Economia ambientale, finanza etica, smart city. Ne parliamo con Vania Statzu

Perito Moreno Los Glaciares Argentina
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Per parlare di ambiente nelle sue varie declinazioni e problematiche abbiamo rivolto alcune domande a Vania Statzu, economista ambientale e della sostenibilità. Attualmente svolge attività di ricerca come assegnista presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Cagliari dove si occupa di gestione sostenibile delle risorse idriche ed economia circolare. Si occupa di consulenza ambientale per enti, aziende private ed associazioni. Blogger, da anni si occupa di divulgazione ambientale.

A mio parere un’economia sostenibile ha bisogno ancora di una rivoluzione culturale a tutti i livelli, di leggi che la sostengono ma anche di leggi che difendano l’ambiente. Che ne pensa della legge sui reati ambientali? E’ sufficiente o manca della coercizione giusta? Comprende tutte le casistiche?
Se si va a vedere l’elenco delle infrazioni nazionali alla normativa comunitaria, si vede che in cima alle infrazioni ci sono sempre questioni ambientali. La tutela dell’ambiente in Italia è troppo spesso più figlia degli obblighi comunitari che della consapevolezza della necessità di tutelare l’ambiente. Quello che accade è che abbiamo una legislazione enorme, con tanti soggetti che normano e tanti che dovrebbero rispettare o far rispettare la normativa. E spesso davanti a tante norme quello che accade è che non c’è coordinamento tra i soggetti responsabili e la stessa interpretazione ed applicazione spesso non è chiara o univoca.
Un problema della legislazione ambientale è che è ancora settoriale (atmosfera, acqua, rifiuti, ecc.), mentre oggi affrontiamo criticità ambientali che riguardano contemporaneamente diversi ambiti.
La legge sui reati ambientali, che ancora mancava nell’ordinamento nazionale, è un passo avanti (seppur in tanti, più esperti di me, ne abbiamo sottolineato le carenze). Essendo delle fattispecie generiche permettono di contenere all’interno diverse situazioni che determinano un reato ambientale, ma è difficile dire se sia sufficiente a comprendere tutte le casistiche. Molte attività determinano danni ambientali, ma non per questo sono ritenute illecite o illegittime: e non faccio riferimento solo alla questione dell’air gun nelle trivellazioni in mare, penso anche solo alla cementificazione del nostro suolo, di cui troppo spesso si sottovalutano gli impatti.
È difficile capire, oggi, quanto questa legge possa essere un deterrente sufficiente: dipenderà molto anche dall’applicazione e dal trade off, anche economico, tra il porsi in regola e l’affrontare pene e sanzioni. Ovviamente chi ritiene vantaggioso inquinare continuerà a farlo finché non diventerà troppo oneroso, in senso economico e non.

Ci dà una definizione di economia ambientale e di quali sono i parametri, in uno Stato o in una comunità, distintivi, rispetto alle solite logiche quantitative simili al Pil?
L’economia dell’ambiente è una delle discipline nelle quali si suddivide l’economia politica. E infatti l’economia ambientale ha come scopo l’allocazione efficiente delle risorse, come le altre discipline economiche. Tuttavia, essa si caratterizza per il fatto di focalizzarsi sui beni ambientali e le esternalità, considerate dei «fallimenti del mercato» nell’economia neoclassica. I beni ambientali sono beni privi di mercato: l’assenza del prezzo come segnale di scarsità determina un utilizzo eccessivo dei beni ambientali. Spesso, poi, i beni ambientali sono «beni comuni» e quindi l’assenza di titoli di proprietà fa sì che ciascun utilizzatore consumi un quantitativo di beni che massimizza la sua utilità ma che è superiore al quantitativo efficiente dal punto di vista sociale. L’altro elemento che caratterizza l’economia dell’ambiente è che cerca di internalizzare le esternalità. Si definiscono esternalità quei beni che derivano non intenzionalmente da un’attività di produzione o consumo: l’inquinamento è un’esternalità negativa. Normalmente chi produce l’esternalità non paga per le conseguenze che produce: l’economia ambientale ha sviluppato delle metodologie che permettono di dare un valore monetario anche ai beni ambientali e di considerare nei costi e nei benefici di qualunque tipo di attività o intervento infrastrutturale anche i costi ed i benefici non di mercato, come le esternalità appunto. Quello che accade è che se si considerassero anche le esternalità negative prodotte sull’ambiente o sulla società, il prezzo di certi beni sarebbe più elevato e la domanda del bene inferiore. Un esempio di attuazione di questi principi sono le proposte di «carbon tax».
Sfortunatamente, far pagare per l’inquinamento richiede una trasformazione culturale che oggi ancora in pochi sono disposti ad accettare.  E non mi riferisco solo ai decisori politici, ma anche agli operatori economici ed ai cittadini. Oggi chi inquina non si accolla i costi sociali e offre sul mercato prodotti più convenienti che i consumatori acquistano, preferendoli a quelli con impatti inferiori ma più costosi. E questo perché chi decide di non inquinare deve investire nel modificare e migliorare il proprio ciclo produttivo.
Paradossalmente, basterebbe tenere in considerazione questi ed altri elementi per rendere “più ambientale” l’attuale sistema economico, senza necessariamente pensare a sistemi alternativi al capitalistico.  Servirebbe solo una reale e condivisa presa di coscienza della necessità di dover pagare per le conseguenze negative delle scelte di produzione e consumo per spingere l’attuale sistema di mercato verso una maggiore tutela ambientale. E questo di per sé non significherà maggiore povertà o disuguaglianza, come prospettano alcuni. A livello comunitario tante politiche ed iniziative spingono il cambiamento in questa direzione, ma la mancanza di consapevolezza e di condivisione da parte dei cittadini/consumatori che con i loro acquisti devono spingere il mercato nella direzione opportuna. Premiare chi rispetta l’ambiente e penalizzare chi lo inquina fornirebbe un incentivo superiore alle sanzioni: in questo la Pubblica Amministrazione – uno dei principali consumatori in Europa – con i sistemi di acquisto pubblico (GPP – Green Public Procurement) ha un ruolo chiave.

