Economia e politica oltre la paura: intervista a Teresa Pullano

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Basilea

Proviamo, con le analisi e le riflessioni che Teresa Pullano ci ha proposto, ad offrire ai nostri lettori qualche strumento per orientarsi nell’attuale dibattito sui temi economici e politici, senza tralasciare le grandi trasformazioni climatiche in atto.

Teresa Pullano
Teresa Pullano

Con Teresa Pullano, docente e ricercatrice presso l’Istituto per gli studi globali europei di Basilea, abbiamo parlato di economia, politica e prospettive per l’Unione Europea.

In genere, per agevolare i nostri lettori, chiediamo agli intervistati di presentarsi in una maniera più diretta per offrire un quadro degli interessi e della formazione che superi i titoli accademici e le pubblicazioni. Possiamo proporle questo punto di partenza?

Il filo rosso dei miei interessi e della mia formazione è la passione per la filosofia. Ricordo ancora il mio primo seminario all’Università di Pavia, un corso su Michel Foucault tenuto da Mario Antomelli, professore con cui poi ho fatto la tesi di laurea. Studentessa al primo anno, arrivata dal Liceo Classico, capivo pochissimo del lessico foucaultiano, tra dispositivi e nesso sapere-potere. Tuttavia, andavo ogni settimana a seguire le lezioni e ne rimanevo affascinata. La filosofia per me ha sempre significato scoprire nuovi modi di pensare e quindi nuovi linguaggi. A Pavia ero alunna del Collegio Ghislieri, un posto meraviglioso dove ho stretto amicizie fondamentali. Il Collegio aveva un programma di scambi con l’École Normale di Parigi, e quindi, anche grazie a quel contesto, finita l’università decisi di iscrivermi ad un Dottorato all’Istituto di Studi Politici di Parigi. A Parigi ho avuto la fortuna di lavorare sia sul piano filosofico, teorico, che su temi di attualità politica. In particolare, ho scelto di pensare la questione europea attraverso filosofi del Novecento che sono stati “marginali” o meglio marginalizzati, come Georges Bataille, Alexandre Kojève o ancora Carl Schmitt. Lavorare sia sul versante politologico e giuridico che su quello filosofico non è stato sempre facile, perché richiede di muoversi su terreni molto diversi, tuttavia ritengo sia la strada per pensare nuove strade filosofiche, al di là della “scolastica” accademica, sia per vedere meglio quello che la retorica politica nasconde. Dopo Parigi, ho passato un anno stupendo come ricercatrice post-dottorato alla Columbia University di New York, lavorando con Nadia Urbinati. New York mi ha permesso di ampliare gli orizzonti al di fuori dell’Europa, e di vedere come alcune questioni, in particolare quella urbana e quella razziale, avessero una dimensione diversa, ovvero più importante, sull’altra sponda dell’Atlantico. Infine, dopo un passaggio a Bruxelles, sono approdata nella “tranquilla” Svizzera, all’Università di Basilea, dove sono tuttora.

Il virus che ancora oggi ci costringe a modificare le nostre vite può essere visto come uno spartiacque, un momento di separazione fra due modi di intendere la convivenza.
A partire dalle nostre case e dai nostri affetti, siamo stati chiamati a rimodulare i nostri gesti e abbiamo anche appreso un nuovo senso della parola distanza (si insegna a distanza, si lavora a distanza).
Se la forzatura le appare lecita, in che modo saranno, a suo parere rimodulate “le distanze” in chiave europea? È davvero il Recovery Found un’opportunità per ripensare l’Unione?

