Ridurre le disuguaglianze. Il ruolo della politica. Utopia o possibilità?

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Franklin Delano Roosevelt – figura centrale del XX secolo, l’unico presidente degli Stati Uniti a essere eletto per più di due mandati consecutivi nei cruciali anni Trenta, dal 1933 fino alla sua morte, nell’aprile del 1945 – ebbe a dire che «i nostri leaderci parlano di leggi economiche – sacre, inviolabili, immutabili – che causano situazioni di panico che nessuno può prevenire. Ma mentre essi blaterano di leggi economiche, uomini e donne muoiono di fame. Dobbiamo essere coscienti del fatto che le leggi economiche non sono fatte dalla natura. Sono state fatte da esseri umani». È una citazione che va debitamente tenuta a mente per meglio comprendere l’altro grande virus che, insieme a quello del Covid-19, attanaglia il nostro mondo: quello della disuguaglianza.

Non pochi analisti hanno rilevato gli effetti della pandemia che si stanno abbattendo su un mondo già «estremamente diseguale». Da questo assunto Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo) ha sviluppato il suo ultimo rapporto annuale – presentato all’inizio dell’anno – che mette in rilievo come per la prima volta in un secolo, si potrebbe registrare un aumento della disuguaglianza economica in quasi tutti i paesi contemporaneamente. La Banca Mondiale prevede che, in mancanza di adeguate misure, entro il 2030 oltre mezzo miliardo di persone in più vivrà in povertà, con un reddito inferiore a 5,50 dollari al giorno. La ricchezza posseduta dall’1% della popolazione mondiale ha superato dal 2015 quella del restante 99%. Pochi miliardari detengono un patrimonio maggiore di quello della metà più povera della popolazione mondiale: nel 2018, 42 persone, quasi tutti uomini, posseggono lo stesso ammontare di ricchezza dei 3 miliardi e 700 milioni di individui più poveri; l’anno precedente erano 61. Molti ricordano un celebre articolo di Joseph Stiglitz, comparso nel 2011 su Vanity Fair, dal titolo Of the 1%, by the 1%, for the 1%, in cui veniva descritta la polarizzazione della società americana tra l’1% e il restante 99%.

Le disuguaglianze economiche e sociali sono in crescente e scandaloso aumento. Dopo un lungo periodo di riduzione delle disparità, culminato nei “trenta gloriosi”, gli anni compresi tra la fine del secondo conflitto mondiale e la crisi petrolifera, stiamo ora vivendo una fase di dilatazione delle differenze tra i ceti sociali. Da un lato, le disuguaglianze continuano a essere pervasive a livello globale, dato che gran parte della popolazione del pianeta conduce ancora un’esistenza segnata da redditi bassi e scarsa o inesistente protezione sociale; dall’altro, anche nelle ricche società occidentali, la grande recessione, iniziata nel 2008, ha provocato un peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione, senza interrompere la crescita delle disparità. I ricchi stanno diventando più ricchi, i poveri più numerosi.
Mario Giro – esperto di questioni internazionali – ha spiegato che a partire dagli anni Ottanta la disuguaglianza tra paesi decresce mentre quella in seno ai paesi aumenta, dopo essere stata a lungo stazionaria. La globalizzazione ha rimescolato le carte: non guarda alle nazioni ma agli individui. La redistribuzione della ricchezza degli ultimi decenni ha favorito l’emergere di nuove classi ricche o medie in ogni paese. Così ha ridotto lo scarto tra nazioni ma ha aumentato le distanze all’interno, anche dei paesi sviluppati, provocando le reazioni che conosciamo.

Tanti si chiedono come si alimentano le disuguaglianze, spesso senza trovare risposte esaurienti ed adeguate. Oppure quali processi psicologici e non impediscono a chi è in condizione svantaggiata di ribellarsi? E chi domina, come giustifica a se stesso e agli altri il proprio privilegio? Un recente volume di Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, con un approccio e modalità originali e accattivanti ci aiuta a comprendere una delle questioni centrali del nostro tempo. Le disuguaglianze – spiega l’autrice – sono tra le cause principali dell’infelicità collettiva: seminano sfiducia, indeboliscono la coesione sociale e mettono a rischio la democrazia. Perché assistiamo impotenti al dilagare delle disuguaglianze, perché i tentativi di contrastarle sono pochi e fondamentalmente deboli? Malgrado il quadro è sconfortante, nulla è irreversibile. E qui entra in gioco il ruolo rilevante della politica e dell’istruzione. Del resto, come ha osservato Thomas Piketty «la storia della distribuzione delle ricchezze è sempre una storia profondamente politica». Pertanto, se nelle scelte politiche si trova la ragione della disuguaglianza, in esse si può anche trovare il cambiamento. Realizzare pari opportunità di accesso all’istruzione e alla formazione è compito della politica e della società civile che, con le sue scelte, può influenzare questo processo. La maggior parte delle società umane – com’è noto – si stratifica per potere e status, ma alcune sono più diseguali di altre. La stratificazione può essere virtualmente inevitabile, ma la disuguaglianza drammatica non lo è.

Tuttavia, la disuguaglianza ci appare un fenomeno naturale, radicato nell’essenza stessa dell’umana società. In realtà – spiega Volpato – «per millenni, dall’inizio della storia della nostra specie, uomini e donne hanno vissuto in comunità fortemente egualitarie, basate sulla condivisione di risorse limitate e fluttuanti, in cui non esistevano stabili gerarchie di potere, comunità che, come ci insegnano gli studi sulle società di raccoglitori e cacciatori ancora esistenti sulla terra, promuovevano attivamente l’uguaglianza attraverso la condivisione del cibo, l’istituto del dono e attività di compartecipazione vigilante, volte a controllare che tutti ricevessero la loro parte e nessuno assumesse un ruolo di dominio sugli altri. Per millenni, l’uguaglianza è stata costruita e difesa dalle società umane, attraverso la messa in atto di concrete strategie di contro-dominio che andavano dalla critica, all’esposizione al ridicolo, alla pubblica espressione di disapprovazione fino a pratiche di ostracismo, esclusione, messa a morte di chi cercava la supremazia».

