Due tifosi e una partita: Fiorentina – Napoli 29 Aprile 2018

stadio calcio
history 11 minuti di lettura

Il tifo è la componente vitale del calcio e a poche ore dall’inizio di un altro campionato abbiamo dialogato – il sottoscritto e Francesca – dalle sponde di tifoserie diverse, a proposito di una partita del 2018.

Parafrasando coraggiosamente il titolo di un grande libro, parliamo della cronaca di una sconfitta annunciata. Questo incipit vale sotto due punti di vista:
1 – proprio come nel libro che citiamo la circostanza viene vissuta da diversi punti di vista dando la possibilità di osservare dalle due diverse tifoserie la stessa partita
2 – si trattava davvero, nella sostanza, di una sconfitta annunciata, per il mio campo, già dal giorno precedente. Il mio mister dell’epoca dirà in seguito che quella partita, e dunque quel campionato, lo avevamo perso in albergo.

Parliamo della partita Fiorentina – Napoli del 29 Aprile del 2018, partita che indirettamente decide il campionato di 2017/2018 vista da una tifosa viola e da uno napoletano. I punti di comunanza sono tanti: la grande passione che ci unisce, la quantità inenarrabile di amarezze accumulate negli anni, la rivalità con la Juventus, la ritualità nell’approccio al calcio, l’ironia che caratterizza almeno una certa parte della tifoseria.

Ogni tanto a queste due squadre è capitato di essere in condizioni di competere per il massimo titolo nazionale, raramente di vincerlo (due volte a testa). Condividiamo anche il passaggio negli inferi della Serie C, il ritorno nel massimo campionato, l’illusione della vittoria e le sconfitte finali con i c.d. “gobbi”.

Dalla parte del Napoli
Il Napoli come arriva a quella partita? La domenica precedente i partenopei hanno sbancato meritatamente lo Juventus Stadium con un goal, negli ultimi minuti, dagli sviluppi di calcio d’angolo, segnato dal nostro grande difensore centrale K2 (Kalidou Koulibaly). I napoletani, dopo questa partita festeggiano come se avessimo vinto lo scudetto in anticipo; sinceramente, io no. Sono un tifoso partenopeo che ricorda benissimo Napoli – Perugia della stagione 1980/81, con i nostri primi in classifica e gli umbri già retrocessi che vengono a vincere al San Paolo, e dunque non credo nella vittoria se non dopo averla conquistata. Il sabato successivo si gioca Inter – Juventus al Meazza. Lo sviluppo della partita è il seguente:
• espulso, giustamente, Vecino dopo 18 minuti di gioco. L’espulsione è decisa al VAR che, in quella fase, poteva intervenire in pochi limitati casi. Ad esempio, poteva intervenire per tramutare un cartellino giallo in rosso e, nel caso di specie, correttamente, lo fa;
• Juventus già in vantaggio in precedenza, al 13’ con Douglas Costa;
• bianconeri in vantaggio di un goal e di un uomo, inopinatamente rimontati e scavalcati dai nerazzurri con le reti di Icardi ed il successivo autogoal di Barzagli;
• nel finale la Juve segna due reti in tre minuti, con Cuadrado ed Higuain (in pieno recupero) e vince la partita, decidendo probabilmente le sorti del campionato a proprio favore;
• nel frattempo, clamorosa mancata espulsione di Pijanic, già ammonito, resosi protagonista di più di un fallo che giustificherebbe il secondo giallo, mai arrivato. In particolare, un fallo a gamba alta appare davvero degno del secondo giallo, l’arbitro clamorosamente, glissa e va avanti.
Ricordo benissimo la mia rabbia alla fine del match. Evidentemente, le decisioni arbitrali avevano orientato il finale di quella partita e dunque di quella stagione. Una Juventus evidentemente in affanno, perdente con il Napoli la settimana prima, rimontata da un’Inter ridotta in dieci umani, è palesemente graziata dall’arbitro e vince la partita. Pensate alla mia follia, ogni volta che conosco un arbitro professionista, cosa che mi è successa tre volte dopo quella partita, la prima domanda che propongo è la seguente: Pijanic andava espulso?
Sarri dirà che il Napoli perde la partita di Firenze, che si gioca il giorno dopo alle 15:00, in albergo, assistendo a qualcosa che ci lascia, da giocatori e tifosi azzurri, davvero perplessi. Mi è capitato di conoscere due arbitri professionisti, ad entrambi ho chiesto se la mia impressione fosse quella del tifoso ottuso e ferito, entrambi mi hanno confermato che si è trattato di un clamoroso ed inspiegabile errore.
Della partita del giorno dopo ricordo poco, senza dubbio mi viene in mente l’amarezza e lo scoramento con il quale assisto al disastro. Il modulo di gioco del Napoli è ormai straconosciuto da tutti; difesa alta, squadra corta, pressing immediato sul possesso palla avversaria, palleggio ipnotico dei nostri fino a trovare un varco nelle difese avversarie. Partite giocate in dominanza ma con un punto debole che l’allenatore della viola studia per bene e che Giovannino Simeone, il Cholito (figlio del più grande allenatore della nostra era?) esegue alla perfezione. Se lanci dietro la coppia centrale del Napoli ed hai un’attaccante veloce come Simeone solo Koulibaly può inseguirti; Albiol ha grandissimo senso della posizione, è forte di testa e di piede ma certamente non è uno scattista. Così la imposta correttamente Pioli, peraltro negli anni precedenti nota bestia nera degli azzurri. La partita si decide subito, anche in questo caso è correttamente decisivo il VAR: il Cholito scatta anticipando sulla profondità la difesa azzurra, K2 lo atterra, l’arbitro ammonisce il senegalese e concede il calcio di rigore. Interviene però il VAR che verifica che il fallo inizia al di fuori dell’area: niente rigore ma cartellino rosso per il difensore centrale del Napoli. La partita, nella sostanza, finisce qui. Da quel momento la partita è a senso unico, una ottima Fiorentina ce ne fa tre, anzi uno strepitoso Simeone infierisce sul Napoli, segnando una tripletta e portandosi il pallone a casa. La mia sensazione, dopo il rocambolesco secondo goal del Cholito, da corner palla sulla natica di Hisaj, respinta di Reina sui piedi di Simeone che insacca, la sensazione, dicevo, è che tutto vada contro di noi. Ho immaginato che Simeone ci potesse segnare anche dalla panchina o dalla curva. Ad un certo punto penso di essere stato davanti al televisore senza seguire in alcun modo lo sviluppo agonistico del match.
Per i tifosi viola, come ci racconteranno, potrà essere stata una bella vittoria contro una squadra, in quel momento, oggettivamente molto forte. Per me quel week-end calcistico segna uno iato rispetto alla mia modalità di seguire il football. Come un tossicodipendente, assumo il mio metadone seguendo il Napoli, cosa di cui non posso fare a meno, seguo il calcio internazionale, seguo una bella nazionale come quella di Mancini ma ho smesso di appassionarmi al campionato italiano ritenendolo deludente (non voglio usare altre terminologie).
Quest’anno in Francia, in Ligue 1, quella dove va a giocare Leo Messi, ha vinto il Lille. Ha vinto contro una multinazionale del calcio come il Paris Saint Germain, eppure ha vinto! Un’impresa degna del tanto celebrato Leicester di Ranieri. Un tempo questa cosa poteva succedere anche in Italia: il Cagliari di Scopigno, la Fiorentina del Petisso, la Lazio di Maestrelli, il Verona di Bagnoli, la Roma di Liedholm, il Napoli di Maradona, la Samp di Boskov etc. Il campionato era contendibile, ora non mi sembra sia così. La nostra vittoria sarebbe stata da tramandare ai posteri: dopo Maradona, un ragazzo toscano nato a Napoli per caso ma legato a questa origine tanto profondamente da tifare Napoli pur vivendo in Toscana, che riporta il titolo al Sud, giocando un grande calcio e facendo per una volta cadere il potere del football nazionale, sarebbe divenuta un’impresa omerica. Invece, in maniera davvero discutibile, ciò non avviene. La Juventus vince il settimo di nove campionati consecutivi, cosa mai avvenuta nella storia del calcio italiano.
Non credo di essere l’unico che in quel week-end si è allontanato dal football nostrano, segnandone un ulteriore passaggio indietro in termini di importanza e valore, di quello che, un tempo, fu il campionato più bello del mondo.

