però potrebbe segnare una strada nella definizione delle soluzioni terapeutiche per l’Alzheimer.

La terapia con il farmaco Aducanumab comprende però in se altre considerazioni meno nobili e più legate al profitto. Il costo terapeutico identificato dal protocollo negli Stati Uniti è fissato in 56 mila dollari annui per paziente. Gli aventi necessità negli USA sarebbero 6 milioni, il conto enorme che ne deriva e che insisterà sulle compagnie assicurative, dovrà essere valutato in base alla tipologia di prescrizione che effettuerà il medico, se sarà applicata la procedura del rimborso solo sui casi iniziali, sulle forme lievi, insomma sulle clausole che le compagnie assicurative, Medicare la principale, otterranno siano inserite negli accordi. Del resto i costi farmacologici rischierebbero di quasi raddoppiare il bilancio di Medicare che per la stessa tipologia di farmaci ha costi rimborsati annui di 37 miliardi di dollari con una previsione di spesa per Afucanumab pari a 23 miliardi.

Da queste semplici considerazioni appare evidente di quanto il solco tra ricchezza e condizione sociale appaia ancora più profondo nel continente in cui troppo spesso la considerazione sulle persone si misura in reddito individuale. Ovviamente anche la durata delle cure, che pare siano ipotizzate di 18 mesi, incideranno in modo significativo sui dati cumulativi come pure dovranno valutarsi gli impatti degli effetti collaterali. Comunque attualmente, anche la sola possibilità che esista un qualcosa a cui appigliarsi, per chi ne soffre sembra un conforto non di poco conto e su questo, come sulle opportunità politiche relative agli indirizzi da prendere socialmente e terapeuticamente, sarà utile che si esprima chi ha competenze e contezza di cosa si stia parlando. Probabilmente non si tratta di argomenti per chiunque, men che meno per quei politici che si sentono in diritto di indicare strade solo perché godono di un consenso arrivato per strade che non hanno nulla da condividere con queste problematiche.

L’Ema, ma anche l’Aifa da noi, dovranno esprimersi in futuro. Si spera che accada quando altri dati scientifici, altri lavori ed altri pareri autorevoli e meno controversi siano a disposizione della Scienza. Troppo importante il problema e troppo significativamente impattante sulla socialità per pensare di non affrontarlo. Certo che, tornando al dato cinico, che alla fine guiderà le decisioni, purtroppo si dovrà considerare che, se si ipotizzano come fa Wired in 50mila i pazienti aventi titolo per essere trattati (sui 600.000 in totale), la spesa sarà di circa 2,8 miliardi di dollari, con il nostro bilancio per farmaci innovativi non oncologici pari a 0,5 miliardi di euro per anno. Bel dilemma davvero se non saranno prese finalmente le decisioni necessarie in tema evasione, elusione, tasse, spese per armamenti ed investimenti in Sanità. Una spesa che comunque sarà obbligatorio mettere in bilancio se, come dicevamo, le risultanze scientifiche saranno rispondenti alle aspettative di cura ed a prezzi che, nel rispetto dei profitti leciti, non costituiscano solo un arricchimento per la multinazionale di turno.
Emidio Maria Di Loreto

 

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