Economisti e politici. Fiere della vanità e degli errori.

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In questi giorni si vanno rinfocolando le critiche e la polemica di Joseph Stiegliz contro alcuni economisti della scuola di Chicago paladini dell’austerità, le cui teorie hanno inciso e stanno incidendo pesantemente sullo stato sociale e sulle condizioni di vita di molti cittadini europei, soprattutto di quelli dell’Europa mediterranea. Queste alcune delle dichiarazioni dal sito tedesco the European, “i modelli erano eccessivamente semplificati, distorti, e trascuravano gli aspetti più importanti. Questi modelli sbagliati hanno incoraggiato i politici a credere che il mercato avrebbe risolto tutti i problemi”.
Previsioni sbagliate affidate alla presunta capacità del mercato di tornare in equilibrio! Chi segue le vicende economiche sa quello che pensa il premio Nobel:  l’austerità porta alla recessione  e probabilmente “peggiorerà la crisi dell’euro” e in ogni caso le “conseguenze nel breve termine saranno molto negative per l’Europa“.
La critica è estesa a Mario Draghi che ha parlato di fine del modello sociale europeo: “È un’assurdità. La domanda di protezione sociale non ha nulla a che fare con la struttura della produzione. Ha a che fare con la coesione sociale o la solidarietà”.
Accettando queste  tesi si sta smantellando lo stato sociale. L’errore più grave?
Considerare universalmente applicabile il “modello tedesco” basato su esportazioni e protezioni sociali, che non può funzionare per tutti i paesi europei e il tentativo di esportarlo ha portato solo i danni che sono sotto gli occhi di tutti.
La verità che si è arrivati alla situazione attuale dopo teorie sbagliate,  gravi errori di previsione e qualche volta di calcoli elementari! Come vedremo più avanti  da parte degli economisti soprattutto di scuola liberale e dopo l’accettazione supina e acritica da parte dei politici di tutte le tesi favorevoli all’austerità.

I salari di efficienza
Anche Stieglitz ha concepito una teoria che si è rivelata non molto attinente alla realtà, se è vero  con i “salari di efficienza” (teoria concepita con Shapiro negli anni ’80 ) ha assegnato alle imprese la responsabilità del mancato equilibrio di piena occupazione, perché, tenendo viva la  disoccupazione come deterrente,  incentiverebbero il lavoratore con salari troppo elevati per avere in azienda la massima lealtà ed efficienza e indurre a lavorare di più e meglio.
Qui dovrebbero scattare altre critiche, visto che l’andamento dei salari negli ultimi 10 anni è stato un crollo delle retribuzioni.
Movimenti come Occupy Wall Street nascono proprio dal fatto che  i redditi di pochissimi membri della società sono incrementati vertiginosamente, mentre il salario del lavoratore medio si assottigliava  e la precarietà  cresceva. La disoccupazione è stata usata per convincere i lavoratori ad accettare salari sempre più miseri e non per lavorare di più e meglio. Ma questa è un’altra storia!
Una teoria, corredata da finissimi algoritmi e da grafici elaborati, non è servita a rappresentare una fase delle relazioni industriali.  E dai bassi salari sono nate le premesse della crisi, con la crescita esponenziale del credito, della finanza e le conseguenti “bolle”, per tenere alta la domanda. Non solo negli USA, beninteso, ma anche in Europa: basti pensare alla bolla immobiliare spagnola finanziata dalle banche tedesche.

Le teorie di Rheinart e Rogoff
Siti e blog di economia un mese fa non parlavano d’altro: un lavoro di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, nel quale avevano avevano dimostrato l’esistenza di una correlazione tra un alto rapporto debito/PIL (maggiore del 90%) e la bassa crescita, si è scoperto inquinato e compromesso da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio di calcolo. Troppo tardi! Perché anche per questo studio, è stata giustificata l’austerità, il pareggio di bilancio a tutti i costi e la conseguente necessità di “rimettere a posto i conti”.
Analizzando una base di dati che mette a confronto le finanze pubbliche e i risultati macroeconomici di un campione molto ampio di paesi a partire dal dopoguerra e oltre, (ma non sempre disponibili per ogni paese e per ogni anno), lo studio dei due economisti dimostrerebbe una “discontinuità” dell’effetto del debito pubblico sulla crescita. In particolare, se non si riscontrano differenze sostanziali per valori sufficientemente moderati del rapporto debito/PIL, un valore di tale rapporto che sia superiore al 90% è associato nei dati a tassi di crescita economica significativamente più bassi, e in media nulli o negativi.
Alcuni studiosi dell’Università del Massachusetts, hanno recentemente dimostrato come i risultati della ricerca di Reinhart e Rogoff siano basati su problemi metodologici, manipolazioni dei dati ed errori di calcolo che paiono in alcuni casi grossolani. Eliminandoli dall’analisi, il tasso di crescita medio dei paesi ad alto debito balza dal –0.1% al +2.2%.
I problemi che hanno individuato sono tre:
1.    l’esclusione selettiva di alcune osservazioni nei dati.  Sono escluse osservazioni specifiche nell’immediato dopoguerra, in cui detti paesi sono stati caratterizzati sia da alto debito pubblico, oltre la fatidica soglia del 90%, che da una buona crescita media dell’economia.
2.    uno schema di bilanciamento dei dati non convenzionale; viene calcolata la media delle medie tra tutti i paesi, all’interno di ogni singola categoria di debito/PIL presa e calcolata singolarmente.
3.    un errore di codice nel foglio di calcolo originale utilizzato per selezionare i dati;  errore sul foglio di calcolo utilizzato per i dati, il quale ignora il  Belgio paese con un alto debito pubblico e una buona crescita del PIL.