Dalla parte della Fiorentina
La stagione 2017-2018 per una tifosa della Fiorentina, viene ricordata, come molte altre a dire il vero, per una rincorsa ai sogni, priva di conseguenze tangibili. La stagione 2017 si apriva per noi con una serie di addii, sui quali avremmo discusso molto nelle nostre chiacchiere prepartita al Bar Marisa, in attesa di entrare in Curva Fiesole, con il nostro abbonamento conservato nella taschina viola col giglio. Era l’anno dell’addio di Borja Valero, uno strappo profondo per la città, che aveva amaramente riscoperto il dolore del distacco dai suoi idoli: scaricati, allontanati, o troppo stanchi di vivere nella storia di un’utopia senza vittorie; era già avvenuto per Baggio, Batistuta, Rui Costa, ci toccava salutare Borja con la rassegnazione e la frustrazione di una stagione che iniziava male, malissimo.
Era inoltre l’anno dell’ingaggio di Stefano Pioli, e dell’arrivo di un giovane a cui ci siamo affezionati presto, di gran talento, il figlio d’arte Simeone. L’indebolimento dell’organico ci aveva come sempre fatto titubare sul rinnovo dell’abbonamento, ma l’entusiasmo aveva tradito la nostra razionalità, e alla prima partita interna di campionato contro la Sampdoria, ci eravamo ritrovati come sempre sotto il sole cocente in Curva Fiesole a sperare, saltare, tifare, riguardarci negli occhi dopo le ferie, e abbracciarci ancora. La storia di quel campionato doveva esserci già chiara dopo le prime due partite: 5 goal incassati dall’Inter a San Siro e una mazzolata di 2 goal in casa dalla Sampdoria. I sogni di gloria erano già sfumati.
Abbiamo danzato come sempre tra qualche buona partita e la catastrofe, con giornate nelle quali in curva bisognava portarsi giochi da tavola per riuscire a resistere 90 minuti.
Le stagioni per me poi, che sono nata a Torino, ma da sempre sono tifosa della Fiorentina, vengono giudicate da un’altra variabile non indifferente: i risultati contro la Juve. Nessuno potrà mai dimenticare nella vita quel 20 ottobre 2013, quel 4-2 in rimonta al Franchi contro la Juve, il video di quei goal, dell’esultanza di Pepito Rossi, il ricordo di quella rimonta, degli abbracci e delle lacrime con una Curva Fiesole completamente impazzita; emozioni che non solo rimangono nel ricordo di una stagione, ma di una vita; io poi, da torinese, vivo questa partita con un’attesa infinita, ricordando i giorni al liceo in cui i compagni gobbi mi lasciavano i giornali sul banco con le vittorie dei “maledetti strisciati”, mentre io sognavo il giorno in cui avrei potuto starmene a Firenze, in Curva, e almeno soffrire insieme ad altri poveri disgraziati come me. Insomma, per tornare a noi, la stagione 2017-2018 nemmeno ci aveva graziato di quella soddisfazione, nelle due partite con la Juve eravamo riusciti a perdere entrambe le volte. Mai una gioia insomma.
La seconda parte di campionato, se possibile, fu ancora più difficile della prima, risultati scarsi, prestazioni altalenanti, il sogno dell’Europa League sfumato senza possibilità di recupero.
