Disbrogliare la realtà in La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda

romanzo scrivere

«Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s'è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge» (da Il Castello di Udine della rivista Solaria 1931). Gadda, [1] come Svevo è un autore prestato alla letteratura da altre attività e, da scrittore appartato ed elitario, viene considerato, soprattutto da Gianfranco Contini, uno dei capisaldi del Novecento italiano, affiancandolo, nella sua interpretazione critica della letteratura contemporanea, a Eugenio Montale. Esercitò la professione di ingegnere e iniziò a dedicarsi completamente alla scrittura solo a partire dall'età di quarantasette anni, imprimendo una spinta fortissima allo sperimentalismo contemporaneo, una sorta di Espressionismo italiano.

Le sue radici culturali affondano nella cosiddetta “linea lombarda”, della seconda e terza generazione ma influisce molto anche il modello di Carlo Porta, sia sul piano della scrittura dialettale , sia a livello di quel realismo minore, non mimetico e, tuttavia non meno veritiero. Per essere veri, secondo Gadda, non bisogna essere reali, ma è necessario denudare e additare le costanti profonde dell'esistenza: la caoticità e l'insensatezza del mondo, che Gadda esprime attraverso il sovvertimento delle strutture narrative più tipicamente razionali e sillogistiche, come per esempio nel Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957), (apparso in una prima redazione su Letteratura) l'impianto del giallo classico amputato della soluzione, risultando così non un giallo enigmistico ma una riflessione problematica e irrisolta sul carattere alogico della realtà. La stesura della Cognizione del dolore, il cui titolo cita un'espressione contenuta nel Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, scritta dopo la morte della madre, Adele Lehr, avvenuta nel '37, pubblicata parzialmente e a puntate tra il 1938 e il 1941 in sette numeri della rivista Letteratura, nel 1971 la versione ultima e definitiva del ancora una volta incompiuta (la prima edizione in volume risale al 1963) viene pubblicata in volume nella collana Einaudi dei Supercoralli.
«Tutti i nodi vengono al pettine e, orribile fra tutti, il rimorso. La questione è un labirinto nel quale mi perdo: vedo molte cose con una lucidità spaventosa. Non so se dal dolore si possa ogni volta risorgere […]. Il malessere dovuto soprattutto al dolore per la morte della mamma verso cui sono stato certe volte così poco umano. Certo, non ero padrone di me, ma l'immagine di lei vecchia e senza aiuti mi ritorna insieme ai miei scatti, così inutili e vili» (da lettere a Silvio Guarnieri, 1937).

la cognizione del dolore di Carlo Emilio GaddaNon è un romanzo semplice, sia per la qualità della scrittura, la tecnica del Pastiche (una sorta di mistione babelica della lingua che, nell' arte postmoderna ha riscosso notevole successo), che per i temi trattati, di natura psicologica, filosofica e letteraria. Del resto negli anni in cui scrisse La cognizione del dolore, Gadda si era interessato alla psicoanalisi e aveva letto numerosi testi sull'argomento. La narrativa di Gadda presuppone quindi la psicoanalisi e il filo conduttore della sua esperienza letteraria è costituito dal tentativo di trovare un ordine razionale al caotico manifestarsi della realtà, (crisi delle ideologie e delle  visioni totalizzanti del mondo) in particolare alla tumultuosa vita interiore. È una scrittura che dice la crisi delle nostre conoscenze e che non si arrende alle irrazionalità, è un romanzo in cui Gadda riversa una cultura sterminata (Shakespeare, Orazio, Virgilio, Manzoni, Freud ecc.) ma anche Heinrich  Boll e Gunter Grass, (uno degli intellettuali più impegnati della sinistra tedesca, Premio Nobel per la letteratura del 1999)  Darwin, Marx, Schopenhauer, pur diversissimi tra loro, gli offrono gli strumenti per ricondurre a cause materiali i comportamenti umani, i fenomeni sociali, i costumi familiari.

