È solo la fine del mondo. Una storia di fragilità e incomprensione

È solo la fine del mondo Xavier Dolan
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Xavier Dolan: enfant prodige, genio ribelle… Gli epiteti si sprecano per questo fuoriclasse della macchina da presa neanche trentenne. Ma cos’ha di così morbosamente accattivante il suo cinema? Qual è la formula segreta che fa di ogni suo film un evento per i cinefili di tutto il mondo: l’intensità delle storie che racconta, la capacità di mettere in scena drammi reali, l’autenticità dei suoi protagonisti? Forse ognuna di queste cose. Quello che però di certo si può dire del cinema di Dolan e di “È solo la fine del mondo” è che in questo kammerspiel, interpretato da autentici giganti dello schermo (l’intensità di ogni sguardo è misurata; ogni gesto rivela una mancanza, una ferita, una richiesta di aiuto; ogni movenza nervosa racconta un vissuto interiore), si è catapultati all’interno di un dramma claustrofobico che toglie il respiro, fatto di nostalgia e bisogno di amore, di insicurezza ed incapacità di uscire da se stessi: un dramma che colpisce allo stomaco.

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I sentimenti che tornano a galla, il passato rimosso che riaffiora col suo sostrato di emozioni insostenibili ed una serie di “atti mancati” (parole non dette, momenti non vissuti, scelte non spiegate), mescolati a ricordi ormai sbiaditi, creano una miscela esplosiva destinata a schiacciare inesorabilmente i protagonisti della storia sotto il peso della propria incompiutezza ed a farne dei sopravvissuti che lottano contro l’abisso.
Il quadro che emerge sembra lo spaccato del vissuto quotidiano di ognuno di noi elevato all’ennesima potenza. E ciascuno dei personaggi reagisce come può, si reinventa per non morire, indossa una maschera per proteggersi. Ognuno diventa il risultato della propria capacità di parare i colpi della vita, di elaborare il proprio tormento interiore, di affrontare i propri fantasmi.

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Lontano da film di argomento analogo, per tutti Festen di Vinterberg, È solo la fine del mondo mette in scena la materia viva e pulsante che dà corpo alle emozioni di ciascuno di noi. Più che i conflitti famigliari, le incomprensioni tra fratelli e sorelle o tra figli e genitori, vengono qui scolpiti caratteri, rappresentate vite vissute, passati al setaccio i continui compromessi dei protagonisti del film, i maldestri tentativi quotidiani di cercare di farcela, di andare avanti comunque. E tutti sembrano giustificati nelle loro reazioni spropositate, assolti nel marasma di incomprensioni, di incomunicabilità, di ferite purulente che li circonda e ne plasma i destini. Tutto appare inesorabile.
Le vicende di forte disagio, di marginalità (dall’incapacità di far parte del tessuto sociale alla diversità, spesso sessuale), e i rapporti famigliari sono sempre stati il leitmotiv del cinema di Dolan. L’avevamo già visto nel 2014 in Mommy e prima ancora nel bellissimo ed intenso Laurence Anyways, per citare le sue opere più conosciute. Qui, le ossessioni del regista canadese vengono riprese e sviluppate in un’altra direzione che pare connotarsi per una maggiore rassegnazione, un più struggente senso di ineluttabilità che pervade tutto il racconto.
Certo, i toni alti dei dialoghi non sempre favoriscono la fluidità della visione (molte battute sono urlate, gli scontri tra i protagonisti continui). La messa in scena, tutta giocata negli spazi ristretti di una camera o dell’abitacolo di un’auto (una sola volta si è fuori all’aperto per il pranzo), è rigorosa, ma al limite del calcolo (ed il film è stato in effetti accusato di freddezza e barocchismo). Se però è vero che ogni inquadratura riserva una sorpresa quasi a voler continuamente stupire lo spettatore (nel viaggio in taxi dell’incipit del film si passa dagl’improvvisi sguardi in macchina dei passanti, agli inquietanti murales che compaiono per un attimo prima di scomparire dietro ad una curva, ai palloncini che si intravedono fugacemente sull’angolo in alto a sinistra del quadro), è altrettanto vero che tutti gli elementi della sequenza descritta, ad esempio, in qualche modo presagiscono gli eventi che stanno per accadere, sono congeniali al racconto filmico.
Premio Speciale della Giuria a Cannes 2016, È solo la fine del mondo, nonostante qualche spigolosità forse eccessiva, è un film da non perdere.
Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Juste la fin du monde
Genere: Drammatico
Origine/Anno: Canada, Francia/2016
Regia: Xavier Dolan
Sceneggiatura: Xavier Dolan
Interpreti: Léa Seydoux, Marion Cotillard, Vincent Cassel, Gaspard Ulliel, Nathalie Baye
Montaggio: Xavier Dolan
Fotografia: André Turpin
Scenografia: Colombe Raby, Pascale Deschênes
Musiche: Gabriel Yared

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