Distensione tra le due Coree. Intervista a Lorenzo Mariani dell’Istituto Affari Internazionali

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Il 2018 ha portato una grande novità nello scacchiere politico internazionale. Comunque la si voglia vedere e commentare, senz’altro positiva. Forse l’unica. Parliamo del riavvicinamento delle due Coree. Un disgelo che sembrava impossibile ma che invece ha avuto, nel corso di questi mesi, una clamorosa accelerazione, anche e soprattutto per quel che riguarda gli esperimenti nucleari.
Quelli che da qualche tempo si stanno compiendo lungo il trentottesimo parallelo sono piccoli passi, ma comunque di grande rilevanza, anche se il cammino verso una pacificazione totale e denuclearizzata, appare ancora lungo.

Lorenzo Mariani, nel suo articolo La diplomazia nucleare sulla Corea del Nord, pubblicato sul n. VIII del Focus Euroatlantico dell’Osservatorio di politica internazionale, illustra dettagliatamente proprio le vicende degli ultimi mesi, raccontando i passaggi principali del processo e quali ne sono stati i protagonisti.
A Lorenzo rivolgiamo dunque alcune domande per capire meglio sia i presupposti, ma anche gli sviluppi e scenari futuri di questo nuovo corso.

l'arco di trionfo aPyongyang
Corea del Nord, Pyongyang

Lorenzo, siamo di fronte alla prospettiva di un cambiamento storico, non solo per l’area asiatica, ma probabilmente per il Mondo intero. Quali sono state a tuo avviso le principali tappe di questo processo?
Dopo il consueto discorso alla nazione di fine anno, lo scorso gennaio Kim Jong-un ha parlato per la prima volta di riapertura del dialogo con Seoul. Da quel discorso sono passati sette mesi nel corso dei quali abbiamo assistito ad un crescendo di iniziative diplomatiche che hanno aiutato a stemperare il clima rovente che si era venuto a creare tra Washington e Pyongyang: dalla partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, fino ad arrivare ai summit tra le due coree e all’incontro di Singapore tra Trump e Kim.
È vero, gli eventi a cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi mesi avranno un’imprescindibile rilevanza storica, tuttavia siamo solo all’inizio di un lungo percorso. Quando parliamo di Corea del Nord è sempre meglio usare una certa cautela e dunque è ancora presto per poter dire se l’attuale processo di distensione porterà ad una soluzione concreta sulle varie questioni in gioco sulla penisola coreana.

Da parte di Kim, i motivi che hanno portato a intraprendere una politica volta ad un’insolita distensione sono evidentemente legati alla ormai insostenibilità dell’embargo e dell’isolazionismo. A tuo avviso sono riscontrabili anche altre cause, per esempio il desiderio di essere accolto come nuovo membro nella ristretto “gruppo dei potenti? Ciò anche in considerazione di una certa “maturità” e “potenza” raggiunta nel campo “militare”.

La politica della “massima pressione” adottata da Trump, ma soprattutto la decisione di Pechino di sostenere le sanzioni internazionali, hanno sicuramente giocato un ruolo nella decisione di Kim Jong-un di aprire un tavolo negoziale. Tuttavia non ci si può illudere che questo sia l’unico motivo. A gennaio di quest’anno – momento in cui Kim ha aperto al dialogo – gli effetti delle sanzioni non avevano ancora iniziato ad intaccare seriamente l’economia nordcoreana e questa è una delle diverse prove che ci inducono a pensare che ci siano stati altri elementi a condizionare la scelta di Kim Jong-un a sedersi al tavolo dei negoziati.
I recenti successi in ambito missilistico e nucleare possono aiutare a prevenire eventuali attacchi preventivi statunitensi ma sono certamente anche un punto di forza da utilizzare nei negoziati per far valere la propria voce. Oltre a ciò, l’apertura diplomatica di Kim potrebbe essere spiegata anche dai recenti cambiamenti a Washington e a Seoul. Contrariamente alle precedenti amministrazioni che hanno guidato i due paesi, oggi gli Usa sono guidati da Trump, un presidente potenzialmente capace di concedere alla Corea del Nord molto di più rispetto ai suoi predecessori, mentre la Corea del Sud è sotto la guida di un presidente progressista incline a dialogare con Pyongyang. Questi sono tutti elementi che hanno in qualche modo influenzato il calcolo strategico nordcoreano.

Corea del Nord, Seoul

In tutti i casi, è evidente che vi sia anche un nuovo corso in Corea del Sud. Il Presidente Moon sembra essere decisamente più incline rispetto ai suoi predecessori ad un’apertura. E comunque il vertice di Panmunjom ha fatto intendere questo. Pensi che il nuovo indirizzo politico intrapreso dal governo duri, magari anche a prescindere da eventuali nuove iniziative eccentriche di Kim? E i sudcoreani come vivono il momento storico?

