Don Giovanni. L’incubo elegante di e con Michela Murgia

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Appassionata di musica e profonda conoscitrice del periodo, della società e dei personaggi in cui Mozart e Da Ponte crearono musica e storia del don Giovanni, Michela Murgia delinea in una pièce teatrale di due ore i profili psicologici dei personaggi restando fedele al melodramma e accende un faro sulle dinamiche relazionali che tra loro intercorrono. L’accompagna la deliziosa fisarmonica di Giancarlo Palena che intermezza il racconto della Murgia con una originale interpretazione delle più famose arie del melodramma

Incontriamo lo stereotipo di maschio e gli archetipi dell’universo femminile delle tre donne coprotagoniste passando attraverso il significato e differenza tra quella che è la seduzione ed il desiderio da un lato e la manipolazione e la mistificazione di un predatore seriale dall’altro.

Michela Murgia dà al suo racconto la forma della seduta psicanalitica dove pone delle domande sullo spessore morale e sul profilo psicologico dei personaggi e sulle motivazioni che guidano le loro azioni.
Chi è il don Giovanni? Mozart e Da Ponte stessi danno di questa persona un giudizio morale nel titolo stesso dell’opera originale “don Giovanni, il dissoluto punito”, ci troviamo al cospetto di colui che sebbene è nell’immaginario maschile da imitare perché grande seduttore, nell’analisi delle sue azioni e dei risultati che queste portano ne esce come uno “sfigato. Un uomo che ci prova fallendo con tutte le donne indistintamente, utilizzando il mezzo della dissimulazione perché in ciascuna individua il sogno irrealizzato e fingendo di essere lui stesso l’incarnazione di quel sogno desidera arrivare ad una conquista che è puramente fisica che nulla ha a che vedere con la seduzione , ma che tutto ha a che vedere con il potere e la sottomissione.

Il don Giovanni non è un rivoluzionario, non è un anarchico, ma un conformista che nella violazione dell’ordine costituito disegna un sé che in una società di rapporti liberi non esisterebbe, ciò che vuole è l’onore delle donne che non sono conquiste, ma prede.
Mozart e Da Ponte, potremmo definire i Battisti e Mogol del ‘700, danno nel titolo stesso un pesante giudizio morale sul protagonista, giudizio che pesa come un macigno se consideriamo che il Da Ponte non era certo uno stinco di santo ma un libertino che da religioso non aveva tenuto fede ai suoi voti e pare anche che avesse abitato in un bordello dove organizzava dei festini.

Il giudizio delle azioni verte sui mezzi che don Giovanni utilizza, per tutta l’opera indosserà una maschera dietro la quale si cela un camaleonte pronto a dire quello che la preda di turno ha bisogno di sentirsi dire per cedere il suo onore. Don Giovanni può essere “tutto e il contrario di tutto” nella continua messa in scena di una rappresentazione teatrale di ciò che la donna di turno desidera vedere o in termini psicoanalitici per fingere di essere il balsamo per sanare quelle che sono le sue ferite fino ad arrivare alla violazione della legge al tentativo di stupro di Anna, non riuscito solo grazie all’intervento del padre e all’omicidio di quest’ultimo, nella assoluta mancanza di empatia. Qualunque empietà è possibile perché è un uomo senza alcun valore.

Michela Murgia

Il fallimento di don Giovanni non lo ferma ma in una continua frenesia predatoria passa alla vittima successiva, in una società paternalista l’onore delle donne è garantito da figure maschili: il padre, il marito, il fidanzato, disonorando le donne don Giovanni intraprende una gara con gli altri uomini dove tenta di prevalere in una continua gara penocentrica, con Elvira che è una consacrata a Dio la gara raggiungerà un livello mistico, eppure è solo in questi continui tentativi don Giovanni definisce il proprio sé.

Elvira che crede di amare don Giovanni, in realtà dà solo sfogo ad una nevrosi, disturba i piani dell’uomo il quale pensa di allontanarla e siccome ha già sposato con l’inganno questa donna ed è già andato a letto con lei, nulla potrebbe essere più umiliante se non metterle nel letto con un inganno il proprio servo Leporetto ed è proprio ciò che tenta di fare dimostrando ancora una volta l’assoluta mancanza di empatia e rispetto anche nei confronti della donna che lo ama anzi proprio a lei è riservata una delle azioni più meschine di tutta l’opera.

La giovinetta che sta per sposare è la preda successiva, la più appetibile, la più desiderabile, che cerca di blandire facendole balenare la possibilità di migliorare la sua situazione sposando un “gran signore”, eppure sebbene la giovane Zerlina dapprima lusingata dalle parole del signore, quale donna non cullerebbe almeno per qualche secondo l’idea di sedere in Ferrari, ma poi si rivelerà meno sciocca di quello che si crede desiderosa solo di tornare dal suo promesso sposo Masetto che nel frattempo è stato picchiato, ma lei gli da consolazione con parole che hanno un sapore erotico: “…che bel rimedio ti voglio dar, è naturale, non da disgusto e lo speziale non lo sa far”.

Don Giovanni trova nell’opera la sua antitesi in don Ottavio, fidanzato di donna Anna, tra i due si evince esisteva già intimità quando don Giovanni fingendosi Ottavio si è introdotto nella stanza di Anna tentando uno stupro con inganno terminato con l’omicidio del padre di Anna.
In una relazione che appare subito essere paritaria ed empatica don Ottavio si avvicina ad Anna che è così traumatizzata da ciò che le è accaduto che ha una reazione molto comune ed allontana Ottavio stesso. Come spesso succede dopo uno stupro o tentativo di stupro, le donne non riescono ad avere vicinanza non solo con chi ha fatto loro del male, ma anche con gli uomini che le amano e Ottavio accetta di darle tempo “… si segua il suo passo: io vò con lei dividere i martìri. Saran meco men gravi i suoi sospiri”.

Il don Ottavio di Da Ponte ci ricorda anche oggi quanto importante sia nei momenti di difficoltà aver fatto la scelta giusta per una donna e quanto sia determinante nella vita trovarsi accanto un compagno che ci supporti, quanto l’amore non siano vuote chiacchiere, ma comprensione e condivisione.
Michela Murgia ci fa assistere a questo dialogo psicanalitico dove ogni spettatore che abbia capacità di introspezione si trova dialogare poi con se stesso, chiunque sia aperto alla vita e all’altro può riconoscere nel filo della narrazione le proprie personali esperienze. In fondo, come ci ricorda la Murgia, tutte le storie sono già state raccontate nel loro impianto, cambiano le ambientazioni, gli abiti, i nomi, ma gli archetipi rimangono gli stessi e don Giovanni rimane una storia attuale che possiamo riconoscere nelle dipendenze affettive e nelle bulimie emozionali delle personalità predatorie.

Ciò che cambia dal ‘700 a noi è la capacità di analisi di cui oggi disponiamo di quelle che sono le ferite che ciascuno di noi può avere e che un predatore può individuare per simulare di essere ciò di cui abbiamo bisogno, ma nella comprensione di quali sono le esigenze del nostro cuore esiste il potere di neutralizzare le lusinghe di don Giovanni il quale esiste solo grazie alle attenzioni che noi gli diamo, basta distogliere lo sguardo da lui e indirizzarlo verso chi ci ama perché quello che si rivela essere solo una maschera che nasconde il vuoto cessi di esistere.

Adelaide Cacace

Don Giovanni. L’incubo elegante
di e con Michela Murgia
fisarmonica, Giancarlo Palena
In collaborazione con Società dei Concerti
30 agosto 2020
Bagni Misteriosi
Teatro Franco Parenti di Milano

 

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