E poi la tragedia. Quella stagione, che sarebbe stata una delle tante, spese tra attesa e speranza, divenne per tutti noi la stagione della perdita del nostro capitano: Davide Astori. Da quel 4 marzo in città non è stato più possibile parlare solo di gioco, solo di calcio, pensare alla campagna acquisti o borbottare sulle prima pagine dei giornali il lunedì mattina tra un cornetto e un cappuccino al bar. Da quel momento ci siamo raggomitolati, stretti in noi stessi e tra noi, di Fiorentina si parlava solo citando Davide, allo stadio si andava solo per alzarsi tutti insieme al suo ricordo, e per osservare quel minuto di silenzio al tredicesimo di ogni partita. Il calcio è anche questo, o forse è solo questo, ritrovarsi insieme quando conta davvero, ritrovare le ragioni di una passione comune, stringersi. Ci siamo riscoperti comunità, nonostante il calcio milionario, gli stipendi senza senso, il calcio moderno e tutte le sue maledette ripercussioni sulla nostra passione, abbiamo sentito tutti assieme quel dolore.
La partita contro il Napoli si inserisce quindi in questa stagione, e in questo contesto. Dopo quel 4 marzo la squadra per qualche settimana mette a segno una serie di vittorie non scontate: Chievo, Udinese, Benevento, Torino, Crotone, Roma, sei vittorie consecutive che ci fanno tremare, per quel che significavano in quel momento. Poi il brusco arresto, seguono tre sconfitte contro Spal, Lazio e Sassuolo, la Viola arranca di nuovo, il ricordo di Davide vivido e cocente impone di rialzare la testa. L’occasione è ghiotta: arriva al Franchi il Napoli che lotta per lo scudetto, in verità a tutti noi sembra già molto chiaro chi lo vincerà, la Juventus non teme rivali e l’antifona si coglie molto bene dopo la partita contro l’Inter, dove una Juve in grande affanno riesce comunque a portare a casa il risultato con qualche discutibile decisione arbitrale, per usare un eufemismo. Ai tifosi viola non fa mai piacere fare un favore alla Juve, ma il campionato prevedeva ancora qualche partita prima della sua conclusione e il Napoli, dopo tre sconfitte consecutive, era da affrontare in casa con tutta la concentrazione possibile.
In campo scende una buona squadra, ma soprattutto scende un Simeone in stato di grazia. Dall’altra parte un Napoli evidentemente poco gasato e probabilmente sfiduciato dalla visione della partita della Juve. Ore 15 di un piacevole aprile fiorentino, in cui ci si poteva ancora abbracciare molto forte, e in cui la Curva Fiesole ottemperava a questa funzione egregiamente. Lo stadio pieno. Tre abbracci forti e fragorosi, al 34’, 62’, e 93’ in pieno recupero.
Non pensavamo al campionato, allo scudetto, alla classifica, i nostri ragionamenti, come spesso accade, finivano con quel pomeriggio, con quegli abbracci, col pensiero di Davide a fine partita e il suo abbraccio per lui, con lo Stadio che si svuotava lentamente tra i commenti, i cori, e i saluti tra amici, al giorno dopo, alla partita dopo, in attesa dell’abbraccio successivo.

Epilogo
E così per Il Napoli è arrivata l’ennesima sconfitta annunciata e l’ennesimo discutibile titolo all’italiana per la Juventus e per la Fiorentina l’ennesima bella, ma parziale, vittoria. E la passione per il campionato è scesa ancora di un ulteriore piccolo gradino. Il calcio è partecipazione rituale collettiva ma è anche sogno e metafora della vita, una competizione aperta e contendibile. Se non è così, piano piano, nonostante i nostri meravigliosi ricordi infantili, adolescenziali, giovanili etc., semplicemente non sarà!
Francesca Merz e Vittorio Fresa

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: