Ed è magia con Il clown dei clown di David Larible

David Larible
history 19 minuti di lettura

Divertente, giocoso, spensierato, intelligente, emozionante. Potrei continuare all’infinito nel tentativo di descrivere quello che è David Larible in scena. Oppure potrei limitarmi a dire che non è così frequente una standing ovation a fine spettacolo. Eppure è quello che il pubblico del Teatro Menotti ha tributato a David Larible.
Stralunato, leggero, raffinato, David Larible ha portato a Milano per la prima volta il suo Il clown dei clown.

Lo spettacolo si contraddistingue per la straordinaria leggerezza, che fa sembrare facile e semplice ogni gesto, ogni smorfia. Ma così non è. Basta aguzzare l’occhio per accorgersi che ogni gag, ogni numero ha richiesto anni di impegno, anni di lavoro, per raggiungere quel livello di perfezione.
Larible gioca con i veli, gioca con la musica arrivando a suonare fisarmonica, flauto, tromba, armonica, sfidando in continuazione un Andrea Ginestra, impeccabile spalla che veste i panni di un maestro di cerimonia, che non vuole quel clown improvvisato sul palco. Eppure convinto delle sue passioni Larible vuole smettere di essere solo un uomo delle pulizie. Vuole diventare clown e pur di raggiungere lo scopo non si dà mai per vinto.

David Larible è definito il clown dei clown, ed è un appellativo pienamente meritato. Poiché l’artista, italiano a dispetto del nome che rimanda a echi francesi, ha recitato al di qua e al di là dell’oceano, nei maggiori teatri, nei più importanti circhi, vincendo i più prestigiosi premi internazionali.

Ho riso dall’inizio alla fine per le continue invenzioni, per il modo in cui l’artista riusciva a coinvolgere il pubblico portandolo sul palco, contagiandolo con la sua maestria. Quello di coinvolgere il pubblico è uno dei talenti di Larible, una specialità che l’artista ripropone ad ogni spettacolo. Con lui, vecchi, bambini, ragazzi, ragazze, sembrano diventare provetti attori con alle spalle una lunga carriera. Invece è solo una raffinata intelligenza artistica a riuscire a trasformarli da comuni spettatori in protagonisti di una magia chiamata circo.

Larible gioca con la luce proiettata da un faro che arriva dal fondo della sala, la rincorre, si fa respingere, la imprigiona. Sputa acqua, si innamora di una delle spettatrici giocando con lei uno splendido repertorio di gesti, allusioni, espressioni facciali. Canta con voce robusta e calda nelle innumerevoli lingue che conosce, si destreggia tra i divieti di Andrea Ginestra. E in tutto questo c’è la nota inconfondibile della poesia, dell’amore per il suo pubblico e la sua arte. C’è puntuale la musica al pianoforte del Maestro Mattia Gregorio.

Non l’ho mai fatto, ma prima di mettermi a scrivere ho telefonato ad amici e parenti, li ho convinti che non potevano perdersi questo spettacolo. È meglio del prozac. Il pubblico questo l’ha capito immediatamente tant’è che ogni numero era sottolineato da un prolungato applauso.
A sipario chiuso Larible ha salutato il suo pubblico con un imprevisto e accorato saluto. Affermando con lucida consapevolezza che il suo spettacolo potrebbe farlo ovunque, anche in strada, anche senza luci, per assurdo anche senza musica. Ma “c’è un elemento senza il quale non potrei fare lo spettacolo. E senza il quale non avrei nessuna ragione di esistere come artista, e quello siete voi. Grazie per essere qui”.
Il pubblico evidentemente commosso lo ha interrotto per un momento con un prolungato applauso prima che potesse riprendere.
Grazie soprattutto per avermi donato, avermi regalato, la cosa più preziosa che si possa regalare ad un’altra persona, il vostro tempo. Perché il tempo è l’unica cosa che nessuno mai ti potrà restituire. Si possono restituire i soldi, si può restituire la salute a volte. Il tempo no. Quindi, grazie per il vostro tempo”.
Il pubblico conquistato ha interrotto con rinnovati applausi prima di lasciare nuovamente la parola al suo beniamino.
A volte mi chiedono qual è la cosa che mi piace di più del mio lavoro. E io dico sempre una cosa. È quando vedo tre generazioni della stessa famiglia seduti davanti a me e tutti e tre hanno lo stesso sguardo”.
Qui interviene il mimo, non spiega di che cosa sia fatto quello sguardo, lo racconta attraverso l’espressione del viso. Lascio indovinare a voi che leggete quale fosse. Sicuro che sarà il vostro stesso sguardo quando assisterete a Il clown dei clown.
L’artista ha poi concluso con parole che fanno bene al cuore e alla mente.
E quello succede solo negli spettacoli dal vivo. La televisione è bellissima ma non restate sempre a casa a guardare la televisione. Abituate i vostri bambini ad andare a teatro, ad andare all’opera, al balletto, al circo. Perché quello è parte della nostra cultura. E ricordatevi che un paese senza cultura è un paese senza futuro”.
È stato un discorso breve ma che ha colpito nel segno e a cui pubblico a reagito con rinnovato calore e rinnovati applausi. Io non potevo certo farmi scappare l’occasione per scambiare qualche battuta con il clown dei clown. Ho iniziato ringraziandolo.
Innanzitutto grazie perché con il suo spettacolo ho riso dall’inizio alla fine. Ogni tanto mi voltavo e guardavo una bimba di circa quattro anni dietro di me. Era con la bocca spalancata che applaudiva e rideva. Questo mi rendeva felice.

