E se gli adolescenti sparissero dalla faccia della Terra?

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Con Poetica dell'eclissi mi riferisco a quel genere che ruota attorno agli effetti della scomparsa di un elemento chiave della narrazione, la presenza del quale è pertanto tale in quanto assente. Non cercatelo nelle enciclopedie, è un semantema fresco di conio (quantomeno stando alle mie conoscenze). Si pensi per esempio al delizioso film Yesterday, nel quale si immagina un mondo nel quale nientemeno che i Beatles non sono mai esistiti, oppure al bestseller Signori bambini di Daniel Pennac, dove gli adulti spariscono per lasciare campo libero ai giovani. Su questo tema mi piacerebbe proporvi un esperimento. A fronte di tutte le considerazioni che oggigiorno si fanno sull', proviamo a fantasticare attorno a questa domanda: e se tutto d'un tratto, come se fossero stati rapiti dagli alieni o fatti sparire dietro la formula di un incantesimo, gli adolescenti non ci fossero più? Se col semplice schiocco delle dita, un battito di mani, il tocco di una bacchetta magica, gli adolescenti sparissero dalla faccia della Terra, cosa accadrebbe?

Per rispondere a questa domanda partiamo dalla cosiddetta “ del doppio”, che annovera titoli del calibro di Dottor Jekyl & Mr Hide, Frankestein e si spinge fino a contemplare al suo interno Alice nel paese delle meraviglie. Attraverso la “duplicazione” del personaggio, in questi romanzi il tema centrale è la “doppiezza” dell'animo umano, ovvero le sue mille sfaccettature. Ho potuto apprezzare la materia grazie ai racconti di mia madre che l'ha studiata sotto la cattedra di Tomaso Kemeny, eminenza grigia di Teoria della letteratura inglese e quindi, più emblematicamente, di Sua Maestà James Joyce.
L'intero Ulisse potrebbe d'altronde essere letto come un esempio di “raddoppiamento”. Secondo la tradizione dello stream of consciousness in cui il capolavoro joyciano si inscrive, lo stile di scrittura del romanzo riproduce materialmente il flusso di pensiero fino ad arrivare a eliminare la punteggiatura. Prendendo come metro di misura il concetto freudiano di “perturbante”, è allora la parola stessa a diventare al contempo familiare e straniera proprio nella misura in cui riflette la faglia segnata dall'impossibilità di scrivere, e dire, quello che si pensa. In altre parole, il doppio, l'intruso, ci abita dentro. Lo straniero siamo noi. L'essere del soggetto avviene e si dissolve sotto i colpi del significante: risiede qui la logica che presiede l'inconscio strutturato come un linguaggio.
Quello del “doppio” è un genere evidente, canonizzato; invece, come per metalinguaggio, di letteratura dell'eclissi non vi è traccia. Eppure, in racconti come Il naso o pièce come Aspettando Godot, il concetto per cui “il protagonista scompare” non è nuovo a un certo modo di veicolare contenuti e idee nel mondo della scrittura. Per esempio, nell'ultimo romanzo Ufo 78 di Wu Ming, le vicende ruotano attorno alla scomparsa di una coppia di adolescenti. Potrebbe sembrare semplicemente la trama di un romanzo giallo ma, associando questo episodio al tema degli avvistamenti degli alieni (quali sono gli adolescenti, nda), l'autore apre una riflessione più ampia intorno a quello che può accadere quando l'eclissi appare. Quando cioè, in un reciproco gioco di svelamento e occultamento, appare l'assenza nello svanire della presenza. Gli ufo, ciò che nell'immaginario per definizione non si vede, vengono visti nel momento in cui la giovane coppia viene s-vista. Il cuore del libro ruota cioè intorno al concetto di presenza dell'assenza. Allo stesso modo possiamo dire che in Aspettando Godot il protagonista è proprio Godot, che si materializza nel suo non esserci. È qualcosa che si avvicina molto alla teorizzazione delle Nuove melanconie di Massimo Recalcati o, ancora, all'inquietudine della Dissipatio H. G. di Guido Morselli.
Oscar Wilde stesso fa ruotare le vicende di Dorian Gray attorno al suo ritratto come ciò che ritrae qualcosa che non c'è. Il giovane protagonista è tale, appunto, per eclissi nella realtà dell'avanzare dei suoi anni, nascosti sotto le pennellate di un oscuro quadro occultato nel segreto del buio. D'altronde il titolo del libro ci ricorda che il protagonista è il ritratto stesso, che rappresenta l'irrappresentabile. È una sorta di processo inverso a quello a cui vi sto invitando: nel classico di Wilde “i vecchi” scompaiono per lasciare spazio a una giovinezza edonistica ed estetica, nonché diabolica. Se non ci fossero più gli adolescenti saremmo costretti a un Dorian Gray angelicato, terrificante come il suo ritratto.
Potremmo addirittura annoverare The picture tra i cosiddetti romanzi di formazione i quali, secondo Franco Moretti, esprimono la tensione soggettiva dell'adolescente come rappresentante della dinamicità dell'epoca Moderna. Se scomparissero i giovani non avremmo più a che fare con questi personaggi letterari; chissà che fine farebbe Holden, e non solo lui. Perché in effetti, se ci pensiamo bene, tutti i romanzi parlano di una cosa sola: della divisione strutturale dell'essere umano, delle traiettorie della sua vita, del destino delle sue scelte. Questo al netto di trama e temporalità. Anche in un libro che “dura” un giorno solo come l'Ulisse, c'è una fine che risignifica l'inizio e questo movimento al futuro anteriore, retroattivo, è la cifra stilistica dell'adolescenza, nonché dell'inconscio. Se non ci fossero più gli adolescenti, non ci sarebbero più nemmeno i libri: l'universo sarebbe congelato e non ci resterebbe altro da fare che dire “stasera andiamo al cinema?”. Tanto non c'è casino, non ci sono ragazzini che scalciano sulle poltrone come cavalli indomiti alla loro prima corsa nella prateria, che gridano come il silenzio durante il salto del trapezista, che lanciano popcorn, si fanno selfie e limonano di fianco a noi per tutta la durata del film (e per questo allora che hanno scelto l'ultimo di Wim Wenders).
I film sull'eclissi non sono pochi d'altronde. A titolo d'esempio, lo stesso Cielo sopra Berlino parla del mondo dell'Aldilà, dove vivono gli angeli, e lo proietta nel nostro “aldiquà” per differenza: il cielo come rovescio della presenza. Ma anche Guerre stellari ruota intorno alla figura di un'assenza, quella del padre, che si manifesta solo nel suo lato oscuro. O ancora potrebbe essere l'intero pianeta ad apparire per difetto, come in Wall-E, la pellicola animata che ci proietta in un futuro dove, devastata la Terra, il genere umano vive ormai ammollo nello spazio. Sarà un robottino a ritrovare la Vita tra le macerie, nel niente, innamorandosi di… Eve.

