Divieti d’accesso

carrozzina disabilità

Conosco Maria Rosa da più di vent'anni. Quando ci incontrammo, camminava ancora, seppure con l'aiuto di qualcuno. La diagnosi era severa: . Il futuro incerto, come molte volte, in questi casi.

Gli anni sono passati ma non l'amicizia. Nel frattempo, lei si è sposata con Pierluigi, che le vuole bene, ricambiato. Una bella coppia. Vivono insieme in una casa al quartiere Delle Vittorie, al quinto piano, adattata nel tempo alle esigenze di una persona che si sposta con una carrozzina ed ha bisogno di molti ausili per affrontare le difficolta quotidiane.

Tra i codici della nostra pluridecennale amicizia, c'è quello di festeggiare degnamente i rispettivi compleanni, sia con l'incontro conviviale – da qualche anno perlopiù casalingo – che con regali vicendevoli, ora cose utili, ora cose “diversamente” necessarie: il pane e le rose, secondo l'intramontabile slogan di Rose Schneiderman ed i versi di James Oppenheim [1]. Quest'anno, l'idea è caduta sul teatro. Una poltrona (ed un biglietto) per due in regalo, per assistere a uno spettacolo che renda la vita più gradevole e aiuti lo spirito e la mente. Scorro il palinsesto cittadino e l'attenzione mi cade su un intramontabile titolo che celebra la romanità: Rugantino. La commedia è in programma al celeberrimo teatro Sistina, che promette la versione storica originale (1962) di Garinei & Giovannini, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, la collaborazione artistica di Luigi Magni e le musiche di Armando Trovajoli.

Che dire? Sondo discretamente la disponibilità e i programmi del ménage familiare di Maria Rosa e – ottenuto il semaforo verde – mi lancio nell'impresa: mi collego al sito del teatro e provo a prenotare lo spettacolo – una recita pomeridiana, per evitare affaticamenti e spostamenti notturni – senza immaginare che cosa avrei incontrato.

teatro, piantina

Il sito del teatro dal quale si potrebbero acquistare i biglietti è infatti piuttosto sibillino sulla questione dei posti per persone in carrozzina: nella mappa c'è una legenda che indica (con poca o nessuna evidenza) alcuni posti sotto il codice “Div Abili”, ma non ne consente la prenotazione. Così chiamo al telefono – c'è un menù dettagliato alla segreteria – e mi viene diligentemente spiegato quanto segue:

1. i posti per disabili in carrozzina sono solo quattro e si acquistano unicamente recandosi al botteghino (tanto per aumentare gli ostacoli per chi ha già le sue difficoltà di spostamento);
2. la persona in carrozzina è “collocata” dietro l'ultima fila, mentre l'accompagnatore si siede nella poltrona davanti.

Rimango – per così dire – basito: perché i disabili in carrozzina (o chi per loro) devono presentarsi al botteghino? Non dovrebbero essere facilitati invece che discriminati? È un tentativo di scoraggiarli dalla frequentazione del teatro? Di capire se l'aspirante spettatore disabile sia “presentabile” o gradito? E poi, perché piazzarli da soli dietro l'ultima fila? Ma mi astengo dal declinare questi pensieri e provo solo ad argomentare ragionevolmente qualcosa all'inflessibile interlocutrice: Maria Rosa infatti – non dovrei essere costretto a spiegarlo ma ci provo ugualmente – ha bisogno di qualcuno che le stia accanto e non davanti, per poter “intercettare” con lo sguardo se avesse bisogno (come spesso accade) di qualcosa; anche solo di soffiarsi il naso. Ma la mia interlocutrice telefonica è irremovibile: la persona in carrozzina non si può collocare a lato del suo accompagnatore: problemi di sicurezza, i vigili del fuoco, la commissione tecnica…