La disuguaglianza – spiega la Volpato – scaturisce anche attraverso una seria di meccanismi di tipo psicologico di assoluzione o di colpevolizzazione rispettivamente dei dominanti e dei dominati. Diversi processi cognitivi e motivazionali consentono ai privilegiati, che della disuguaglianza beneficiano, di maturare la convinzione di avere la “stoffa giusta” e di meritare i propri vantaggi. E chi questi processi li subisce accetta la disuguaglianza, interiorizzandola. Soprattutto l’ideologia meritocratica e il neoliberismo rafforzano le disparità. In parole povere, se si accetta che chi ha talento e si impegna è giusto ottenga più degli altri, non curandosi del fatto che ricchi e poveri hanno un capitale culturale di partenza molto diseguale, di fatto si legittimano e si giustificano le disuguaglianze. Questa ideologia si rispecchia anche nel contenuto degli stereotipi delle élite economiche, così come in quello delle classi più svantaggiate. Sebbene comunemente non amati, ai ricchi vengono infatti attribuite capacità, competenze e intelligenza che li collocano “legittimamente” in cima alla scala sociale. Ne deriva un senso di entitlement, dove la disuguaglianza trova una spiegazione. Il privilegio è meritato e va difeso. Competenze, ovviamente, negate ai poveri. Una serie di studi attestano che gli stessi miti legittimanti e gli stessi stereotipi sono condivisi anche da chi paga il prezzo più alto della disuguaglianza, le classi svantaggiate, che arrivano persino ad interiorizzare la loro inferiorità. In tal senso, non è vero che le ideologie sono scomparse, viviamo una situazione in cui un’ideologia potente si è fatta egemone proprio proclamando la fine delle ideologie. La storia insegna che gli esseri umani hanno un intrinseco bisogno di narrazioni e di valori in cui credere e ritrovarsi; uno dei motivi del disastro che ci circonda può essere individuato proprio nella mancanza di un’ideologia della solidarietà, che ricrei i legami tra coloro che si trovano in situazioni di svantaggio ed eviti la disastrosa guerra tra i poveri. Pertanto, osserva giustamente la Volpato, abbiamo bisogno di «pensieri e azioni che valorizzino i legami sociali, i beni collettivi, la capacità di condivisione, valori su cui l’Europa ha costruito la sua storia migliore e che devono essere oggi ritrovati, pena la crescita della conflittualità sociale e la condanna all’irrilevanza politica».

Dopo decenni di sganciamento tra economia liberista e le esigenze della società – si domanda Mario Giro – come può quest’ultima mantenere un atteggiamento razionale e solidaristico, quando il grado di incertezza e insicurezza è aumentato a livelli intollerabili. Sapranno le società resistere alle tentazioni dettate dalla disperazione e dal malcontento, mentre il sistema prova a correggersi? C’è ancora tempo? Quale spazio negoziale esiste tra le regole del mercato globale e l’aspirazione delle persone al benessere e alla giustizia? In una società globale dove tutto si scambia, si monetizza, si banalizza, la difesa della democrazia non può che iniziare da tali domande. Molti analisti ritengono che la degradazione dei rapporti sociali è ormai troppo avanzata per essere corretta. Solo la pandemia ha dato un colpo di freno a tale divaricazione. Per alcuni esperti l’unico esito sarà la reazione violenta o rivoluzionaria oppure un’involuzione autoritaria altrettanto violenta, dal momento che regimi dispotici hanno capito come partecipare alla globalizzazione senza pagare il prezzo della democrazia. La conseguenza finale di tale processo sarebbe la crisi del sistema liberal-democratico. Tra le due posizioni vi sono quelle più moderate e ottimistiche che si rifanno alla vecchia teoria ma ancora vitale del “flat world”, il mondo divenuto piatto di Thomas Friedman: la globalizzazione e le nuove tecnologie avranno comunque un effetto livellante per tutti. L’innovazione sociale e tecnologica possiede una forza ugualitaria che alla fine prevarrà. Il dibattito è aperto

Ha osservato recentemente in maniera disincantata il filosofo Salvatore Natoli: «Sono in tanti – scrive – a sostenere che il tempo della politica è, ormai, finito; e certamente lo è, se la politica la si pensa ancora in termini novecenteschi. Il Novecento, in particolare la prima metà, non è stato solo un tempo politico ma un tempo dell’iperpolitica». Tuttavia, indica ancora una possibilità: «Se non c’è più alcuna “fine” da attendere, è necessario attendere alle cose del mondo, prendersele in carico». Realizzare la giustizia e la pace, provvedere al benessere sono compiti assegnati alla politica. Se essa ha perduto il senso dell’éschaton (“le cose future”), mantiene un telos, vale a dire un fine. Un terreno di azione comune per credenti e non credenti che vogliono ancora impegnarsi nell’azione politica. «È in forza della comune umanità, della pietas che lega tra loro uomini e popoli, che la specie mortale può salvarsi. Ora, cosa più della politica deve provvedere a ciò che è comune? Liberaci dal male è un’invocazione che si rivolge a Dio e per chi crede lo è ancora. Ma cos’altro è la realizzazione del regno, se non questo?».

Antonio Salvati

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