Il tema delle “distanze” riportato su scala europea mi sembra davvero una felice intuizione. Io credo infatti che ci troviamo in un momento centrale per il futuro dell’Europa e di noi europei. Il mondo, e l’Europa, del dopo-coronavirus saranno radicalmente diversi da quello che abbiamo conosciuto fin qui. Questo non tanto e non solo per la pandemia in sé, ma perché la crisi sanitaria rivela il “rimosso” della storia europea contemporanea, ovvero dal secondo dopoguerra ad oggi.
Per prima cosa, le “distanze”: oggi i conflitti, le fratture, che attraversano lo spazio europeo possono ingrandirsi o ridursi. Pensiamo alla frattura fra l’Europa del Nord e quella del Sud: il virus potrebbe portare ad un accentuarsi della speculazione economica tra Stati membri fragili, tra cui l’Italia, ma anche la Spagna o perfino la Francia, e Stati membri forti in termini economici, in primis la Germania ed i suoi satelliti, Olanda e Paesi Scandinavi. I Paesi che, dopo la pandemia, si ritroveranno con economie nazionali a pezzi, con crisi sociali e dell’impiego, potrebbero essere facile preda di speculazioni da parte del capitale globale e da parte dei capitalismi europei.
La prudenza nel dichiarare nuovi lockdown nella seconda ondata del virus è leggibile anche in questa chiave: non indebolire troppo le economie domestiche per evitare un risveglio peggiore una volta finita la pandemia. Ovviamente, è un enorme problema politico il fatto che un continente come l’Europa si riduca a soppesare le ragioni della vita e della salute contro le miopi ragioni del calcolo economico.
La Brexit è un elemento decisivo in questa congiuntura: Londra diventerà un centro di speculazioni senza regole, un polo di attrazione per il riciclaggio dei soldi sporchi del continente, una volta “liberata” dai vincoli sociali del diritto europeo?
Le distanze in Europa potrebbero quindi aumentare, o almeno il rischio è molto reale. In questo quadro, il Recovery Fund è stato un passo essenziale per evitare di andare subito in questa più fosca direzione nella quale la crisi attuale potrebbe spingere il continente.
La crisi sanitaria del coronavirus ha reso evidente la scellerata follia delle politiche neoliberiste di austerity che hanno dominato la scena europea negli ultimi trent’anni. Le politiche economiche di una parte del mondo capitalista europeo, espresse politicamente da figure come quella del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble e dai suoi alleati. Le politiche di austerity si sono dimostrate folli non solo da un punto di vista sociale, con i danni reali sulla vita delle persone che hanno provocato, ma ora la realtà, che è stata rimossa per anni, torna a farsi sentire: sistemi sanitari allo stremo, scuole ed insegnanti senza mezzi adeguati, sistema delle infrastrutture e dei trasporti fatiscenti. E questo non solo in Italia e in parte anche in Francia o Spagna, ma anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Il modello tedesco e nordico sembra al momento uscirne meglio, per la parte di tutela delle strutture pubbliche più consistente che altrove. L’ideologia della sistematica distruzione del pubblico a favore del privato, lo sfruttamento delle risorse ecologiche e delle risorse umane ci ha portati a questo punto. Il coronavirus sancisce la fine dell’ordine europeo e mondiale neoliberista affermatosi dagli anni Ottanta ad oggi. Il “mercato” mondiale, europeo e nazionale non esiste più, e di certo non è capace di salvarci dalla pandemia. Nel giro di pochissimo tempo c’è stata una spettacolare inversione di paradigma: sospensione delle regole di Maastricht, aiuti di Stato a pioggia e la chiara necessità di investimenti di lungo termine (tra cui il Recovery Fund) su lavoro, infrastrutture e servizi sanitari ed educativi.
Come ad ogni passaggio epocale, il rischio è alto. La speculazione capitalista non starà con le mani in mano, come dicevo prima. Per accorciare le distanze ed andare verso l’unica via di sviluppo possibile, ovvero investimenti pubblici e privati ma coordinati dal pubblico e da un controllo democratico dei cittadini su scala continentale, è necessario che ci mobilitiamo tutti. La vera posta in gioco è l’ordine sociale, politico e culturale dell’Europa post-neoliberista.

L’Unione europea è anche chiamata a modificare la sua politica sui “migranti”. Le appare possibile un approccio maggiormente condiviso?

La questione dei migranti è chiave per l’Europa. Anche su questo tema, per fortuna mi sembra che ci sia stato un leggero cambio di rotta: si è capito che continuare a criminalizzare i migranti da parte dell’Unione europea non fa altro che incoraggiare i partiti populisti di destra, come la Lega Nord in Italia o il Fronte nazionale di Marine Le Pen. Sia la politica di austerità che le politiche restrittive nei confronti dei migranti a livello europeo sono stati un boomerang per l’Unione, perché non hanno fatto altro che dare forza ai partiti ed alle forze euroscettiche ed antieuropee.
Che Ursula von der Leyen abbia dichiarato che è necessario oltrepassare quest’altra follia che sono gli accordi di Dublino è un bene. Questi accordi sono una follia perché trattano da un punto di vista nazionale un fenomeno prettamente transnazionale come la migrazione. La soluzione deve passare dai livelli nazionali a quello europeo. Su questo tema siamo tuttavia su un terreno ancora più scivoloso che quello economico, perché il diritto di dire chi fa parte della comunità politica e chi no, chi può risiedere o circolare sul territorio nazionale e chi no, è prerogativa della sovranità nazionale. Anche qui, solo la forza della realtà, e quindi di una crisi senza precedenti come quella che seguirà la seconda ondata di coronavirus, potrà creare una frattura tale da imporre una svolta federale a livello europeo sul tema della migrazione. Su questo punto si gioca il ruolo dell’Europa nel mondo post-pandemia. Un continente spaventato (per riprendere il tema della paura) dal suo “fuori” è destinato ad essere terreno di lotta e di conquista e non attore sulla scena globale.

Senza alcuna pretesa di elevarla a fattore unico di comprensione della realtà, siamo, però, costretti a dire che la nostra scena sociale, politica ed economica, è stata caratterizzata in questa parte del terzo millennio dalla paura. Una paura che è penetrata nelle nostre vite e nella nostra visione anche delle relazioni umane. Una paura che ha trasformato il linguaggio politico e ha dato forza a quei leader che sono stati definiti come “imprenditori della paura”. Le sembra una lettura eccessivamente catastrofica o dobbiamo per forza partire da questa consapevolezza?