L’economia mondiale da molti anni oramai ha subito un processo di finanziarizzazione che ha reso sempre più limitati i centri di potere e ristretti gli spazi decisionali. Che ruolo potrebbe svolgere la finanza etica nelle sue vare declinazioni? E che dimensioni ha il fenomeno?
La Finanza Etica sta crescendo di anno in anno, grazie anche al fatto di essere uscita indenne dalle tempeste che hanno e che stanno sconquassando il settore finanziario e bancario tradizionale. La Finanza Etica è fondamentale perché dimostra che si possono ottenere degli utili rispettando l’ambiente ed i diritti umani, promuovendo aziende che tutelano forme positive di lavoro ed i cui prodotti non hanno ripercussioni negative. Inoltre, le banche etiche si fanno promotrici di azioni ed attività etiche sul territorio, dimostrando che si può continuare ad erogare credito senza fallire e senza adottare comportamenti che nuocciono i correntisti. E i consumatori sembrano apprezzare: i dati di Banca Etica mostrano un incremento di clienti, di denaro depositato (e anche riutilizzato). E crescono i riferimenti sul territorio (banchieri ambulanti e sportelli) delle banche etiche in Italia e nel resto d’Europa ma cresce anche il numero di prodotti etici forniti dalle banche tradizionali che hanno preso coscienza del cambiamento dei gusti dei clienti.
Questo è il punto: nel sistema economico capitalistico il consumatore ha un ruolo fondamentale. Spesso il consumatore si percepisce succube del sistema, in realtà se acquisisse consapevolezza, scoprirebbe di avere molto più potere di quanto non si pensi. Quanto più i consumatori si dirigeranno verso le banche ed i prodotti etici, tanto più queste potranno crescere e fare concorrenza alle banche tradizionali; e a queste ultime non rimarrà che adeguarsi.

L’economia va anche sempre più digitalizzandosi e non sempre questo produce effetti positivi come si legge, con grandi entusiasmi da molte parti, ma sul fronte dell’economia ambientale i benefici e gli sviluppi sembrano un buon viatico. Che ne pensa?
È innegabile che l’uso delle tecnologie informatiche e dell’ICT abbia determinato una dematerializzazione dell’economia e permesso di ridurre gli impatti ambientali in molti settori. Pensiamo solo all’uso dei documenti elettronici nella Pubblica Amministrazione che permettono di ridurre il consumo di carta e a tutti i servizi online che evitano di recarsi negli uffici, permettendoci di ridurre le emissioni nocive legate al trasporto urbano. Senza contare la facilità di trasmissione delle informazioni ambientali, la condivisione di dati e possibilità di collaborare a distanza tra ricercatori, tecnici e decisori politici.
Purtroppo, però, anche la digitalizzazione ha dei costi: acquistare facilmente prodotti che stanno dall’altra parte del mondo comporta grandi emissioni di CO2 legate ai consumi del combustibile di aerei e navi cargo; l’informatica richiede molta energia elettrica che non sempre è prodotta da fonti rinnovabili, ma soprattutto le tecnologie ICT necessitano delle cosiddette «terre rare». Il possesso dei giacimenti di questi minerali scatena guerre e tensioni in diverse parti del mondo, come in Congo, dove i giacimenti di terre rare si trovano nella foresta dove sopravvivono le ultime popolazioni di gorilla: ogni volta che cambiamo lo smartphone stiamo contribuendo all’estinzione del primate. Per questo motivo è indispensabile effettuare un’eccellente raccolta differenziata delle apparecchiature elettroniche e promuovere le filiere che riutilizzano le materie prime secondarie. È anche fondamentale imparare a ridurre i consumi e a consumare in maniera efficiente, scegliendo con consapevolezza i prodotti “amici dell’ambiente”.

Racconta ai nostri lettori l’evento, la soluzione, il progetto che a suo parere ha dato o darà un contributo importante all’economia ambientale o semplicemente ad un suo settore?
Il mondo si sta muovendo verso una maggiore e diffusa attenzione per l’ambiente. Sicuramente la Conferenza Internazionale su Ambiente e Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992 è stato l’evento che ha segnato la svolta e posto il termine «sostenibilità» al centro delle agende dei politici ma anche degli enti locali, delle associazioni e delle imprese. Da allora ad oggi molto è stato fatto, ma molto resta da fare: tuttavia, un futuro più ecocompatibile e sostenibile non sembra più tecnicamente ed economicamente tanto lontano. La COP21 di Parigi del 2015 è un altro evento importante perché per la prima volta tutti gli stati importanti, compresi Cina e Stati Uniti, si sono impegnati ad intraprendere azioni per contenere l’aumento della temperatura del Pianeta al di sotto dei due gradi centigradi. Certo, sappiamo già che il futuro Presidente Trump sta tentando di fare dei passi indietro su questo tema…
In ogni caso, per raggiungere questo obiettivo, sarà necessario intraprendere una vera e propria rivoluzione. Nel prossimo futuro ci saranno le «smart cities» in cui la produzione di energia è basata su piccoli impianti per l’autoconsumo, con sistemi di accumulo e «smart grid» che governano i flussi di produzione e consumo; la raccolta differenziata dei rifiuti andrà in un’ottica «zero waste» in cui la frazione non riciclabile viene minimizzata e le componenti umide utilizzate per la produzione di energia rinnovabile; l’economia della condivisione porterà sempre più ad un riutilizzo degli oggetti e alla loro condivisione; i trasporti saranno pubblici e quelli privati saranno su auto elettriche e ad idrogeno; le città saranno ricche di spazi verdi dedicati all’attività fisica e piste ciclabili sicure saranno diffuse ovunque. Gli oggetti conterranno sempre maggiori quantità di materie prime secondarie e l’impronta idrica e del carbonio si ridurrà progressivamente.
Quanto descritto è oggi tecnologicamente ed economicamente sostenibile in molte parti del mondo (ed in alcune è già realtà). Purtroppo rimarranno diversi problemi ambientali da risolvere, dalla bonifica dei siti inquinati al consumo di suolo, e dovremo risolvere il problema dell’adattamento al cambiamento climatico, oramai già ampiamente in corso, e le ripercussioni che avrà, in particolare, sul sistema idrico, sull’agricoltura, sulla biodiversità e sulla gestione delle aree costiere.

Nel ringraziarla della sua disponibilità un’ultima domanda più personale: a quale attività si sta dedicando ora?
In questo momento mi sto dedicando a diverse attività e progetti con i vari soggetti con cui collaboro. Vorrei raccontarvi di due di questi. Il primo è la Mediterranean Sea and Coast Foundation (MEDSEA) che con un gruppo di amici, nonché gruppo multidisciplinare di esperti ambientali, abbiamo creato per promuovere lo sviluppo costiero sostenibile e la blue economy in Sardegna e nel Mediterraneo. Il Mediterraneo è una delle aree che più saranno colpite dal cambiamento climatico e noi riteniamo che lo sviluppo sostenibile sia il veicolo per promuovere anche una nuova visione di convivenza in quest’area del mondo tanto travagliata. L’altro è una ricerca che da anni portiamo avanti con lo IARES, centro di ricerca delle ACLI Sardegna, sulla diffusione del capitale sociale – l’insieme di relazioni non strumentali che caratterizzano una società e che sono un elemento che spinge fortemente lo sviluppo economico di un’area – e che quest’anno siamo caratterizzando per le sue implicazioni col livello di povertà dei territori.
Pasquale Esposito

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