E se vivessimo tutti insieme?: la vecchiaia secondo Stéphane Robelin, con ironia e delicatezza

history 4 minuti di lettura

La cosa terribile non è la morte, ma le vite che la gente vive o non vive fino alla morte. (Charles Bukowski)
Dopo Amour, il film di Haneke vincitore dell’ultimo Festival di Cannes, un altro film sulla vecchiaia (che non definisco, per scelta, “terza età” in quanto detesto i neologismi “politically correct” e perché invecchiare non è una malattia, una sfortuna, bensì un traguardo: se non si invecchia, in fondo, vuol dire che si è morti prima), o meglio, sulla vita, sui desideri, sull’amicizia, sulle passioni e l’amore che, nonostante i vari acciacchi ed impedimenti fisici e mentali, non per questo si affievoliscono o vengono meno.


E se vivessimo tutti insieme? (nelle sale italiane dal 29 novembre) è, in primo luogo, un film d’attori, come specifica il regista francese Stéphane Robelin, attori che hanno fatto la storia del cinema e che mettendosi in gioco con leggerezza ed ironia – senza timore di mostrare le loro rughe – raccontano delle difficoltà legate al trascorrere del tempo, ricorrendo, come antidoto ai  limiti fisici e mentali della loro età, allo spirito di solidarietà, al legame dell’amicizia e all’aiuto reciproco, senza mai scoraggiarsi, rassegnarsi o cedere agli stereotipi sociali che vedrebbero la vecchiaia come una serie continua di rinunce e limitazioni in attesa della morte.
Al contrario il vivace ed affiatato gruppetto di amici di lunga data – formato dalla coppia Jeanne e Albert (Jane Fonda e Pierre Richard), Annie e Jean (Géraldine Chaplin e Guy Bedos) e l’impenitente single Claude (Claude Rich), che è amico (e, come si scoprirà, qualcosa in più) di entrambe le coppie – cui si andrà ad aggiungere il giovane dottorando tedesco Dirk (Daniel Brühl) – di fronte alle prime avvisaglie di cedimenti fisici e mentali, decidono di mettere in pratica una brillante trovata; inizialmente un’idea buttata lì quasi per caso da Claude, scartata, ma poi rivalutata ed infine, dopo la brevissima parentesi del ricovero sempre dello stesso Claude in una casa di cura, fortemente voluto dal figlio, decidono di andare a vivere tutti insieme, proprio come in una di quelle comuni tanto in voga negli anni settanta. E così ha inizio l’audace esperimento di convivenza, non sempre tutto rose e fiori, ma ricco di momenti esilaranti e toccanti al tempo stesso.

Robelin dimostra di essersi saputo destreggiare nel difficile compito di equilibrismo teso a valorizzare i singoli caratteri – ognuno portatore di una propria storia e problematiche legate al momento contingente – senza che la compattezza corale ne risulti danneggiata, così come nell’aver saputo infondere la giusta dose di ironia – talvolta con l’aggiunta di una punta di dissacrazione – per affrontare particolari ed argomenti di per sé tragici e dolorosi, riuscendo ad ottenere momenti di autentica comicità e divertimento – ricchi di battute e trovate narrative – senza risultare inopportuni o esageratamente sopra le righe. Il tema principale della vecchiaia viene così tratteggiato nelle sue tante sfumature difficoltose – ognuna affidata ad un singolo personaggio – ma anche nei suoi aspetti più gioiosi; le problematiche legate alla solitudine, alla perdita progressiva della memoria e dell’autonomia, alla malattia, alla morte si intrecciano con le gioie del gusto e passione per la vita mai sopite, con quelle del sesso, dell’affetto per i propri cari, dell’amore coniugale o declinato in mille altre forme, infine con quelle dell’amicizia e dello slancio solidale verso il mondo.
Ogni personaggio sembra essere immerso in una propria dimensione – fisica ed emotiva – ma anche propenso all’ascolto dell’altro, consapevoli tutti di trovarsi di fronte ad un medesimo compito, pure se diverso nelle varie difficoltà, fisiche e mentali, che man mano si paleseranno: quello di cercare di vivere nel migliore dei modi il tempo che rimane, certi che si tratti, bene o male, di godere di un privilegio perché la pienezza di un vissuto, comunque lo si voglia guardare, è sempre un privilegio, ed essa, questa pienezza di vita, dipende non già dallo schivare difficoltà, impedimenti e limitazioni, bensì dal saperli affrontare senza timore, con consapevolezza e con quel pizzico di ironia e di sana autoironia che non guasta mai.

Così forse anche la perdita della memoria, anziché diventare una condanna, può essere uno strategemma per salvare solo ciò che di bello e buono si vuol ricordare, o anche quello per immaginare che la persona amata sia ancora accanto a noi; la morte può divenire un momento in cui, assieme alle lacrime, far spuntare anche un sorriso; i ricordi del passato, anziché fonte di malinconia o di rancori, qualcosa da preservare e rielaborare alla luce di una raggiunta saggezza. Le ombre della sera che incombe, in E se vivessimo tutti insieme?, anziché infondere tristezza ed angoscia, stemperano e soffondono di luce dorata quegli anni della vecchiaia cui tutti, volenti o nolenti, andiamo sempre più incontro ogni giorno che passa. Un film per sorridere di e su di essa e non già per rammaricarsene, ché pure se con qualche marcia in meno, sempre di vita si tratta.

Rita Ciatti

Scheda del film

Titolo:  E se vivessimo tutti insieme? – Produzione:  Christophe Bruncher, Philippe Gompel, Aurélia Grossmann – Paese:  Francia-Germania – Genere: commedia – Durata: 96′ – Regia: Stéphane Robelin –   Sceneggiatura: Stéphane Robelin – Attori Principali: Guy Bedos, Daniel Brühl, Géraldine Chaplin, Jane Fonda, Claude Rich, Pierre Richard  –  Fotografia: Dominique Colin – Suono:  Florent Blanchard – Costumi: Jurgen Doering – Scenografia: David Bersanetti – Montaggio: Patrick Wilfert – Musiche originali: Jean-Philippe Verdin.

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: