Divano estremo dal film L’ospite di Duccio Chiarini

proiettore Prevost cinema
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L’arena del Nuovo Sacher è una certezza,una garanzia romana di qualità nel cinema, anche quando piove: la proiezione è all’interno, i sedili sono stati troppo bagnati dal nubifragio.
L’anteprima de “L’ospite”, di Duccio Chiarini, con il regista e gli attori Daniele Parisi, Anna Bellato & co presenti in sala. Nanni Moretti presenta con il microfono e chiede subito al regista: quando ti è venuta questa idea? Il regista risponde:«10 anni fa, la mia fidanzata di allora mi disse dobbiamo parlare e il giorno dopo ero fuori casa“».Si alza un sorridere collettivo con un suono simile a “ci siamo passati in tanti almeno una volta”. Scritture di sceneggiatura che si susseguono e altri lavori nel frattempo, poi il finanziamento inaspettato anche grazie a Valerio Mastrandrea ed ecco il film L’ospite.
Senza anticipare gli accadimenti: dall’idea iniziale del regista la trama accende la luce sulle relazioni affettive, universo inspiegabile e in cambiamento repentino. L’incertezza di ogni cosa è ben resa dalla caducità del “mondo noto” che improvvisamente, senza preavviso e senza motivo logico, si manifesta con eleganza e sorpresa per gli spettatori. Coppie “normali”, storie di precarietà’ lavorativa con rinnovi biennali “a progetto”, ormai è la consuetudine dell’oggi moderno, che osservate meglio mostrano il lato “noioso” della routine pratica e quotidiana necessaria alla sopravvivenza di una qualsiasi forma di famiglia. “Visto da vicino nessuno è normale” recitava un manifesto di un convegno di psichiatria più o meno 10 anni fa.L’ospite regala esattamente questo. Come all’epoca “perfetti sconosciuti” con lo scambio dei cellulari e i segreti di ciascun personaggio, Duccio Chiarini racconta attraverso Guido in primo piano, l’attore Daniele Parisi, le debolezze e i “trip” mentali che i personaggi attraversano, di cui Guido si fa voce narrante in diretta, fa domande, guarda, si sorprende, non capisce e le sue espressioni sono eloquenti più di qualunque battuta. Chiede spiegazioni, chiede cosa si fa ora, acquisisce informazioni sui suoi amici suo malgrado, lo spaesamento è il sentimento prevalente in tutto il film. Con delicatezza, con accenni alla gelosia tra coppie in crisi, con stati d’animo tra la mestizia, la tristezza e il “faccio ciò che posso“. La ricerca di una stabilità impossibile a raggiungersi e l’aggiustamento che i personaggi cercano di realizzare per comporre le loro esistenze affettive in qualcosa di sensato. L’uso di social per incontrare qualcuno di cui innamorarsi, l’immaturità, l’incapacità di impegnarsi, la difficoltà di saper raccontare stati d’animo, solo la parola confuso/confusa è più volte pronunciata a sintesi di qualcosa di interno e profondo che non si sa perché accade e che non si vorrebbe sentire sperando passi in qualche giorno o un po’ di tempo.
È comunque un film “leggero” accompagnato da scene di una Roma bella, aperta, di giorno, di case ben arredate, di livello culturale dei protagonisti, medici, insegnanti, poliglotti eccetera. Molto apprezzata la presenza del personaggio Roberta, dice quello che pensa che più o meno corrisponde alla verità dei fatti. Si ride per la paradossalità delle situazioni, per l’inaspettato che compare, per gli intrecci tra i personaggi, sempre gentili con modi fragili e rispettosi di espressione delle cose del cuore. Sembra esserci una rappresentazione del dispiacere, più che del dolore in senso proprio, dell’irraggiungibilità che musicò Mogol con Battisti “vicini ma irraggiungibili“. E la sintesi del film, verso la fine: l’apertura ad un nuovo che non possiamo conoscere ma solo augurarci, che ancora ci spaesa e spiazza, la offre la musica di Brunori SAS, con una possibilità’ di incontro “normale” in cui si ricomincia davvero da capo.

Un’opera che da’ valore all’accettazione della realtà del “qui ed ora”
Da vedere

Stefania Ratini

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