Se gli adolescenti sparissero dalla faccia del Pianeta non avremmo più nemmeno film sui giovani, sugli alieni… e nemmeno sull'amore! Men che meno serie televisive melodrammatiche dove gli attori, evidentemente troppo cresciuti per recitare la parte dei ragazzini, fanno sembrare l'adolescenza un periodo della vita brillante, ideale, dal lieto fine rassicurante, tanto che, quando le guardi, pensi: “ma io ai miei tempi, dov'ero?”. Solo documentari sulla immobilità dell'Era glaciale per piacere, la serata perfetta per un San Valentino senza Baci Perugina, ma almeno impariamo qualcosa.

A proposito di imparare. Se non ci fosse più l'adolescenza, le scuole sarebbero ufficialmente adibite a parcheggi e non servirebbe più studiare: basta studenti indisciplinati e stagisti incompetenti! Adolescente, infatti, è colui che cresce, ovvero che impara, non solo a leggere e a far di conto evidentemente, ma a saperci fare con la vita. Diremmo in psicoanalisi: con la mancanza che strutturalmente lo abita e che gli permette di desiderare. Adulto, invece, è il suo participio passato, colui che è cresciuto e che quindi non deve imparare più nulla. Il sapere gli sarebbe già dato come totale, senza falle, senza buchi. La conoscenza, come d'altra parte molti genitori parrebbero testimoniare oggi nei riguardi dei loro figli, sarebbe data per infusione divina: sapremmo, finalmente, TUTTO. E non avremmo pertanto più bisogno di desiderare di sapere qualcosa d'altro, così come qualcosa dell'altro: il suo nome, il suo colore preferito, la squadra del cuore. Non avrebbe più senso neanche uscire a cena per il primo appuntamento, il finale sarebbe già scritto. Niente incontro, contingenza, solo automatismo di ripetizione. Che pace dev'essere corrispondere a un dio che tutto sa… che noia però.
Gli insegnanti d'altronde avrebbero molto più tempo libero e meno rogne per la testa. Anzi, non esisterebbero proprio. Niente litigi in casa perché “la prof ha detto, la prof ha fatto”, niente vergogna durante i colloqui, niente arrossamenti e interrogazioni. Bisognerebbe trovargli una nuova occupazione. Qui c'è il rischio di farsi influenzare dai nostri peggiori ricordi, ma è bene riconoscere ai docenti tutta la nobiltà della loro professione di testimoni [1]. Quindi propongo qualcosa di adeguato a questo futuro immaginifico: in una sorta di metempsicosi a rovescio, potrebbero fare i dittatori illuminati. Ne avrebbero tutte le qualità e le risorse, e il mondo sarebbe sicuramente un luogo migliore. Immaginate la vostra prof di matematica che vi sottopone una verifica per pagare le tasse: occhio però, perché l'entità dei versamenti sarebbe inversamente proporzionale al voto finale. Finalmente il “vecchio professore” di De Andrè non dovrebbe più cercare in quel portone chi gli può dare una lezione, e una bimba smetterebbe di cantare la “canzone antica della donnaccia”.
Sicuramente, va comunque riconosciuto, ci sarebbe meno traffico. Meno motorini, meno suv parcheggiati in doppia fila alle 8 del mattino, meno clacson che gridano “muoviti che devo portare mio figlio a scuola!”. Una scorrevole coda di auto solitarie uniformemente dirette al lavoro. Vale anche per i mezzi pubblici: anziani, donne incinte, lavoratori stanchi e tutti voi che almeno una volta avete pensato “va te ‘sti ragazzini, morire che mi lascino sedere”, avremmo finalmente tutti quanti un posto in prima fila.
In silenzio per giunta, perché non ci sarebbe musica a tutto volume. Musica di merda, ammettiamolo, la nostra era meglio. È sempre così: generazione dopo generazione, oggetti come la musica rappresentano lo spirito del tempo di una determinata epoca. Nelle fratture che segnano le discontinuità generazionali vale pertanto il motto “questo è rumore, la nostra invece era una sinfonia”. Se fosse vero, i Beatles non sarebbero mai esistiti e ci toccherebbe una colonna sonora firmata unicamente Carmina Burana. Praticamente vivremmo nel Medioevo. I tempi andati sono sempre migliori, come in un perpetuo Midnight in Paris. Indietro per indietro, c'è da arrivare all'eden dell'Antica Grecia, dove peraltro valeva lo stesso principio: non c'è più il futuro di una volta. Non ci sarebbe più nemmeno la nostalgia.