David Larible strumenti Copyright Thomas Muselet

La prima domanda forse è la più impegnativa.
Chi è David Larible?
È una persona totalmente comune, semplice, che ha sempre avuto un sogno e una grande passione, che ha avuto la fortuna immensa di riuscire a vivere questa passione, e di intraprendere una carriera facendo quello che amava e ama. Quindi mi considero una persona molto, molto fortunata. Mi considero una persona felice.
Quando poi uno diventa un po’ più anziano, quest’anno saranno sessantacinque, uno comincia a tirare un pochettino le somme di quello che ha avuto, e io dico sempre che probabilmente ho avuto più di quello che mi meritavo.
Perché suo padre non voleva che lei facesse il clown?
Adesso ci sono scuole di circo, ma nel mondo del circo di quei tempi non esistevano. La tua scuola era la tua famiglia. Il tuo professore era tuo padre. E tuo padre poteva insegnarti soltanto quello che lui sapeva. Se tuo padre era trapezista ti insegnava il trapezio, se era giocoliere ti insegnava la giocoleria. Papà era bravo in tutto. Era giocoliere, cavallerizzo, trapezista, acrobata. Quindi, poteva insegnarmi tutte queste discipline. Ma non è mai stato clown, non l’ha mai fatto.
Diceva sempre “Ma che cosa posso insegnarti?”. Non è che lui non volesse perché c’erano dei problemi, o non gli piacesse il mestiere del clown. La difficoltà era proprio in questa sua incapacità di potermi insegnare ad essere clown.
Lei ha lasciato liberi i suoi figli di scegliere in che direzione andare?
Sì. Ma devo dire che anche papà mi ha lasciato libero quando ha visto che non era un capriccio, e ha visto che in questo bambino nei confronti del clown c’era una passione fortemente sviluppata, genuina. Non è che è un giorno volevo fare l’astronauta, il giorno dopo il calciatore. A quel punto ha cominciato ad aiutarmi, e mi ha aiutato in una maniera incredibile. Lui mi ha fatto capire l’importanza dello sviluppare le tecniche, mi ha mandato a scuola di ballo, di musica. Quindi, ha capito la complessità del personaggio del clown, che è semplice ma complicato.
Ti devi preparare tantissimo, perché quando tu vedi dei piccoli movimenti che sembrano semplici, spontanei, totalmente naturali, o delle situazioni, non capisci che dietro quei movimenti c’è comunque una tecnica, c’è una scuola. Ci sono delle ore passate a studiare danza, che ti dà questa armonia nei movimenti, ti dà il controllo. A prima vista quello del clown è un mestiere semplice, ma è veramente complesso perché è composto da tantissime sfaccettature. Che però non devono mai risaltare agli occhi del pubblico. Il pubblico non deve pensare che dietro ci sia tutto questo lavoro. Deve pensare che la persona è nata con questa capacità e quindi quello che fa lo fa naturalmente.
Sono sempre più convinto che la semplicità sia l’arte più complessa. La semplicità che lei esibisce sul palco è straordinaria. Oltre a suo padre chi sono stati i suoi maestri?
Maestro come fondamentale ispirazione, il più grande, è Chaplin. Chaplin per me è stato un maestro senza esserlo. Perché non l’ho mai conosciuto. Però vedendo i suoi film, studiando la sua vita, ho capito moltissime cose. È stato un maestro immenso per tutti noi che facciamo questo tipo di comicità, che è un tipo di comicità fisica. Perché come lei ha visto io non uso la parola.
A un certo punto lei usa anche il linguaggio dei segni.
Sì, sì. Questo è un numero che ho creato qualche anno fa e devo dire che ho avuto un riscontro incredibile, molto di più di quello che pensavo.