La cognizione del dolore è un romanzo che ci fa conoscere un personaggio indimenticabile, Don Gonzalo di cui si analizzano i lati più oscuri e profondi, fino a metterne in luce il male oscuro, le meschinità e le manie meno nobili ma più vere. È un romanzo in cui il rapporto fra madre e figlio viene rappresentato in modo non convenzionale, con i traumi, le sofferenze, le violenze di una disciplina rigida. Emilio Manzotti [2] scrive: «Non sorprenderà, entro la serie Gaddiana di interpretazioni prevaricanti  ritrovare nelle pagine giovanili dell'Apologia manzoniana l'idea, centrale per la Cognizione di un “male oscuro”, un “male invisibile”,  identificato in primo luogo nell'impotenza del raziocinio, nell'incapacità di conoscere e di scegliere» mira invece all'esperienza, ma alla coscienza del dolore e alla piena comprensione e individuazione dei meccanismi profondi che ne regolano il funzionamento, espressi, letterariamente in forma espressionistica. In Italia la “coscienza della crisi”, quanto è più profonda, si esprime in forma comico-grottesca: si pensi a Pirandello, a Svevo e ai loro personaggi più significativi, Mattia Pascal e Zeno Cosini. Il gusto per la ”Brutale deformazione“ in Gadda equivale a due elementi: “barocco” e “grottesco” che tuttavia non sono scelte dell'autore, perché albergano già nelle cose e a chi afferma che barocco è Gadda si dovrebbe rispondere con il più ragionevole e pacato asserto “barocco è il mondo”. Ecco cosa scrive un poco più che ventenne: «tutte le volte che rivado nel passato, non ci vedo che dolore: le sciagure familiari, i dissapori avuti, l'educazione manchevole, le torture morali patite, le umiliazioni subite, la sensibilità morbosa che ha reso tutto più grave, l'immaginazione catastrofica del futuro, la povertà». Nel mondo tratteggiato da Gadda, in bilico tra fantasia e realtà, l'ira e lo sdegno del narratore non vengono mai trattenuti o mascherati, ma tradotti in invettive memorabili, in  un intreccio a spese della fabula, come Joyce e Musil, in un “libro su niente” in cui la fabula è un appiglio. Ma dietro l'apparenza dei modi cinici e grotteschi, il “furore nero” che “bolle nell'anima” di Gonzalo Pirobutirro, detto l'hidalgo, parodia le vicende del regime fascista. La Cognizione del dolore è un romanzo che reinterpreta in modo originale la storia del nostro dopoguerra e l'affermazione del fascismo, è un romanzo in cui la società di massa, borghese, capitalista viene messa alla berlina e ridicolizzata: «Nella mia vita di “umiliato e offeso” la narrazione mi è apparsa lo strumento che mi avrebbe consentito di ristabilire la “mia verità”, il” mio” modo di vedere, lo strumento, in assoluto, del riscatto e della vendetta».

Non bisogna dimenticare che Il giovane Gadda di famiglia illustre, si forma attraverso l'esperienza traumatica dell'impoverimento, della prima guerra mondiale, della prigionia di Caporetto e tornato a Milano, subisce lo choc della morte in guerra del fratello Enrico: «il dolore mi condusse a una vera depressione nervosa», scrive Gadda nel suo diario. Un romanzo- tragedia (la storia di un figlio che forse inconsciamente  ha sfiorato l'idea del matricidio, mettendola in scena proprio nella Cognizione del dolore) che per i tempi e per la gestione dello spazio assomiglia più a una riscrittura moderna e beffarda dell'Amleto che a un banale e scombinato giallo. La vicenda si svolge in un paese immaginario del Sud America, il Maradagàl  sul modello della Brianza( Gadda aveva trascorso un periodo di lavoro in Argentina) vittorioso nella guerra contro il Parapàgal (l'Austria):

«in quegli anni, tra il 1925 e il 1933, le leggi del Maragadal, che è un paese di non molte risorse, davano facoltà ai proprietari di campagna d'aderire o di non aderire alle associazioni provinciali di vigilanza per la notte – (Nistitúos provinciales de viglancia para la noche). (RR I 571). E si sa che il Maradagàl è nazione dall'economia autoctona rasa al suolo, in preda al caos istituzionale e sociale, al barocco dell'arbitrio amministrativo, ai risentimenti di guerre lontane o ancora vicine e al terrore dei furti in villa. In quelle ville che prosperano soprattutto nel delirio architettonico della “Nea Keltiké” e dei suoi “arrondimientos” brianzoli: Di ville! di villule! di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce», poiché «tutto, tutto! era passato pel capo degli architetti pasturazioni, salvo forse i connotati del Buon Gusto».