Che bellezza la Grecia Antica, con le strade che di sera diventano silenziose, le taverne che chiudono con il calar del sole, i pub vietati ai minorenni. La serenità di bersi una birra con gli amici senza dover dividere il tavolo con chi lancia patatine fritte e frantuma sottobicchieri di cartone. Le discoteche non sarebbero più un luogo di perdizione bensì delle graziose sale da ballo dove all'occorrenza concedersi il lusso di una danza sottobraccio. E a proposito di rapporti sociali, cosa ne sarebbe dei pranzi di famiglia? Basta confusione, basta discorsi del genere “ma quanto sei cresciuto, che scuola fai?”, ma solo dissertazioni di politica internazionale e resoconti delle vacanze, oramai così facili da organizzare perché non c'è bisogno di pensare anche ai ragazzi. In buona sostanza, non parleremmo di nient'altro che del nostro statico presente senza preoccupazioni, senza falle, senza imprevisti. Ci sarebbe così tutto un vocabolario da riscrivere, eliminando parole come contrattempo, inaspettato, incertezza, sospensione, ritardo, “è in tavolaarrivo”, “come è andata a scuola?bene”, “cos'è successo?niente”, e ancora inatteso, disatteso, imprevedibile, insicuro, inconscio… adolescente: nuovo. Ci sarebbe solo da pensare alla pensione. A proposito, chi ce la pagherebbe?

Bene signore e signori, benvenuti in questo meraviglioso mondo senza adolescenti, dove le regole non mancano, mancano solo le eccezioni! Benvenuti in questo mondo distopico e attuale dove, parafrasando Jacques Lacan, manca la mancanza. Il discorso sociale che condividiamo sta mettendo l'adolescenza sottochiave, al riparo da se stessa. Manteniamo i giovani alla stregua di eterni bambini perché siamo troppo concentrati a non cedere loro il passo, a non confrontarci con il lutto della nostra finitudine, della nostra limitatezza, del nostro narcisismo. In nome di una libertà falsa in quanto amministrata dalle infinite possibilità offerte dalla nostra società, li vogliamo al sicuro, protetti, immacolati, impermeabili all'errore e all'amore. Stiamo consegnando alle generazioni future un domani senza desiderio. Perché non va dimenticato che il desiderio si fonda sulla mancanza, innanzitutto la nostra, sulla nostra castrazione, su “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”. La cifra della contemporaneità è invece un troppo pieno di cure, attenzioni, preoccupazioni: il rigido e rassicurante confine dell'inverno contro l'inedita esuberanza della primavera. Ricordate il gioco del 15? È la mancanza di una tessera che rende possibile il movimento, la dinamicità, la creatività; della serie “less is more”.

Davanti alla sfida dell'adolescenza, preferiamo stendere l'avversario durante il sonno, nel sonno delle nostre notti senza sogni, intimoriti dal risveglio dei loro sogni a occhi aperti. Sono i loro sintomi a dircelo, a gridare a gran voce i loro sogni ingabbiati, eclissati nei nostri. Durante un'eclissi di sole per qualche minuto fa più freddo, ma nemmeno noi siamo la Luna, nemmeno noi siamo l'Una, monade beante. Anche noi siamo divisi, mancanti, profondi e senza fondo come un buco nero, da cui per differenza può emergere la luce della giovinezza. Come direbbero i Soundgarden: “Black hole sun, won't you come?”.

Andrea Panìco


[1] Cfr. M. Recalcati, L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento, Feltrinelli, Milano 2014.

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