Le spiego come è nato. Io parlo tantissime lingue allora mi son detto “Perché non faccio un numero in cui canto in tutte le lingue?”. Però tu devi dare un motivo. Non è che è un clown può andare sul palco e dire “Ecco guarda io ballo il Tip Tap”, allora balla il tip tap. Deve esserci un perché. Perché tu balli il Tip Tap? Quindi, ho cominciato a pensare a come fare.
“Ecco forse così, forse colà. Ecco, forse può essere la mia spalla che per mettermi in difficoltà mi vuole far cantare in tutte le lingue. Allora che cosa si può fare? Forse potrebbe dirmelo. No, ancora più bello lui scrive dei cartelli”.
Fino a lì ci sono arrivato. Però non avevo un finale. Non sapevo come finire. È importantissimo nel clown la fine di una gag, quello che noi chiamiamo il blowout. È molto importante perché poi è quello che causa il successo o l’insuccesso di una gag. L’avevo messa in un cassetto perché non riuscivo a trovare un finale. Un giorno, ero in una delle mie tante tournée ed ero in camera mia in motel, stavo guardando le notizie. A un certo momento hanno fatto un telegiornale e in un angolino c’era uno che usava la lingua dei segni. Ho detto “Eccolo il finale”. È stata una illuminazione. La mia spalla nel finale quando vede che non può mettermi in difficoltà facendomi cambiare le lingue, perché io le parlo tutte, toglie il microfono pensando così che io non possa più cantare. Invece io riesco comunque a cantare senza cantare. Quindi, io ho imparato quelle frasi nel linguaggio dei segni.
Le lingue in cui lei canta le conosce tutte?
No. Io parlo perfettamente sei lingue, che sono naturalmente l’italiano, l’inglese, il tedesco, il francese, lo spagnolo, il portoghese.
Beh se si stancasse di fare il clown potrebbe sempre fare il traduttore.
Sì, sì. Potrei lavorare come portiere in un albergo.
Non posso fare a meno di ridere alla sua battuta.
Le altre lingue le mastico. Ad esempio il russo lo mastico. Poi ci sono altre lingue che io ho imparato foneticamente. Ad esempio quando io canto in giapponese le frasi che dico sono corrette. Perché molte volte i giapponesi che vengono a vedere lo spettacolo mi dicono “Sì abbiamo capito tutto. Le hai pronunciate anche bene”. Però ho imparato solo quelle frasi.
Un po’ me l’ha detto, ma cerchiamo di approfondire. Da che cosa trae la sua ispirazione?
Da tutto, da tutto. L’ispirazione arriva da tutto, dalla vita, dalla città, dal ristorante, dalla televisione, dal cinema, da tutto. Il clown normalmente non vede mai le cose per come sono, ma per come potrebbero essere. Se io vedo un cameriere che sparecchia il tavolo e poi si riempie le braccia di tutti i piatti, io penso già che bello sarebbe che quando si gira si inciampa e cade. È proprio una cosa naturale, viene, cercare di immaginare come usare quel tipo di situazione. Questa io la chiamo deformazione professionale.
È un po’ come il fotografo che vede tutto attraverso l’obiettivo anche quando non ha la macchina fotografica o il pittore attraverso i colori. Quando si è artisti forse si è un po’ maniaci.
Che cosa cerca nel suo lavoro? Qual è la cosa più importante che deve esserci nel suo lavoro di clown?
La cosa più importante è il poterlo fare. Il poterlo fare è già qualcosa che trovo eccezionale. Perché non è scontato. Quindi, avere l’opportunità di poterti esibire ogni sera in un teatro, o in un circo, magari in posti diversi, in nazioni diverse, con dei pubblici completamente diversi, secondo me è già una cosa fantastica che io considero una meraviglia. Io mi considero molto fortunato da quel punto di vista.
Uno dei tratti caratteristici del suo lavoro consiste nel coinvolgere il pubblico che diventa uno dei comprimari dei suoi spettacoli. In che modo sceglie i suoi aiutanti tra il pubblico?