Credo che la paura – paura dell’altro, del diverso, paura del futuro, dell’incertezza – sia uno degli strumenti principali attraverso il quale si sono imposte le politiche neoliberiste. Si pensi a come oggi Donald Trump, su scala mondiale, fomenta la paura della Cina, di un sistema e di una cultura “altri” rispetto a quelli occidentali. La Brexit è un altro fenomeno fondato sulla paura, paura del “socialismo” europeo e paura della libera circolazione dei cittadini europei, paura della globalizzazione. La paura è l’altra faccia di quella che è stata l’ondata di globalizzazione liberista che si è imposta dal crollo del Muro di Berlino ad oggi. L’Italia, in particolare, è stata tra i Paesi europei quello, a mio avviso, che è stato maggiormente investito dalle politiche neoliberiste. L’Italia era un paese cerniera durante la guerra fredda, una volta finita quest’ultima le classi dirigenti italiane si sono comportate come una “borghesia comprador”, termine con il quale i teorici marxisti degli anni Settanta definivano le classi dirigenti dei Paesi colonizzati. La “borghesia comprador” facilita la conquista da parte dei colonizzatori favorendo il processo di “svendita” delle risorse nazionali. Credo che qualcosa di simile sia successo durante gli anni del berlusconismo: una classe dirigente nazionale completamente inadeguata ha favorito gli investimenti dei capitali americani e del Nord Europa in Italia privatizzando i nostri servizi pubblici, iniziando dalla sanità. La scuola pubblica italiana e l’università sono state spolpate dall’interno di tutte le risorse per fare spazio ad un “mercato” che in realtà non è mai stato all’altezza. Il risultato è stato quello di uno spoglio del paese, favorito anche dalla subordinazione alla logica liberista della sinistra italiana, per esempio il Partito democratico. Tutto questo ha lasciato un paese preda della paura e del risentimento.

Quali strumenti e progetti hanno le democrazie per battere il clima distruttivo che la paura o le paure possono alimentare? Possiamo, insomma, conservare qualche forma di ottimismo sulla tenuta delle nostre nazioni?

I primi strumenti che mi vengono in mente sono: istruzione e sanità pubblica, infrastrutture. I beni comuni, insomma. Bisogna ripartire da qui: dal capire che il privato, l’individuale ed il mercato sono un’ideologia distruttiva. In concreto, i cittadini italiani dovrebbero pretendere nuovi e cospicui investimenti in sanità pubblica, si dovrebbe cominciare a reinvestire sulla scuola e sull’università, e poi i trasporti pubblici nelle città e tra le città. Questi beni comuni sono imprescindibili. Come fare? La scala europea mi sembra essenziale, ma questi temi dovrebbero ridiventare prioritari anche a livello nazionale.

In questa nuova dinamica europea, dal suo punto di vista, – comprenderà che non posso non porle la domanda – quale ruolo può giocare l’Italia?

L’Italia gioca un ruolo molto importante. In primis, con il Commissario europeo per l’economia Paolo Gentiloni. Il peso economico dell’Italia non è indifferente per gli equilibri dell’eurozona. Credo che, in particolare in questa fase in cui i fautori dell’austerità hanno subito un duro colpo, sia necessario che paesi come l’Italia dimostrino che si può e si deve uscire dall’ideologia dell’austerità con progetti alternativi. La domanda centrale in questo senso per l’Italia e per l’Europa è tuttavia quella di quale sinistra su scala continentale sia possibile intravedere. Si deve iniziare a lavorare ad un progetto di ricostruzione di forze politiche di sinistra anticapitalista su scala europea.

La nostra epoca è anche definita come antropocene, per indicare l’incidenza che il nostro agire ha sul pianeta. Rischiamo davvero di vivere una catastrofe climatica che avrà conseguenza sulle migrazioni e sulle nostre risorse alimentari.
Una delle forze sulle quali si è edificata la nostra cultura europea, mi riferisco almeno all’illuminismo, è stata la volontà e la consapevolezza di dover affrontare le sfide del futuro e prospettare nuove forme sociali e politiche. Oggi, sembra che questo ruolo sia offuscato e che, una delle radici delle nostre paure, sia proprio l’incapacità a immaginare un futuro.
Economia, clima, politica, relazioni internazionali: non siamo chiamati per forza a rivedere le categorie, le priorità, le istanze sulle quali abbiamo edificato la nostra idea di Occidente e anche la nostra idea di libertà?

Questa è una domanda complessa. Si, senza dubbio l’Occidente è costretto a ripensarsi. Credo che siamo in un momento in cui il mondo occidentale debba rimettere in discussione l’assetto degli ultimi trenta o quarant’anni. La crisi americana è sotto gli occhi di tutti, e anche l’Europa non riesce a fare quello che dovrebbe e potrebbe. Speriamo che questa sia la fine dell’epoca triste delle passioni neoliberiste e che si apra, anche per l’occidente, un nuovo scenario.

Antonio Fresa

 

 

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