Successivamente si è assistito a repliche e controrepliche: Reinhart e Rogoff hanno cercato di difendere il difendibile e Krugman dal suo blog ha potuto affermare che la “soglia critica del 90% del rapporto debito/PIL, non pare avere alcun particolare significato economico”.
Tutto appare, terribilmente approssimativo. Tuttavia, politici e responsabili di politica economica avevano tratto da questo studio di ricerca economica, indiscutibili verità destinate a supportare le loro scelte o proposte di politica economica. Tra i tanti  Olli Rehn, commissario UE per l’Economia, che affermava:
«È ampiamente riconosciuto, sulla base di seria ricerca scientifica, che quando i livelli del debito pubblico salgono oltre il 90% tendono a presentare una dinamica economica negativa, la quale si trasforma in bassa crescita per molti anni».
Quanta disoccupazione è stata “causata” da errori aritmetici e di utilizzo del foglio di calcolo? Quanti posti di lavoro persi? Con queste motivazioni, in Italia sono state tagliate o dilazionate pensioni di occupati ultracinquantenni con poche prospettive sul mercato del lavoro, è stata  tassata la proprietà anche della prima casa e si sono preventivati due punti di aumento dell’IVA. Le conseguenze di queste scelte sono state solo: un aggravarsi della recessione, un aumento della disoccupazione e un peggioramento ulteriore del rapporto debito/PiI. Per cui sembrerebbe che  una interdipendenza esista, ma al contrario per cui la maggiore austerità provocherebbe l’aumento del rapporto debito/PIL.

È recentissima la scoperta del Wall Strett Journal proprio mentre per la austerità si chiude la televisione di stato Greca e si mandano a casa duemila persone.  Ha pubblicato un rapporto nel quale il Fondo Monetario Internazionale ammette di aver commesso errori nel salvataggio della Grecia. In particolare sarebbero stati sottovalutati gli effetti delle misure di austerity previste come garanzia al piano di salvataggio concesso ad Atene. “Abbiamo sbagliato le proiezioni economiche. Troppa austerity strangola l’economia“.
Ma visto che si è stati costretti alla ristrutturazione del debito comunque, una ristrutturazione immediata sarebbe costata meno ai contribuenti europei e avrebbe risolto prima la crisi, limitando gli effetti ai problemi di contagio senza massacrare i cittadini greci.

La storia della “austerità espansiva”
Ma altre  tesi similari continuano a essere adottate dai governi con gravi conseguenze. Due notisti economici italiani Alesina e Giavazzi sono tra i più celebri paladini della “austerità espansiva” contrari alla teoria keynesiana: “spendere per aiutare la ripresa dell’economia”, per cui la riduzione della spesa pubblica avrebbe dovuto portare a un aumento del PIL
Questa teoria è stata elogiata da economisti (come Jean Claude Trichet: “L’idea che le misure di austerità possano portare alla stagnazione è scorretta” ) . È stata adottata da Cameron e dal governo conservatore britannico. Krugman attacca la tesi e utilizza i dati del Fmi per mettere in  relazione i tagli alla spesa pubblica e l’andamento dell’economia: più sono profondi i primi, più affonda il paese, con il caso principe della Grecia; nei 27 Paesi dell’Unione europea, la disoccupazione è aumentata dal 9,5% del giugno 2010 al 10,8% di oggi, mentre all’interno dell’Eurozona dal 10% al 12%. Il governo Cameron ha tagliato l’1,58% della spesa pubblica rispetto al periodo 2010-2011, con il risultato di aver mandato il Regno Unito di nuovo in recessione. L’unico trimestre con il segno positivo è stato proprio quello delle Olimpiadi.
Ma negli ultimi tre anni come sono andate le cose?” continua Krugman. La teoria dell’austerità ha mantenuto la propria presa sull’élite ed è sicuro che da un lato ci sia la convinzione di aver commesso un peccato nell’aver speso più del dovuto e ora ci si debba redimere attraverso la sofferenza. Da qui la necessità dell’austerity, che porta con sé anche una visione del mondo che rispecchia quella delle classi più abbienti che si preoccupano del disavanzo e della spesa sanitaria e diventa un must il taglio della spesa assistenziale. In definitiva diventa scienza economica quello che la parte più ricca del paese si auspica! Non è forse questo il peccato originale?
Francesco de Majo

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