Non li scelgo. Non li guardo prima. Io vado in platea, guardo in giro, e dico tu, tu e tu. So di che cosa ho bisogno, di tre uomini, una bambina, un bambino, di questo, quello, quell’altro, li cerco e li prendo. Ho scoperto attraverso gli anni che anche se tu li studi, li guardi prima, non potrai mai sapere se saranno buoni per quello di cui hai bisogno.
In Messico dicono una bellissima frase “Más sabe el diablo por viejo que por diablo”, che vuol dire “Ne sa più il diavolo perché è vecchio che perché è diavolo”. Quindi, è l’esperienza. Con l’esperienza ho capito che alla fine devo essere io che li devo fare diventare bravi. Non sono loro che devono venire su e avere l’attitudine giusta. Sono io che li devo mettere a loro agio. Una parola che potrei usare, ma che non amo e non corrisponde esattamente a quello che intendo, è che io li devo un attimino manipolare così come fa un ipnotizzatore.
Quindi non esiste un intuito precedente. Lei si fonda sulla capacità che abbiamo visto sul palco di coinvolgerli. Alcuni di loro erano sorprendentemente bravi.
Quella è proprio la capacità dell’artista. Io faccio sempre il paragone con un bravo cuoco. Tu gli porti degli ingredienti, un sedano, un pezzo di carne, quello che vuoi, e lui con quegli ingredienti deve riuscire a fare un piatto buono, valido.
Io non posso sceglierli pensando “Ah questo sarà bravo”. Come fai a saperlo. Quello è seduto, guarda lo spettacolo. Poi adesso con le mascherine è ancora peggio. Perché non vedi se sorridono, se non sorridono. Sono arrivato alla conclusione che tutti possono essere bravi e validi come tutti possono non esserlo. Sta a me quando sono sul palco avere la sensibilità di usarli nella maniera migliore.
Prima abbiamo parlato dei maestri ideali lei ha citato Chaplin. Che cosa ne pensa di Eduardo Scarpetta? È tra i suoi maestri?
Certo, Scarpetta era immenso. Tra l’altro mi piacerebbe un giorno poter interpretare una commedia di Scarpetta. Cito su tutti Miseria e nobiltà. È forse il pezzo che mi piace di più.
Che cosa consiglierebbe a un giovane che non arriva da una famiglia circense e che volesse fare il clown, o il trapezista, o lavorare nel circo?
Per fare il trapezista o l’acrobata, naturalmente andare a scuola di acrobazia, allenarsi. Non ci sono altre strade. Invece il clown è completamente un’altra cosa. Non si può paragonare il clown con il trapezista e l’acrobata. Sono delle cose completamente diverse. Non centrano proprio niente. Si lavora tutti nel circo, è vero. Ma non hanno cose in comune. A parte il fatto che il clown a volte deve sapere anche fare le acrobazie e magari andare anche sul trapezio. Quand’ero giovane come clown andavo sul trapezio e naturalmente facevo delle cose buffe. Però sono due discipline completamente diverse.
Quanti anni aveva al suo primo spettacolo?
Il 22 luglio del prossimo anno festeggerò 50 anni di scena. Sono andato con un numero di pattinaggio acrobatico al circo Medrano il 22 luglio del 1972. È stata la prima volta che ho fatto un numero in pista.
Era proprio un ragazzino.
Sì. A volte da bambino ti truccavano da clown ed entravi. Però professionalmente sono nato il 22 luglio del 1972. Quest’anno festeggerò i 50 anni di scena.
Lei fa ridere la gente. Questo è indubbio. Che cosa fa per divertirsi e per ridere?
Le cose semplici. Rido con i miei amici. Rido vedendo un film fatto bene, comico. Rido a volte vedendo dei comici, anche italiani, che a me piacciono molto. Ad esempio mi piace molto Frassica, mi piacciono Ficarra e Picone, mi piace Checco Zalone. Quindi ci sono vari artisti che a me piacciono e che fanno ridere.
Qual è la chiave del suo successo?
Se lo sapessi scriverei un libro e sarei miliardario.
