Egitto. Economia in crisi, ruolo dei militari e aiuti internazionali

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lunedì, 6 giugno 2011

Le pessime condizioni economiche della maggior parte della popolazione egiziana, con le enormi disparità tra le classi sociali al suo interno, sono state le cause principali della rivolta egiziana e araba, in generale. Il potere economico e politico ha scelto come prioritarie le linee della globalizzazione liberista da una parte e la spartizione delle risorse pubbliche, quando il settore restava nelle mani governative o dell’esercito, dall’altra. La gente comune subiva.

Egitto. Il Cairo, manifestanti, 25 gennaio 2011. Foto Anonimo 

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Scioperi e proteste chiedono continuamente aumenti significativi dei salari per i lavoratori del pubblico e del privato. Bisogna affrontare immediatamente il tema perché circa il 18% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, cioè vive con meno di due dollari al giorno. Il tasso di disoccupazione  ufficiale è superiore al 10%. Al momento sembra fantascientifico l’obiettivo della creazione di oltre 9 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020. Per farlo, occorrerebbe, secondo il Fondo monetario internazionale, una crescita annua del 10%  fino ad allora.
In attesa delle elezioni generali di settembre e delle riforme politiche per una democratizzazione dello stato, il governo di Essam Abdel Aziz Ahmed Charaf deve subito combattere una situazione economica che aggrava lo status degli egiziani. Ma le soluzioni prospettate per risollevarla rischiano di insabbiare le richieste di democratizzazione e giustizia sociale.
L’ Fmi ha previsto per il 2011 una crescita dell’1% contro una previsione pre-rivoluzionaria che era del 6%. La capacità produttiva si è ridotta fortemente, il settore del turismo, una delle voci più pesanti del pil, ha perso oltre 2 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno, le esportazioni sono  in calo del 40% e ad aprile le riserve in valuta sono scese per il quarto mese consecutivo e l’inflazione ha superato il 12%. Il deficit di bilancio ha già sforato il 9% e i tassi di interesse sui titoli collocati dal Ministero delle finanze continuano a crescere e, indipendentemente dalle scadenze, si avvicinano al 13%, segno che i mercati vedono sempre più rischioso il contesto del paese. 

Egitto. Il Cairo veduta dall’alto, gennaio 2011. Foto Anonimo 

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Per migliorare lo stato delle finanze e rilanciare l’economia Il Cairo necessita di una cifra tra i 10 e i 12 miliardi di dollari entro il 2012.
Per sostenere le riforme e lo sviluppo al G8 è stato deciso di stanziare in favore di Egitto e Tunisia un cifra, per il 2011-2013, di 40 miliardi di dollari che saranno erogati dalle istituzioni finanziarie internazionali, Fmi in testa, e banche per lo sviluppo come Bei e Bers. Altri impegni sono stati presi direttamente dai singoli stati come gli USA che intendono ridurre il debito dell’Egitto di un miliardo di dollari, rendere disponibili due miliardi di dollari a garanzia di partnership pubblico-private e un altro miliardo a sostegno del rientro del Paese sui mercati.

Ma la strada delle istituzioni internazionali e del Fmi è la migliore percorribile? O come è accaduto per gli stati europei intrappolati nei loro debiti pubblici come Grecia, Irlanda, Portogallo la soluzione potrebbe essere, per la maggioranza dei cittadini, peggiore del male? Qui il male va letto come debito pubblico  e non come Mubarak, la sua cricca e il suo sistema di potere e controllo.
Austin Mackell in un articolo sul Guardian scrive che <<il nuovo piano di aiuti finanziari che si sta negoziando per l’Egitto e la Tunisia vincolerà entrambi questi paesi a strategie economiche a lunga scadenza, ancor prima che si tengano le prossime elezioni del dopo-rivoluzione. Considerata la storia dell’Fmi, possiamo supporre che tali strategie avranno conseguenze devastanti per il popolo egiziano e quello tunisino – per quanto non lo si direbbe, dalla scarsa e ossequiosa copertura mediatica finora riservata alle trattative>> [1]. Senza voler ripercorrere quanto di buono è stato scritto nei rapporti dal Fmi e da tutte le altre istituzioni, governi compresi, a proposito dell’Egitto prima di piazza Tahrir, i piani del Fmi spinsero, negli anni ’90, verso ristrutturazioni che videro centinaia di migliaia di licenziamenti soprattutto nel settore tessile. Le istituzioni stanno dialogando con quegli uomini che dovrebbe subire gli effetti della democratizzazione com il eministro delle finanze nominato da Mubarak, Samir Radwan, e come i generali controllori e gestori della transizione e garanti per gli occidentali.

Un gigantesco conflitto d’interessi si sta delineando. L’esercito oltre a svolgere le sue funzioni istituzionali controlla secondo Paul Sullivan della National Defence University di Washington tra il 10% e il 15% dei 210 miliardi di dollari dell’economia egiziana [2].
Il Ministero della produzione militare costruisce strade, produce frigoriferi, televisori, pane, acqua minerale, latte, questi ultimi venduti sotto costo nelle aree più povere <<assicurandosi l’appoggio delle fasce più deboli>>. Non bisogna poi dimenticare le proprietà immobiliari compresi terreni e spiagge o le squadre di calcio che risultano tra le meglio finanziate. Al controllo diretto si aggiunge quello indiretto dello stesso ministero <<su molte altre attività economiche attraverso l’inserimento nei consigli d’amministrazione, o addirittura alla presidenza, dei generali una volta lasciato il servizio militare >> [3].

Egitto. In preghiera nel deserto, aprile 2010. Foto Anoimo 

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Quindi, del tutto fondati sono i sospetti, che gli interventi vadano da tutt’altra parte che nella direzione di una crescita dei salari, di un miglioramento del sistema educativo o di un allargamento della sanità pubblica.
Ancora Mackell ricorda il caso del Sudafrica documentato da Naomi Klein. La  Freedom Charter dell’African National Congress (ANC) comprendeva molte richieste di giustizia economica, <<ma, mentre Nelson Mandela stava negoziando l’assetto del nuovo parlamento, Thabo Mbeki era impegnato in trattative economiche con il governo di F.W. de Klerk, durante le quali (parole della Klein), fu persuaso a “passare il controllo di quei centri di potere a esperti, economisti e rappresentanti dell’FMI presumibilmente imparziali, alla Banca Mondiale, al General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) e al Partito Nazionale; […]. Il team degli economisti dell’ANC impegnato a elaborare il proprio piano non poté attuarlo una volta che il partito entrò nel governo. Le conseguenze per i sudafricani  sono state disastrose>> [4].

E se non parteciperanno le parti sociali, i movimenti, i sindacati e le opposizioni in generale, anche molti egiziani rischiano di pagare il conto a vantaggio dei soliti personaggi appartenenti al gruppo politico-economico-militare che comanda all’ombra delle piramidi nella tradizione di una storia millenaria.
di Pasquale Esposito

[1] Austin Mackell, “L’FMI contro la Primavera Araba“, nella traduzione su www.medarabnews.com, 31 maggio 2011
[2] Ugo Tramballi, “Un Egitto a trazione militare”, www.ilsole24ore.com, 29 maggio 2011
[3] Paolo Brusadin, “Il potere militare, uno stato nello stato”, pag. 174, in “Il grande tsunami”, Limes 2011-1. Nello stesso volume un altro articolo mette analizza, tra gli altri, i ruolo dei militari: Paul Amar, “Dietro le quinte della rivolta d’Egitto”, pagg. 147-154
[4] Austin Mackell, ibidem

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