L'incipit del romanzo sospeso a mezza strada fra il narratore onnisciente e una voce “corale” di stampo manzoniano, identificabile con un'opinione “media” popolare, come ogni periodo della scrittura gaddiana non si limita solo a un' ampio inquadramento storico-geografico e filologico-antropologico quindi a riferire un messaggio, ma lo commenta, lo colora per antifrasi attraverso l'ironia, assai diversa dall'umorismo pirandelliano o dall'arguzia cinica di Svevo e  non a caso, inizia proprio con la descrizione di regolamentazioni, leggi e misure amministrative riguardanti la sicurezza pubblica e il suo sistema di vigilanza:

«Negli anni seguenti al 1924 vi erano perciò, tanto nel Maradagàl quanto nel Parapagàl, dei reduci di guerra, alcuni dei quali appartenevano e appartengono tutt'ora alla benemerente categoria dei mutilati: e zoppicavano, o avevano sul volto cicatrici, o un arto irrigidito, o erano privi di un piede, o di un occhio. Come l'Italia fascista, entrambi i paesi del romanzo, vinti e impoveriti dal conflitto, rivendicano per sé la vittoria e attribuiscono all'altro la responsabilità dello scontro, in definitiva non hanno ottenuto che danni ambientali e umani incalcolabili. Per scongiurare il pericolo che i reduci di guerra causino sommosse popolari, il Governo ha escogitato di utilizzarli nelle neonate associazioni provinciali di vigilanza per la notte la cui finalità apparente è quella di proteggere i cittadini dal senso d'insicurezza che si è diffuso dopo il conflitto, ma in realtà per spillare ancora soldi ai miseri contribuenti ed esercitare una forma di controllo attraverso apparati para-statali di polizia politica. La satira di Gadda non risparmia nessuna classe sociale :“ Il tessuto della collettività, un po' dappertutto forse, nel mondo, e nel Maradagal più che altrove, conosce una felice attitudine a smemorarsi, almeno di quando in quando, del fine imperativo cui sottostà il diuturno lavoro delle cellule. Si smagliano allora, nella compattezza del tessuto, i caritatevoli strappi della eccezione. La finalità etica e la carnale benevolenza verso la creatura umana danno contrastanti richiami».

L'implicita condanna qui è camuffata da un involuto parlare metaforico che rende meno evidente l'assurdo. Lo stile , l'arma polemica meno appariscente ma forse più corrosiva è la scelta più rivoluzionaria di Gadda, una scrittura inconfondibile ma di ardua comprensione. Ed è proprio per questo che per molti anni, è stato considerato uno scrittore per una minoranza di critici alla ricerca di rarità letterarie. Guido Guglielmi [3] nel saggio, I paradossi di Gadda sostiene che «la parola di Gadda risolve l'idea sospetta di verità nel processo della sua ricerca. L' accento di valore è spostato dal risultato al processo. Che l'oggetto sia pienamente determinato non solo non è più possibile, ma non è più nemmeno richiesto».

Maria Allo

[1]1. La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda – Adelphi – 2019
[2] E. Manzotti, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, in Letteratura italiana Einaudi, vol. IV,II, Torino Einaudi,1996, pp.97-98
[3] 2. G. Guglielmi nel Volume “La prosa italiana del Novecento” Einaudi, gennaio 1997

note bibliografiche

La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda – Adelphi – 2019
E. Manzotti, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, in Letteratura italiana Einaudi, vol. IV,II, Torino Einaudi,1996,pp.97-98
G. Guglielmi nel Volume “La prosa italiana del Novecento” Einaudi, gennaio 1997
https://www.unige.ch/lettres/roman/files/8314/4552/3778/cognizione.pdf

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