Mi permetto di osservare sommessamente che nell'anno 2024 uno dei più prestigiosi teatri di Roma avrebbe già dovuto avere tempo e modo di affrontare e risolvere in maniera più dignitosa l'accesso al teatro, non solo permettendo il “parcheggio” dietro l'ultima fila dello sfortunato in carrozzina di turno. «In platea ci sono le scale», mi viene osservato; come se non esistessero scivoli, ascensori ed altri simili prodigi della modernità. Mi viene da dire che basterebbe un architetto con qualche esperienza per rendere accessibile e sicura la frequentazione del teatro, non solo dal fondo della platea; luogo da dove, a parte il “confinamento”, immagino come possa godere dello spettacolo chi avesse problemi di vista. «Ma chi ha problemi di vista non sta in carrozzina e può sedere ovunque», conclude mirabilmente la mia interlocutrice. Vaglielo a spiegare che le due cose, a volte, possono anche sovrapporsi. Non provo neanche ad affrontare il tema della vicinanza umana, che induce due o più persone a voler partecipare fisicamente uno affianco all'altro agli eventi della vita, compresi gli spettacoli teatrali.

Ma la colpa non è sola della mia anonima, tracotante e poco sensibile interlocutrice, che – a ben vedere – sarà stata dettagliatamente istruita dai suoi superiori a rispondere in questo modo agli intemerati che volessero arditamente frequentare il teatro Sistina accompagnandosi con qualcuno seduto su una sedia a rotelle. Così, l'ho salutata, ribadendo il mio sdegnato disaccordo e non nascondendole che avrei provato comunque a rendere noto, come possibile, un così imbarazzante episodio.

Episodio? Magari. Cerco in rete e cosa trovo? Teatro Sistina, anno 2015; scrive Massimo B: «il venditore assicura che c'è l'ascensore per salire in galleria e quindi un invalido non avrà problemi… All'arrivo ci dicono con seccata indifferenza che non c'è nessun ascensore e che se vogliamo entrare è così o niente! Tra l'altro anche i servizi sono nel seminterrato, solo scale! Dopo che lo spettacolo comincia e l'accompagnatore va a prendere l'auto per tornare a casa, rinunciando alla serata, ci viene proposta una seggiola in platea per l'invalido: che possa godere dello spettacolo da solo, emarginato e sopportato con grande fatica… Umiliante e sgradevole serata. GRAZIE SISTINA PER COTANTA INCIVILTÀ» [2].

Due indizi non fanno una prova, eppure… Tra poco saranno trascorsi dieci anni da quella umiliante serata di Massimo B. Io ho avuto solo la buona sorte, questa volta, di poter risparmiare a Maria Rosa e Pierluigi l'esperienza e l'umiliazione. O meglio: l'esperienza materiale – visto che per regalare loro una serata a teatro ho dovuto necessariamente dirigermi verso altre più civili location – ma non l'umiliazione dell'inaccessibilità, salvo la piazzola oltre l'ultima fila, che forse è anche peggiore.

E dire che a Roma (cercando bene) ci sono teatri che non solo riservano a chi sta in carrozzina un posto in evidenza e vicino a chi l'accompagna; ma anche quelli che consentono di assistere a spettacoli per chi ha sensoriali…
Così, conclusivamente, mi viene da dire due cose, con amarezza: la prima è che l'indicazione “Div Abili” posta dal teatro Sistina sui quattro parcheggi dietro l'ultima fila significa in realtà divieto ai disabili. Magari non a tutti, ma a molti sì. Divieto. E che a questi divieti – ecco la seconda osservazione – occorre rispondere per le rime: magari cominciando col non andare (o non andare più), anche noi che ancora deambuliamo con le nostre gambe, in posti come questo. Frequentando altri teatri e provando a fare in modo, nel frattempo, che arrivino tempi migliori; senza aspettare scuse (che temo non arriveranno).

Paolo Sassi

[1] Rose Schneiderman era una immigrata ebrea polacca negli USA, socialista e riformatrice sociale, sindacalista dell'industria dell'abbigliamento e suffragista. Nel giugno del 1912, di fronte a una platea di suffragiste middle-class disse tra l'altro: “L'operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose”». Dello stesso periodo la celebre poesia di James Oppenheim Bread and Roses: «For the people hear us singing: “Bread and roses! Bread and roses!”».
[2] https://www.tripadvisor.it/ShowUserReviews-g187791-d245566-r255923618-Teatro_Sistina-Rome_Lazio.html

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