Dopo due decenni di guerra la Somalia prova a rinascere

Somalia bandiera
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Da qualche giorno si è insediato il governo presieduto dal primo ministro Abdi Farah Shirdon nominato dal presidente  Hassan Sheikh Mohamud a sua volta eletto dal parlamento somalo al secondo turno nel settembre scorso. Per molto tempo la Somalia è stato considerato un paese fallito, ma qualcosa in profondo sembra essere cambiato.
Il compito del nuovo presidente e del primo ministro sarà complicato e complesso perché dalla caduta di Siad Barre nel 1991 la Somalia è stata un teatro di guerra tra i più cruenti e contemporaneamente un paese senza istituzioni in grado di assicurare nemmeno le più banali necessità di governo. Le popolazioni somale sono sprofondate nella povertà e nella sofferenza più disarmanti in balia di bande corrotte e armate da traffici illeciti da i vari attori internazionali schierati da una parte e dall’altra dei contendenti.
Una minore litigiosità tra i vari capi militari e politici rappresentanti dei clan per un percorso istituzionale e una violenta offensiva militare di truppe dell’Unione africana, dell’Etiopia e soprattutto negli ultimi tempi, del Kenya contro i miliziani di Al Shabaab hanno consentito questo processo di rinascita politica al quale si spera segua anche quella economico e sociale.

Non sono mancati i sostegni finanziari e non solo di Gran Bretagna e Stati Uniti interessati a quanto accade a Mogadiscio e nel Corno d’Africa a cominciare dalla guerra al terrorismo di matrice fondamentalista.  «Ora l’agenda somala di Washington è abbastanza semplice: sicurezza, rientro dei profughi, governabilità e gestione dell’emergenza umanitaria. E un occhio attento a tutte le mosse di Pechino. […] sul mare lo spreco di risorse (carta moneta) per combattere la pirateria è massimo. […]il conto di quanto ci costa il fenomeno pirateria nel Corno d’Africa i numeri vanno dai 9 ai 12 miliardi di euro all’anno!» [1].
L’altra nazione, oltre alla vicina Etiopia sempre pronta ad intervenire militarmente, interessata alla Somalia è la Turchia che da molto tempo ha lavorato sul campo e in ogni settore  con Ong islamiche malgrado  i ribelli e Al Qaeda.  È di ieri l’annuncio di un accordo, siglato tra i presidenti  Hassan Sheikh Mohamoud in visita in Turchia e Abdallah Gul, secondo il quale Ankara fornirà addestramento e sostegno logistico alle nuove forze armate somale [2].

Uno dei punti del programma del governo  Shirdon, fuori dalle logiche tribali e dalle pratiche violente e dei “signori della guerra”, è la sicurezza e la legalità necessarie a garantire istituzioni, convivenza civile e sviluppo. La sicurezza passa appunto per la polizia e le forze armate che dovranno prendere il controllo definitivo dell’interno del paese dove sussistono sacche di resistenza. Uno dei territori più importanti da mettere sotto chiave è il porto di Kisimayo  (Somalia meridionale) terminale e punto di passaggio più importante per i commerci legali e illegali.
La legalità passa per una lotta senza quartiere della corruzione. Un vero e proprio cancro che colloca il paese agli ultimi posti della classifica nel mondo. Se è vero che il proposito del primo Ministro e anche del Presidente della Repubblica è legittimato dalla loro storia  personale estranea alla corruttela dominante, dall’altra occorrono impegni finanziari enormi che all’inizio dipenderanno dalle disponibilità della comunità internazionale.
Tutto il sistema compreso quello della struttura amministrativa è pervaso dalla corruzione e dall’illegalità che spesso porta alla sparizione degli aiuti  internazionaliper poi essere rivenduti al mercato nero. Insomma bisogna avviare un vero e proprio processo rivoluzionario.
Questo è anche il presupposto per far riprendere l’economia che potrebbe avvantaggiarsi di nuovi accordi internazionali  per le concessioni sulla pesca,  per attività minerarie e esplorazioni di giacimenti di petrolio. Ovviamente molti avvoltoi  delle multinazionali di tutto il mondo sono già pronti ad approfittarne.
Da dove si guardi la Somalia si tratta di risollevare una nazione al collasso, «per questa ragione, in molti chiedono insistentemente non solo che la comunità internazionale continui a sostenere economicamente la Somalia, pena il collasso di quanto sinora faticosamente realizzato, ma che si impegni anche in modo diretto – almeno inizialmente – nella cogestione del sistema finanziario del paese e nel sistematico controllo sulla destinazione e l’utilizzo delle risorse economiche impiegate in Somalia. Una sorta di funzione di garanzia, che a detta di molti esponenti della comunità somala locale e di quella della diaspora potrebbe costituire il presupposto per una effettiva lenta inversione di tendenza rispetto alla pratica consolidata della corruzione e del malgoverno» [3].

Pasquale Esposito

[1] Pierre Chiartano,  “Il reset americano nel Corno d’Africa”, www.meridiano42.it, 1 dicembre 2012
[2] “ANKARA E MOGADISCIO FIRMANO ACCORDO PER LA DIFESA”, www.misna.org,  7 dicembre 2012
[3] Nicola Pedde, “ Somalia, dieci ministri al governo per rilanciare il paese”, temi.repubblica/limes/

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