Secondo me la chiave del successo è non cercarlo. Il successo è una conseguenza non è una meta. Se tu parti per fare qualcosa solo pensando a come avere successo secondo me non l’avrai mai. Se tu invece ti metti a fare qualcosa per passione o per amore, con dedizione, con impegno, con talento, prima o poi il successo verrà.
Bella risposta.
Tra me e me penso che una risposta così sincera e vera poteva darmela soltanto chi sa ridere. Perché è vero il detto “In vino veritas”, ma che dire della versione aggiornata “In riso veritas?”.
Lei è un artista internazionale. Ha lavorato con tanti personaggi e con tanti grandi nomi. Con chi le è piaciuto di più lavorare? Di chi ha un bel ricordo?
Ho un bellissimo ricordo di Jerry Lewis. Perché Jerry era un genio assoluto, un genio assoluto della comicità. C’è un numero che non abbiamo provato, siamo andati in scena in diretta dopo che io gliel’ho spiegato cinque minuti prima. E se lei vede il numero vedrà che sembra studiato da mesi. Questa è la grandezza dei geni. Lui era un genio. Non c’è niente da fare.
Con la pandemia abbiamo scoperto la nostra fragilità, che la morte può colpirci in ogni momento. L’arte del clown può aiutare a confrontarsi con l’idea della morte?
Una volta Aznavour, grande cantante e compositore francese, di cui io ero un grande fan e che poi ho conosciuto diventandone anche abbastanza amico, mi ha detto una frase bellissima, che a me è piaciuta tantissimo. Mi ha detto “La morte è la cosa più ingiusta che c’è perché tutta la vita ci hanno detto, e ci hanno propinato, che la vita è un regalo. E quando tu fai un regalo tu dopo non te lo riprendi indietro”. Questa cosa mi è sempre rimasta impressa. Però forse il clown fa quello che fa proprio per cercare di scacciarla, per tenerla il più lontano possibile. Fa queste cose buffe, fa queste cose a volte assurde come per esorcizzare la morte. Che comunque fa parte della vita, fa parte di tutti noi. È l’unica cosa giusta che c’è nella vita. Nel finale, ricco, povero, bello, brutto, alla fine tutti moriremo. Quindi, come diceva Totò la morte è una livella.
Lei è arrivato a Milano poche ore prima dello spettacolo, in volo da Mosca. Quanta fatica c’è nella vita di un artista? La vostra vita è fatta di grandi applausi, di grandi pubblici, ma è fatta anche di stanze d’albergo anonime, di continui spostamenti, di posti sconosciuti. Questa fatica quanto pesa nella vostra vita?
La fatica fisica è tantissima. L’importante è che la fatica fisica non diventi fatica mentale. Ormai alla fatica fisica ci sono abituato. Vivo con la fatica fisica. E dirò di più, sono abituato a vivere con il dolore fisico. Nel senso che io soffro di mal di schiena, soffro di nervo sciatico. Nei giorni scorsi sono andato in scena con un tendine d’Achille infiammato. Sto aspettando che arrivi un fisioterapista per mettermi di cerotti, per fare i miei spettacoli, sabato e domenica ho la doppia (ndr. spettacolo pomeridiano e serale). Però in fondo questo non è importante, l’ho scelto io questo, di fare questo mestiere. Tra le cose che sono incluse c’è anche la stanchezza, c’è anche il dolore fisico, a cui ci si abitua e si va avanti.
Sì, la prego, vada avanti, ci faccia sognare ancora un po’ con la sua arte.

Gianfranco Falcone

Teatro Menotti – Milano
dal 26 al 30 gennaio
Scritto, diretto e interpretato da David Larible
con Andrea Ginestra
Al piano M° Mattia Gregorio
Disegno luci Mirko Oteri
Direzione tecnica Alberto Fontanella e Gianluca Castellano
Direzione di produzione Eva Manzato
Lo show è una produzione Mosaico Errante, compagnia diretta da Alessandro Serena,
distribuita in esclusiva mondiale da
Circo e dintorni.

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article
Vuoi abilitare le notifiche di Mentinfuga? OK No grazie