Dissonorata di e con Saverio La Ruina. Storia di sottomissione e redenzione

Saverio La Ruina interpreta Pascalina in Dissonorata
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Pascalina sa pascolare gli agnelli. Pascalina sa pascolare le pecore. Pascalina sa pascolare le vacche. Gliel’ha insegnato suo padre. È brava Pascalina a fare il suo lavoro. Pascalina vuole sposarsi. Lo vuole ma aspetta il suo turno, che prima si sposi la più grande. Poi toccherà a lei. Intanto continuerà a camminare con gli occhi bassi, a contare le pietre, perché alzando gli occhi al cielo non sia presa per una puttana, per una poco di buono.

Dissonorata: questa è la storia che ci racconta Saverio La Ruina da solo sul palco, seduto su una sedia, con una vestina da pochi soldi buttata addosso. Alle spalle, nella penombra, Gianfranco De Franco con i suoi strumenti a sottolineare i momenti più densi del monologo in scena, che ci porta a poco a poco in una storia della Calabria degli anni 70. Dove la povera Pascalina ha talmente tanto desiderio, talmente tanta paura addosso, di non riuscire a sposarsi che infrange il tabù. Si concede a un uomo che poi l’abbandonerà. Rimane incinta e l’onore familiare vuole che sia punita. Sarà il fratello a rovesciarle addosso del cherosene, di quelle che si usano per la lampada. Lei diventerà una torcia umana, con le fiamme che le divorano la carne. Ricoverata in ospedale avrà tutti contro. Si salverà. Il mento rimarrà incollato al petto per le bruciature, ma suo figlio crescerà bello e forte. Tant’è che nel finale come segno di redenzione Pascalina dirà che suo figlio Saverio è nato nello stesso giorno di Gesù.

Saverio La Ruina in Dissonorata
Saverio La Ruina in Dissonorata

Che il figlio di Pascalina abbia lo stesso nome di La Ruina non tragga in inganno. Non si tratta della storia di autobiografica dell’autore, ma un modo per il drammaturgo di essere accanto al suo personaggio con affetto, con amore, omaggiandolo.
Saverio La Ruina non sceglie una strada facile nella sua interpretazione. Innanzitutto sceglie la via del dialetto calabrese. Avrebbe potuto recitare anche in swahili e non sarebbe cambiato nulla, tanto è potente la sua vena interpretativa. L’attore regista riesce a definire, a delineare la giovane Pascalina e l’anziana Pascalina con toni asciutti, senza concedere nulla al narcisismo attoriale. Usa pochi gesti, poche espressioni misurate, sia per dare voce al dolore che alla felicità.

Noi spettatori siamo rapiti, trascinati. Siamo avvinti mentre assistiamo al viaggio di Pascalina, alla sua sofferenza, alla sua perdizione, al suo desiderio, e alla sua redenzione. Perché in fin dei conti quella di Pascalina è una storia di redenzione.
Assistiamo all’abuso che non è descritto, ma evocato dalla superba musica di Gianfranco De Franco e dal suo sassofono.
Non è un caso se questo attore calabrese negli ultimi anni sia stato pluripremiato a tutti livelli. La sua arte severa è di grande impatto. Non è un caso che il Teatro Menotti in questi giorni dedichi all’attore una personale, che ha visto Saverio La Ruina in scena nelle ultime sere con Saverio e Chadli vs Mario e Saleh e con Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria, e lo vedrà il 28 il 29 ottobre impegnato a interpretare La Borto, e il 30 e il 31 con PolvereDialogo tra  uomo e donna.

Saverio La Ruina in Dissonorata al sassofono Gianfranco De Franco
Saverio La Ruina in Dissonorata, al sassofono Gianfranco De Franco

Per l’attore si tratta di un vero e proprio tour de force, che in meno di 15 giorni lo vedrà impegnato in quattro spettacoli diversi. Anche questa è la dimostrazione di una grande verve attoriale, di un protagonista che accetta la sfida insita nel portare in scena un repertorio così variegato.

Ma torniamo per un attimo alla nostra Pascalina e alla sua redenzione. La bella capacità di Saverio La Ruina è quella di non ridurre il suo personaggio a una parvenza macchiettistica, ma di averle dato definizione, personalità, corpo, tanto da avvincere anche un pubblico giovanile che alla fine della serata ha posto alcune domande all’attore, che si è offerto al dibattito condotto dal direttore artistico del teatro Emilio Russo, che ha giustamente sottolineato che il teatro continua anche dopo il teatro. È stato lì che una giovane spettatrice ha posto una domanda importante tra le tante che sono state rivolte.
Come fate voi che siete adulti a immedesimarvi in quello che è un problema che noi giovani dobbiamo comprendere. Quando il voler bene è autentico o è soltanto un apprezzamento perché l’altro ci ha fatto star bene?”. Fondamentalmente è questo l’inganno in cui cade Pascalina. Capirà soltanto in là negli anni che quel ti voglio bene pronunciato dalla persona di cui si era innamorata non era autentico bene, ma solo una sorta di ringraziamento per averlo trattato come un principe.