Almeno per il momento, non credo che Kim Jong-un abbia interesse a tornare ad un clima di aperto confronto come quello dello scorso anno. Credo dunque che eviterà di forzare la mano soprattutto alla luce di quello che è riuscito ad ottenere in questi mesi.
Per quanto riguarda la Corea del Sud invece, Moon Jae-in è stato il principale protagonista dell’attuale distensione ed il ruolo di primo piano giocato nel corso degli ultimi mesi gli ha garantito un enorme consenso tra i suoi concittadini ed un supporto unanime da parte della comunità internazionale. A differenza degli Stati Uniti la sua strategia sembra essere più efficace e consistente. Il presidente sudcoreano ha evitato di ripetere gli errori commessi delle precedenti amministrazioni progressiste che avevano aperto al dialogo con il Nord nei primi anni 2000 ed è riuscito a fare da intermediario con Washington evitando possibili incidenti o incomprensioni iniziali tra Corea del Nord e Stati Uniti. Con la dichiarazione di Panmunjom ha inoltre delineato una roadmap per i futuri colloqui con Pyongyang, un elemento centrale per creare le basi per le future negoziazioni.

Veniamo agli USA e a Donald Trump. Il fatto che questo Presidente sia così sui generis, rispetto a chi loha preceduto, quanto e in che modo ha potuto persuadere Kim ad una apertura rispetto al passato?

La figura di Trump può in qualche modo aver influito. Nel corso di questo primo anno e mezzo di presidenza Trump ha dimostrato di avere una visione imprenditoriale della politica che si discosta radicalmente dai canoni classici: è contrario ai forum e agli accordi multilaterali a cui preferisce incontri personali con i singoli leader, è concentrato ad ottenere risultati che siano eclatanti nel breve periodo senza tenere troppo in considerazione le possibili conseguenze ed inoltre ha più volte affermato di non credere nella diplomazia convenzionale. Nella sua concezione di gestione manageriale del paese, Trump ha riservato per sé stesso il ruolo del vero deal maker che non ha bisogno di consultarsi a fondo con il proprio entourage.
Questa sua indole può aver giocato a favore di Kim Jong-un, il quale sapeva che Trump difficilmente avrebbe rifiutato un incontro faccia a faccia. La Corea del Nord ha così ottenuto per la prima volta nella sua storia un incontro con un presidente statunitense in carica, una concessione che altri presidenti di sicuro non avrebbero concesso.

Sempre su Trump. È palese che il summit di Singapore sia stata una mossa da parte del Presidente americano per presentarsi con “qualcosa” di credibile in mano alle elezioni congressuali di metà mandato. Lasciando per un attimo la penisola coreana, credi che l’esito del vertice con Kim possa avere un concreto impatto sull’elettorato americano?
Se guardiamo alle percentuali di consenso del presidente statunitense subito dopo il vertice di Singapore non si notato variazioni rilevanti. Certamente l’intento di Trump era quello di portare a casa una vittoria che potesse in qualche modo dimostrare le sue capacità di presidente-imprenditore, tuttavia l’elettorato americano si è dimostrato ancora una volta poco suscettibile alla questione.

Per quanto riguarda lo storico, unico alleato della Corea del Nord, la Cina. Quanto ha inciso il ruolo del Presidente Xi Jinping in questo processo di riavvicinamento? E l’embargo economico da parte degli Stati Uniti, o meglio voluto da Trump, proprio verso la Cina, quanto e come potrà incidere nell’immediato futuro, sul proseguimento del processo di pace?

Nonostante la sua rilevanza nella vicenda coreana, la Cina ha scelto di rimanere in disparte in questo primo momento, limitandosi a segnalare all’occasione il suo assenso o dissenso. Certo non dobbiamo dimenticare che nel corso degli ultimi mesi Kim e Xi si sono incontrati per ben tre volte e che la Cina ha provveduto a garantire gli spostamenti del leader nordcoreano durante il summit di Singapore. Con il procedere delle negoziazioni tuttavia sono certo che Pechino pretenderà per sé un ruolo di maggior rilievo.
Per quanto riguarda la guerra commerciale Usa-Cina non credo che al momento avrà delle conseguenze dirette sul processo diplomatico sulla penisola coreana.

Infine l’Unione Europea. Anche in questo caso sembra restare un po’ in disparte di fronte ai mutamenti della Storia. Forse troppo impegnata a far rispettare gli stringenti provvedimenti di natura economica ai propri membri. Ritieni in tutti i casi che ci sia uno spazio per il “Vecchio Continente” come attore nel processo di distensione?

Al momento non vedo un possibile ruolo per Bruxelles nei negoziati, almeno in questa prima fase. L’Unione Europea ha sia il potenziale per poter contribuire come mediatore sia le capacità tecniche per intervenire nella fase operativa per un eventuale smantellamento del programma nucleare nordcoreano. Tuttavia i numerosi problemi interni all’Unione e le sfide lanciate da Trump sia sul fronte commerciale sia su questioni di sicurezza – come il dibattito interno alla Nato o il ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare con Teheran – non lasciano molto spazio di manovra all’Ue per potersi inserire anche nelle vicende che interessano la penisola coreana.

Cristiano Roccheggiani

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