Donne Stradarole a Roma: Madonne laiche contro la violenza di genere

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Parte tutto da piazza Benedetto Brin, dove il 18 febbraio del 1920 Vittorio Emanuele III fece posare la prima pietra della Garbatella, quartiere disegnato a lotti e destinato ad ospitare i futuri lavoratori portuali.

Roma. Garbatella, Piazza Brin. Foto Federica Crociani

Il gruppo è vario e numeroso, forse molto più di quello atteso dagli organizzatori spiazzati sia da una diretta streaming claudicante che da un megafono “afono” oggetto di più di qualche battutina ironica, soprattutto da parte di chi, “ai bei tempi”, riscaldava con quello strumento cortei e proteste. Non eravamo solo donne ma anche uomini, alcuni non accompagnati e, diversamente da quel che ci si aspetta di questi tempi, anche ragazze e ragazzi.

Ma l’aria tiepida e la luce buona di questo sabato pomeriggio romano di inizio dicembre creano una piacevole atmosfera da gita culturale, tanto che lo sguardo sorpreso dei residenti, evidentemente non ben al corrente della manifestazione, era di curiosità sulle “faccende” del folto gruppo.

Cecilia Milza, AB USE

Si respira voglia di conoscere e condividere una bella iniziativa che ha lo scopo di non far dimenticare quattro grandi donne discriminate dal loro tempo e che oggi diventano simbolo della lotta contro la violenza di genere nella rappresentazione di altrettante artiste che collocano le loro opere nelle aree verdi del quartiere. E come Madonnelle laiche Stradarole proteggeranno i passanti dalla discriminazione.

Micaela Serino, edicola Raffaella Chiatti

La pittrice Micaela Serino dedica la sua edicola a Raffaella Chiatti, la Sora Lella del lotto 7, che nel ’43 divenne staffetta e vedetta partigiana e unica donna del VII Gruppo di Azione Patriottica (GAP). Raffaella era esente dal coprifuoco in quanto infermiera della Croce Rossa ed abitava in un punto strategico da cui poteva osservare l’accesso principale al quartiere. Più volte ha messo a rischio la sua incolumità personale per il bene della causa partigiana. Fondamentale è stato il suo ruolo sia per la condivisione delle informazioni che per l’avvistamento dei pericoli. Eppure, come ci racconta lo storico Carlo D’Aguanno presente all’evento, il suo nome non viene mai fatto tra i componenti delle formazioni comuniste, socialiste o di Giustizia e Libertà. Quel nome compare sui giornali solo nel ’93, quando quasi novantenne viene rinvenuta morta per soffocamento a casa sua. Probabilmente ad opera di un balordo.

Marta Cavicchioni, edicola Maria De Zayas

L’artista Marta Cavicchioni, ideatrice del progetto Memorie di Donne Stradarole sostenuto dall’Associazione Socio-Culturale “Le Funambole” e finanziato dal Municipio Roma VIII, è autrice dell’edicola in cartapesta dedicata alla scrittrice Maria De Zayas. Nel 1600, gli anni dell’inquisizione spagnola, attraverso i suoi racconti in chiave boccaccesca Maria raccontava di violenza sulle donne, denunciava il loro ruolo subalterno, spronava gli uomini a educarsi alla non violenza e sollecitava le donne a cercare l’indipendenza. Di lei non si sa quasi niente perché le sue opere risultarono indigeste ai romantici che le ritenevano lascive, sadiche e moralmente corrotte. Ma la sua penna geniale verrà riscoperta ai giorni nostri.

Cecilia Milza, edicola Hazel Scott

Cecilia Milza ha invece realizzato l’edicola in materiali metallici che ci ricorda la pianista e cantante Hazel Scott. Regina del jazz e del blues negli anni ’30 e ’50 in un’America all’apice dei pregiudizi razziali, si rifiutava di esibirsi nei luoghi in cui vigeva la segregazione razziale e si impegnava nella difesa dei diritti civili a favore delle donne e degli artisti afroamericani. A causa del suo impegno e della sua esposizione fu accusata di anti-americanismo e di collisione con il comunismo e allontanata dai palcoscenici.

Debora Malis, edicola Lise Meitner

In terracotta è infine l’edicola che Debora Malis ha dedicato a Lise Meitner, la fisica austriaca di origine ebrea che per prima diede l’esatta interpretazione del processo di fissione nucleare, che sta alla base anche della costruzione della bomba atomica. Ma era una donna, era pacifista ed era ebrea, ed il premio Nobel fu assegnato ad Otto Hahn, il chimico tedesco con cui collaborava e che si sforzò di ringraziare solo il suo assistente Fritz Strassmann.

Il percorso della memoria fa tappa anche alla “Fontana di Carlotta“, un volto femminile incastonato in un semplice pilastro in calcestruzzo da cui sgorga lo zampillo d’acqua fresca che viene raccolto in una piccola vasca in travertino. La fila per dissetarsi dopo tanto camminare lascia il tempo per sbirciare anche la “scala degli innamorati”, che dal dopoguerra ad oggi le giovani coppie romane percorrono sperando sia di buon auspicio ai loro sentimenti. Oggi ha un insolito colore rosa.
E si finisce proprio sotto lo sguardo del bassorilievo di lei, Carlotta, l’Ostessa Garbata, che con grazia ci mostra un seno scoperto in piazza Bonomelli. E poco importa se il nome del quartiere è un omaggio a lei o deriva dalle coltivazioni delle viti “a garbata” sugli alberi di acero. Mi gusto un calmo tramonto mentre mi ronza in testa quel grido non troppo lontano che faceva più o meno così: “né puttane, né madonne, solo donne“.

Federica Crociani

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