Dondolaluva. Maltalento da vendere nell’indie rock italico

dondolaluva
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Docce di parole, chitarre svelte e ritmi elettrici inondano l’ascolto dei toscani  Dondolaluva. La band indie rock composta da Fulvio Fazzi (batteria), Francesco Martinelli (basso, voce) e Michele Scalacci (chitarra) si presenta rispondendo, senza prendersi sul serio ma noi si, alle nostre domande per una simpatica intervista.

Potete raccontarci com’è nata la vostra band e il vostro percorso fino ad oggi?
Siamo nati agli inizi degli anni 2000 con una formazione e un’ispirazione piuttosto diversa da questa. Nessuno di noi aveva mai suonato veramente e nessuno di noi sapeva veramente suonare. Per cui si può dire che abbiamo imparato a suonare, o per i più suscettibili a mettere insieme note dagli strumenti, così, facendolo. E una decina d’anni ci vogliono. Prima in 4 e poi in 3. Ci conoscevamo neanche tanto bene e forse anche questo ha aiutato…

Perché avete scelto questo nome così particolare?
Perché dove abbiamo cominciato a suonare esisteva un filo per stendere i panni che tagliava tutta la stanza, con dei grappoli d’uva appesi. Serviva secca a mio nonno per trattare il vino e renderlo un po’ più “forte“. Suonandoci, il filo si scuoteva, e così l’uva… indovina un po’?

Dondolaluva concerto Giovinazzo
Dondolaluva. Concerto al circolo Arci 37, Giovinazzo. Foto Alfia De Marzo

Quali sono gli artisti a cui vi ispirate e con quali vi piacerebbe collaborare?
Artisti di ispirazione diretta ce ne possono essere centinaia. Molti immaginabili ascoltandoci, altri forse meno. Ma sono veramente troppi: restiamo ascoltatori, prima che musici.
Dopo Giorgio Canali è dura immaginare qualcun altro con cui collaborare! Forse Paolo Benvegnù… Ma, a parte che è difficile immaginare un suo interesse nei nostri confronti, c’è da dire che Canali è stato “bastardo” al punto giusto da ottenere quello che pretendeva da noi, che siamo delle carogne con poco spirito di adattamento. Benvegnù, mi sembra usi altri “modi“. E non so se gioverebbero al suo lavoro… 🙂
Comunque, qualche mese fa, ho sognato Marco Masini che cantava L’urlo di Chen terrorizza anche me e da allora muoio dalla voglia di chiederglielo…  ho in mente di ricattarlo, minacciandolo di interpretare noi un suo pezzo.

I vostri testi non sembrano essere diretti in qualche direzione. Cosa volete comunicare con la vostra musica?
Effettivamente non ci abbiamo mai pensato e non c’è molto di intenzionale nel creare un messaggio vero e proprio nelle canzoni. Canzoni=testo+musica e questo è tutto. Mi piacque molto la risposta che dette una volta Manuel Agnelli a un ragazzo che gli contestava i fatto di scrivere i testi con il cut up. Gli disse che la sincerità nell’arte non esiste. Ci sono in giro gruppi estremamente, sinceri, corretti, che lanciano messaggi giusti e lo fanno in maniera molto attenta: purtroppo fanno cagare.
Diciamo che riguardo al nostro modo, quello che suoniamo ci suggestiona. E ci fidiamo, a torto o ragione, del fatto che questa suggestione possa essere trasferibile.
Comunque, mi hai fatto pensare al fatto che a proposito di direzioni, un pezzo con le indicazioni stradali che servono, ad esempio, per muoversi dentro Roma e andare dall’EUR a Piramide non l’ha ancora scritto nessuno, potrebbe non essere una cattiva idea!

Dondolaluva concerto Giovinazzo
Dondolaluva. Concerto al circolo Arci 37, Giovinazzo. Foto Alfia De Marzo

Cosa è successo dopo l’uscita del disco?
E’ successo che ci siamo resi conto di quello che abbiamo fatto. Con risvolti negativi e positivi. Dei primi non parlerei: ne stiamo ancora uscendo. Tra i secondi c’è il fatto che, non avendo incontrato nessun altro oltre Canali lungo la strada (non un’etichetta, un’agenzia per il booking o la promozione), il disco ha viaggiato unicamente grazie al passaparola, cosa che ci ha portato a una manciata di ascoltatori molto più lontani, geograficamente, del sospettabile.  Niente di che, ma un gruppo che nasce e cresce in un ambiente che chiamare “di provincia” è riduttivo, è facilmente impressionabile.

Nell’album “Arrivano i Pòllini” c’è il brano intitolato “Il cielo senza stanza”. Sembra essere la cover di una famosa canzone di Gino Paoli invece…
E’ venuta di getto e sono rimasto sorpreso quando, a distanza di tempo, ho pensato alla similitudine tra questo nostro tentativo e la My Way dei Sex Pistols. Ecco, tornando alle influenze, questa ha stupito anche noi.

Come ha contribuito internet?  Vi ha aiutato?
Semmai è il contrario. Il nostro ruolo nello sviluppo di internet in Italia, il nostro contributo al superamento del digital divide in particolare sul Monte Amiata è ormai materia per tesi di laurea.

Cosa pensate del panorama rock italiano, oggi?
Chi ha ancora il coraggio di parlare di “panorama” rock italiano è gente che ti mostra un poster attaccato a un muro e vuole convincerti che in realtà quella è una finestra.

Quali sono i vostri prossimi progetti?
Fare pezzi nuovi. Poi magari un nuovo album. Abbiamo appena ripreso a lavorarci e ci sentiamo già meglio. Dei Modà, soprattutto.
Valerio Tirri

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