L’interpretazione di La Ruina mi ha portato a divagare con la memoria, tra ricordi, fatti, aneddoti privati. Ma quando il teatro, l’arte in generale, riescono a condurre su questi sentieri significa che hanno fatto scattare l’importante molla dell’identificazione e delle libere associazione. Presupposto indispensabile del buon teatro. Inoltre, se il teatro riesce a sollecitare domande nei giovani allora significa che il teatro è vivo.
Siccome sono curioso ho costretto Saverio La Ruina, per fortuna con il suo consenso, a una breve intervista incrociandolo negli spogliatoi dove ci ha raggiunto anche Cecilia Foti, sua compagna di vita e interprete di Polvere. Aveva un fazzoletto in mano, si asciugava gli occhi mentre rivolgeva al regista parole piene di affetto.
Io sono l’ennesima volta col fazzoletto. L’ammazzo. Mi fa piangere.

Chiaramente parlava delle sue reazioni allo spettacolo appena visto. Per fortuna non era un pianto triste, l’abbiamo accompagnato con un moto di simpatia. Quindi è iniziato il dialogo con il regista attore.

Non credi che in realtà ci si focalizzi troppo sul fatto che usi il dialetto calabrese? In realtà tu usi una terza lingua su cui non ci siamo soffermati, quella del teatro. Potresti parlare in tedesco o in giapponese e sarebbe lo stesso.
Ma sì, sì. A parte il fatto che il teatro italiano è fatto da queste lingue dialettali, prendiamo per esempio Carlo Goldoni.
Qualche giorno fa al Piccolo Grassi hanno dato Arlecchino servitore di due padroni con Bonavera recitato in veneziano.
Addirittura leggevo in un’intervista che una volta in Cina l’hanno fatto prima con i sottotitoli ed è andato così e così. Hanno tolto i sottotitoli e i cinesi ridevano e partecipavano.
Con lo spettacolo Dissonorata tu sollevi la questione femminile. Ma in realtà in filigrana tu sollevi la questione maschile. Non ci facciamo una bella figura e non lasci molta speranza a noi uomini. Negli altri spettacoli ne lasci di più?
Qui alla fine è una donna che comunque riemerge. Pensa alla canzone Gracias alla vida che mi ha dato gli occhi, che chiude lo spettacolo. Lei in qualche modo riesce, a suo modo, a non essere sopraffatta.
Le donne le salvi, gli uomini un po’ meno. C’è qualche speranza per gli uomini nei tuoi spettacoli? È vero lei si salva, ha un figlio e ne è orgogliosa. Tant’è che si vanta nel dire che il figlio è nato lo stesso giorno di Gesù. La mia idea è che inevitabilmente quando si parla del femminile viene poi fuori il maschile.
Devo dire che forse hai ragione. Non ho grandi speranze. Pensavo anche all’uomo di Polvere.
È bellissima l’espressione che hai usato L’uomo di polvere. Può essere intesa in un duplice modo. O come L’uomo che fa da protagonista della pièce polvere. Oppure L’uomo che ha come caratteristica quella di essere fatto di polvere, quindi di poca sostanza, di nulla.
Esatto. In realtà poi la polvere è quella che fa perdere alla donna la visibilità, l’esatta percezione di quello che accade. Però la donna, e questo è lasciato alla sensibilità dello spettatore, potrebbe aver avuto un piccolo lampo di comprensione. L’uomo non ci arriva. Lui rimane in questa incapacità di salvezza, in questa incapacità di fare un percorso.
Mi sembra di capire che credi poco nell’uomo, di più nelle donne.
Diciamo che sono concentrato sulla donna perché in questo momento è quella che ha più bisogno di avere voce, che comunque ha il percorso più tortuoso.
Ti faccio una provocazione. Ne sei così sicuro o non è anche questo uno stereotipo? Perché l’uomo nella sua cecità, non avendo la capacità di comprendere o di aprirsi al dubbio forse è quello che ha più bisogno di tutti. Chi è veramente perso è l’uomo.
Certo. Mi fa anche una tenerezza l’uomo dello spettacolo Polvere. Tra l’altro a Milano quando ha debuttato ho capito come andare avanti. Al Teatro dell’Elfo si è alzata una donna dalla platea, e ha urlato ad alta voce all’attrice in scena “Sparagli. Sparagli”. C’era Rai Cinque che ha ripreso.
Dovunque andiamo, comincia il tifo in sala, il fastidio, e via dicendo. Questo per dirti come viene avvertito lo spettacolo. Ci sono anche donne che alla fine della recita mi dicono “Adesso non ti riesco a salutare con tutta spontaneità perché tocchi delle corde nelle donne…”. Che tra l’altro sono molto più pesanti e dolorose di quanto si sappia.
Alla fine facendo lo spettacolo ho scoperto che è molto diffusa, e di molto, questa violenza psicologica. Molto di più di quanto pensassi affrontando questo argomento.
Effettivamente l’uomo non ha chances. Dici veramente una cosa vera. Se il problema nasce dall’uomo, se porta certi modelli e non riesce ad emanciparsene, è lui che ha bisogno.
Durante la ricerca sono stato a Genova in un centro di ascolto uomini dove il responsabile era Arturo Sica, lo psicologo che ha creato questo incontri. Tutti gli uomini che erano là, che stavano facendo un percorso, quindi consci della situazione, alla fine sai che cosa mi dicevano?
“Sì. Però lei mi ci ha portato”. Solo il più giovane, un ragazzo di 21 anni, si è totalmente dato la responsabilità di quello che aveva fatto nei confronti della compagna, e della violenza che aveva utilizzato. Questo dà speranza.
Spesso le donne fanno delle manifestazioni per la parità di genere, le fanno loro come donne, però spesso tra di loro l’uomo non c’è. Se non coinvolgi l’uomo in tutta questa storia non ne esci.
Certo ci sono anche donne, mamme, che si comportano con i figli, in modo da predisporli a certi comportamenti. Ma in ogni caso l’uomo deve essere coinvolto.
Quindi il problema è anche che le donne propongono degli stereotipi nei loro processi educativi.
Certo.
Ti faccio una delle ultime domande perché si sta facendo tardi e devi andare a cena dopo lo spettacolo. Non sei stanco di prendere tutti questi premi? Tra gli altri ho contato cinque premi UBU, che sono l’Oscar del teatro italiano.
Chi sono stati i tuoi maestri?
Io ho fatto la scuola di teatro di Bologna. Un incontro importante per me è stato quello con un attore meraviglioso come Jerzy Sthur, regista cinematografico e attore di Kieślowski. È un attore immenso che ha fatto delle cose anche in Italia e all’epoca strapiaceva.
Con lui ho fatto dei laboratori lunghi. È uno che lavora veramente con il metodo Stanislavskij. Mentre noi italiani pensiamo di lavorare su Stanislavskij e poi in realtà non lo facciamo. Jerzy Sthur lo faceva veramente come mangiare e bere, ed è questo che cercava di trasmetterci.
Un altro grande maestro è stato Eimuntas Nekrosius grandissimo regista morto giovane tra l’altro, con lui ho fatto due laboratori alla Biennale Di Venezia, che per me sono stati veramente fondamentali. Ho fatto il debutto con Leo De Berardinis a Bologna. Con lui ho imparato veramente come l’alto e il basso possono stare insieme all’interno di uno spettacolo. Poi ci sono Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, secondo me due artisti geniali poco conosciuti con cui ho fatto tre lavori.
Però nel momento in cui faccio questi lavori monologanti, che sono una parte importantissima della mia esperienza teatrale, io penso che i miei più grandi maestri sono stati quei vecchi affabulatori della tradizione orale che raccontano. Me li sono bevuti proprio, a cominciare da mio padre che è uno che ha questa capacità di tenerti lì per ore mentre ti racconta le cose. Per dire, Ascanio Celestini una volta è stato a Castrovillari e ha dormito a casa mia, a colazione è stato con mio padre. Ascanio è uno che parla sempre, non lo fermi mai. E eppure io l’ho lasciato con mio padre che gli raccontava le cose e quando sono rientrato dopo mezz’ora, ancora mio padre gli raccontava e Ascanio stava ad ascoltare. Questo per dire che poi alla fine è che questi sono stati i miei grandi maestri. Perché incontri delle cose che ti sembrano proprio tratte da Shakespeare. Poi chiaramente ti perdi perché c’è discontinuità. Quello che poi io cerco di fare è di avere una continuità di qualità e di costruzione della frase.
Beh la tua è una splendida scrittura. Hai preso premi importanti per la scrittura e per la drammaturgia. Mi è piaciuto molto quello che hai detto dopo lo spettacolo. Spesso chi scrive non è consapevole, è come se fosse un amanuense che trascrive storie dettate dall’inconscio o da altri. E non sa bene dove i suoi personaggi lo porteranno e dove arriveranno.
Ti dico di più. Quanto più la parte razionale non la fai prevalere e tanto più arrivano i doni che ti dà la scrittura o qualcosa che sta da qualche parte. Per me le cose più belle comunque sono arrivate nei momenti in cui in qualche modo la razionalità si è un po’ adagiata, e le libere associazioni sono andate da sole. Questa cosa me la devo ricordare perché a volte la dimentico e lì a volte non sono pienamente soddisfatto di quello che esce.

Gianfranco Falcone

Teatro Menotti – Milano
26-27 Ottobre 2021

Dissonorata
Un delitto d’onore in Calabria
Produzione SCENA VERTICALE
di e con Saverio La Ruina
Musiche dal vivo Gianfranco De Franco
Collaborazione alla regia e contributo alla drammaturgia Monica De Simone
Luci Dario De Luca
Organizzazione e distribuzione Settimio Pisano

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