“È cominciata così. Io non avevo detto niente. Niente.”

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È bello scoprire che ancora c’è chi crede nella bellezza delle piccole cose. La semplicità spesso è più affascinante della ricercatezza. In questa società dove l’ideale comune è sorprendere a tutti i costi, trasformando la vita in una gara di esibizionismo dove parole come audience, feedback, reazione diventano quasi leggi morali piuttosto che attitudinarie; c’è chi sceglie invece una strada diversa, quella dell’umiltà. Elio Germano, attore trentenne romano, amato in Italia, ma anche all’estero, consacrato al pubblico internazionale con la Palma d’oro a Cannes nel 2010 per la sua interpretazione del film La nostra vita di Daniele Luchetti, presta la sua voce e anche la sua presenza scenica per la lettura di uno dei testi più discussi di tutto il Novecento: Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. Si è esibito al Palladium a Roma dal 21 al 26 febbraio e quando sono arrivata davanti alla biglietteria puntuale per l’inizio dello spettacolo, ho rischiato di restare senza biglietto, il teatro è pieno e l’unico posto che sono riuscita a recuperare, dopo diverse trattative con la biglietteria, è un posto “speciale” ossia in piedi, ma ne sei comunque felice.

Le luci si spengono, sei immersa nel buio della sala, l’allestimento è misero, anzi inesistente, in questo caso non serve. Un semplice scrittoio su cui Germano siede con i suoi fogli che scarterà, liberandoli nell’aere, man mano che la lettura avanza, a fianco lui disposti ordinatamente sul palcoscenico, Theo Theardo e la sua chitarra elettrica e la violoncellista Martina Bertoni. Elio è illuminato a intermittenza, quando prende parola la luce si accende, lasciandolo poi nell’oscurità durante il suo silenzio. Non si pone come protagonista della scena, l’accento si posa sulla musica, perché questa non è una usuale lettura, ma un concerto dove suono e parola amoreggiano armoniosamente. Il sound è quasi elettronico, acido, graffiante, Theo Theardo usa l’archetto anche per accarezzare le corde elettriche della sua chitarra e genera un mix di inquietudine, angoscia, ma anche libertà. L’interpretazione di Elio si sposa perfettamente con quest’atmosfera intrisa di senso, la voce è bassa, sussurrata, gridata, trattata elettronicamente è duttile, versatile, malleabile, lui può dire quel che vuole con quelle corde vocali cariche di espressività.
Romanzo nichilista attraverso il quale Céline esprime un pessimismo inconsolato sulla natura umana, sulla società, sulle istituzioni e sulla vita in generale. Reinventa la fissità della parola scritta attraverso un ritmo voluttuoso e zoppicante, fatto di ellissi, salti temporali, incroci sporchi di espressioni gergali e raffinate generando un racconto iperbolico, cupo e fluviale.
Germano, Bertoni, Theardo, quest’ultimo già noto compositore di musica per immagini, rompono il silenzio della pagina scritta con questo esperimento di suoni correlati e filtrano quei temi sempre così caldi come la guerra, il fallimento del colonialismo, l’alienazione urbana e la povertà.
Incisivo, crudo e quasi violento Elio Germano con il suo solito coraggio, dà voce a chi non ne ha e trova nelle parole di Céline l’assist perfetto per centrare la rete… “Ci sono per il povero a sto mondo due grandi modi di crepare, sia con l’indifferenza generale dei suoi simili in tempo di pace, sia con la passione omicida dei medesimi quando vien la guerra”.
Non ci stupisce la verve del nostro miglior attore italiano, non dimentichiamoci che fu lui sul palco di Cannes 2010, davanti a quel pubblico d’eccellenza, con la palma per la miglior interpretazione in mano e Javier Bardem alla sua sinistra a dedicare il suo ambitissimo premio… “all’Italia e agli italiani, che fanno di tutto per rendere questo paese migliore nonostante la loro classe dirigente

Annalisa Liberatori

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